Il “Battesimo di Cristo” di Cima da Conegliano: arte, paesaggio e rito in un capolavoro ancora nel suo luogo d’origine

(Cima da Conegliano, Battesimo di Cristo, Chiesa di San Giovanni in Bragora, Venezia)
Si è concluso il 2 dicembre scorso il ciclo di incontri promosso dal Patriarcato di Venezia sui possibili dialoghi tra arte e fede nella chiesa di San Giovanni in Bragora dove è ancora conservata la splendida pala del Battesimo di Cristo di Cima da Conegliano. Proprio sulla pala di Cima hanno condotto la loro lezione le relatrici Marta Mazza, soprintendente regionale veneta, e Francesca Leto, docente presso la Facoltà Teologica dell’Italia Centrale.
Entrare nella chiesa di San Giovanni in Bragora, a Venezia, e incontrare il Battesimo di Cristo di Cima da Conegliano – ha sottolineato Marta Mazza – significa fare un’esperienza sempre più rara: quella di vedere un grande dipinto rinascimentale nel luogo per il quale è stato concepito. Non su una parete neutra di museo, non isolato dal suo contesto, ma ancora immerso nello spazio architettonico, liturgico e simbolico che ne ha determinato la nascita. La permanenza in loco infatti non è solo una fortuna conservativa, ma anche una chiave interpretativa. Un’opera d’arte sacra nasce per “funzionare” dentro uno spazio preciso, in dialogo con la liturgia, la luce, il movimento dei fedeli. Quando viene musealizzata, acquista una nuova vita, certo, ma perde quella originaria. Qui, invece, il Battesimo continua a parlare dal suo luogo, con la voce per cui era stato pensato.
Cima da Conegliano, pittore di confine
Giovanni Battista Cima, detto da Conegliano, è uno di quegli artisti che sfuggono alle definizioni troppo rigide. Nato probabilmente intorno al 1460 in una famiglia benestante di cimatori di panni – da cui il soprannome – si forma in un ambiente collinare che resterà per tutta la vita una radice profonda della sua poetica. Anche quando si trasferirà a Venezia, dove è documentato dal 1486, Cima non reciderà mai il legame con la sua terra d’origine.
La sua carriera si svolge in un arco di tempo relativamente breve: nel 1518 risulta già morto. Eppure, in quei pochi decenni, Cima costruisce un linguaggio personale e riconoscibile, collocandosi in una posizione “di confine”: tra Quattrocento e Cinquecento, tra tradizione e innovazione, tra città e campagna, rimanendo da un lato fedele a un’impostazione umanistica: figure composte, gesti misurati, assenza di dramma; dall’altro introducendo elementi di straordinaria modernità, soprattutto nella resa del paesaggio e della luce.
Il Battesimo di Cristo: un’opera esemplare
Il Battesimo di Cristo in San Giovanni in Bragora è databile intorno al 1495, in una fase in cui Cima è già un artista affermato. È un’opera che riassume molte delle sue caratteristiche fondamentali e che, grazie alla sua eccellente conservazione, permette ancora oggi di coglierle con chiarezza.
Il dipinto è realizzato su tavola, un supporto che Cima continuerà a preferire anche quando, nel Cinquecento, la tela diventerà dominante. La preparazione chiara della superficie e l’uso raffinato del colore steso per velature creano un effetto luminoso sorprendente: la luce sembra nascere dall’interno della pittura, più che riflettersi sulla superficie. Marta Mazza ha sottolineato come questa luminosità non dipenda dalla doratura, tipica della pittura medievale per rappresentare il sacro, ma dalla materia stessa del colore. Cima infatti utilizza leganti oleosi con grande perizia, ottenendo una pittura brillante, quasi smaltata, che alcuni studiosi hanno definito “glossy”. È una luce che non abbaglia, ma avvolge, rendendo il dipinto leggibile anche nello spazio non sempre facile di una chiesa.
