Gorizia-Nova Gorica, Capitale Europea della Cultura 2025: un ricordo di Giosuè Angelo Pellin, giovane soldato

Con il 2025 è terminata anche la tradizionale iniziativa dell’Unione Europea che ha celebrato la cultura con due protagoniste: Chemnitz, in Germania, e Gorizia-Nova Gorica, città confinanti tra Italia e Slovenia, designate Capitali Europee della Cultura. Questo titolo, istituito nel 1985, promuove programmi culturali di respiro europeo e mira a rafforzare il ruolo della cultura nello sviluppo sociale, economico e urbano delle città del vecchio continente.     

Al confine italo-sloveno, Gorizia e Nova Gorica hanno offerto una prospettiva unica con la loro candidatura transfrontaliera, iniziata ufficialmente l’8 febbraio 2025. Per la prima volta una Capitale Europea della Cultura è stata condivisa da due città in due Paesi diversi, un simbolo tangibile di cooperazione e di cultura “senza frontiere”. Il loro programma ha esplorato il tema delle frontiere da molteplici angolazioni ­– storiche, sociali, linguistiche e artistiche – organizzando eventi diffusi su entrambi i lati del confine.    

L’esperienza di Chemnitz, e soprattutto di Gorizia e Nova Gorica, dimostra come la cultura possa fungere da motore di dialogo, inclusione e innovazione, rafforzando legami tra cittadini e nazioni attraverso l’arte, la storia e la creatività. Ma quanto tempo è stato necessario per raggiungere questo risultato?

Tutto quanto detto mi ha fatto ritornare indietro nel tempo e ricordare Giosuè Angelo Pellin, un giovane soldato di Villabruna che nel 1917 si trovava a combattere proprio a Gorizia. Villabruna è un villaggio di mezza montagna vicino a Feltre, ora nel Parco Nazionale delle Piccole Dolomiti, con prati a perdita d’occhio e dominato dalla bellissima settecentesca Villa Zugni Tauro De Mezzan, il cui proprietario allora era il conte Giorgio De Mezzan alle cui dipendenze Giosuè Angelo Pellin lavorava come contadino.

Dopo la visita militare nel 1905, che lo riforma, il giovane Pellin decide di sposarsi. Lui è tranquillo con un lavoro sicuro: la sua famiglia cresce e in pochi anni diventa padre per quattro volte. Non immagina che nel 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, verrà richiamato alle armi, anche se riformato e di terza categoria. Il 13 luglio del 1916 viene infatti assegnato al 119° reggimento di fanteria della Brigata Emilia e inviato nella zona di Caporetto. È un battesimo del fuoco in trincea davvero allucinante per il giovane contadino di Villabruna: è testimone e partecipa, a partire dalla sesta, a tutte le 12 battaglie dell’Isonzo. Agli inizi del 1917 viene spostato nella zona di Gorizia, dove il suo reggimento alterna periodi di trincea in prima linea a giorni di riposo. Commovente è la lettera che Pellin scrive proprio in questo periodo dal fronte isontino, al conte suo datore di lavoro, che chiama padrone, in cui parla della sua vita di guerra, del suo stato d’animo di soldato e soprattutto della zona di Gorizia, nel 2025 dopo 108 anni, città scelta come Capitale europea della cultura. La lettera è stata pubblicata sul settimanale di Belluno Amico del Popolo, il 10 aprile 2014, in un articolo di Giuditta Guiotto:

Zona di guerra, 14 febbraio 1917.

Pregiatissimo signor padrone, con grande piacere giorni fa ho ricevuto la sua tanto desiderata cartolina. Godei nel sentire che lei gode buona salute, così pure la signora padrona, come le posso dire anche di me. Intesi di tutte le bestie che ha dato al governo, e anche della Viola che ha venduto e che anche mi sembra che abbia fatto un buon prezzo. Rimasi dispiacente nel sentire che dopo averne vendute tante che abbia ancora poco fieno, così vuol dire che ne aveva assai poco, perché ora credo che sarà. Ma a quanto sento dire del prezzo del fieno piuttosto di dover comperare ha ragione di vendere ancora, e poi come dice che neanche non ne trova. Intesi che ha provato per farmi avere una licenza, ma che ebbe risposta negativa ma che prova ancora. Lo ringrazio mille volte di tutto quanto si presta per me, che tanto sarei desideroso di poterla avere, ma le dico la verità Signor Padrone che io non mi faccio più nessuna lusinga e temo che non avrò la consolazione di poter vederlo presto. Tanto che anche questa mattina diceva il furiere che non si ha diritto di licenza fintanto che non si sia fatto sei mesi di fronte, ma peraltro le devo dire che qualcheduno che pare a loro benché che è poco che è qui è andato in licenza lo stesso, ma certo io non sono di quelli suoi paesani. Ora le dirò che sono tornato in trincea e mi trovo nella galleria ferroviaria di Gorizia per ancora due giorni poi si torna ancora in seconda linea altri cinque giorni poi si va in trincea di nuovo, ma le dirò che anche qui dove sono, quando occorre andare alla latrina si va accompagnati dalla guardia perché è severamente proibito sortire soltanto che il come a loro si può sortire benché tira sempre. Le dirò che questo fronte non è neanche al confronto, di dove son partito. Le dirò che Gorizia è una bella città, ma ora è tutta rovinata, qui tutto distrutto, case vigne e alberi insomma tutto ha sofferto, qui è sempre un rombo notte e giorno che pare un inferno specialmente cinque giorni che ero in trincea la mia vita non gli facevo più calcolo che minuto per minuto perché arriva di tutte le sorte di proiettili ma per fortuna terra ne presi diverse volte e dopo una scheggia nemmeno una mi toccò, ma le dico la verità che sono tanto e tanto stanco e stufo che perdo il coraggio sempre si spera che abbia finire, ma invece viene sempre peggio. La ringrazio infinitamente del denaro, che mi ha detto di spedirmi, e appena lo riceverò gli scriverò di nuovo che sappia che l’ho ricevuto. Come sarei per pregarla che quando gli è comodo di scrivermi, mi farebbe un gran piacere, perché io sarei sempre desideroso di ricevere sue nuove. Rispettosamente la riverisco, la prego di riverirmi la signora Padrona, la signora Contessina, il signor Avvocato, la prego di salutarmi la Rosina e Luigi e mi creda suo obbligatissimo e indimenticabile servo. Giosuè.

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