Il paesaggio come luogo del sacro e le architetture del territorio veneto
Una delle innovazioni più evidenti del Battesimo è il ruolo del paesaggio. Qui la natura non è uno sfondo decorativo, ma il vero spazio in cui l’evento sacro accade. Le figure di Cristo e del Battista non sono separate dall’ambiente: ne fanno parte, come se il paesaggio stesso partecipasse al rito. Le acque del Giordano, la vegetazione minuziosamente descritta, il terreno roccioso costruiscono uno spazio credibile e, allo stesso tempo, carico di significati. Ogni elemento naturale è leggibile anche in chiave simbolica: i cervi, i cigni, il pavone, il levriero, le figure vestite all’orientale non sono semplici dettagli decorativi, ma rimandi a una tradizione iconografica che intreccia natura e teologia.
Nel paesaggio compaiono anche edifici che non vanno letti come semplici quinte scenografiche. Cima inserisce spesso nelle sue opere architetture che rimandano ai luoghi della sua esperienza: i castelli di Conegliano e di San Salvatore a Susegana, ma anche edifici che evocano Padova, Vicenza, il territorio veneto nel suo insieme. Nel Battesimo di Cristo si riconoscono due complessi architettonici distinti: uno fortificato su uno sperone roccioso e, più in basso, un grande edificio con cupole, che alcuni hanno messo in relazione con la Basilica di Sant’Antonio o con Santa Giustina a Padova. Non si tratta di vedute topografiche precise, ma di una memoria visiva che intreccia realtà e immaginazione.
Giovanni Battista, figura-simbolo
La figura di Giovanni Battista è una presenza costante nella pittura di Cima e costituisce quasi una sua firma. Il Battista è riconoscibile per l’aspetto ascetico, i capelli lunghi, il corpo asciutto e soprattutto per il manto verde, un colore che ricorre con sorprendente coerenza. “Vi faccio notare” ha proseguito Marta Mazza “il verde perché il verde e il giallo sono i pigmenti propri di Cima. Cima aveva una grandissima abilità, anche tecnica. Si faceva i colori come tutti a quell’epoca, aveva una grandissima capacità di usare per il giallo dei pigmenti mai usati prima a base di arsenico, e quindi era anche molto delicato maneggiarli perché erano pigmenti velenosi e per il verde non utilizzava come normalmente le terre verdi, ma il verdigris, il verderame, che è quello che dà ancora oggi questa brillantezza straordinaria ai suoi verdi che sono una delle sue caratteristiche e naturalmente essendo un pittore di natura per eccellenza, non poteva non prodigarsi nella restituzione dei verdi”.
Il rito del battesimo: una storia in movimento

(Battesimo di neonato, unzione con il Crisma, codice di Amiens sec. XIV)
Il Battesimo di Cristo di Cima non è però solo una scena evangelica: è anche una riflessione visiva su un rito che, nel corso dei secoli, ha conosciuto profonde trasformazioni. Il contributo di Francesca Leto aiuta a leggere il dipinto alla luce di questa evoluzione.
Nei primi secoli del cristianesimo il battesimo era infatti soprattutto un rito per adulti, celebrato per immersione nei grandi battisteri cittadini, spesso durante la Veglia pasquale. Battisteri per lo più a pianta quadrata e non ottagonale, come spesso ancora si ritiene. Con il tempo, e in particolare nel Medioevo, si affermerà invece il battesimo dei neonati, legato anche alla forte preoccupazione per la salvezza delle anime in un contesto di alta mortalità infantile. Questo cambiamento trasforma radicalmente il rito, che viene anticipato alla nascita, compresso nel tempo e adattato a un soggetto che non può rispondere alle domande di fede. E cambiano anche i gesti. L’immersione totale diventerà problematica, soprattutto per motivi igienici e sanitari, e si diffonderà l’uso dell’infusione, cioè dell’acqua versata sul capo.
La ciotola di Giovanni Battista
Nel dipinto di Cima, Giovanni Battista tiene in mano una ciotola con cui versa l’acqua sul capo di Cristo. Questo dettaglio, apparentemente semplice, è in realtà un indizio prezioso. Esso rimanda a una prassi rituale concreta, diffusa tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, quando immersione e infusione convivono in forme diverse, quando i concili locali a un certo punto dicono che non si deve usare la mano per battezzare, ma che è obbligatorio usare una conchiglia o una ciotola.
Francesca Leto ha anche insistito sul fatto che le rappresentazioni del battesimo dei neonati sono rarissime nella pittura su tavola o su tela e si trovano quasi esclusivamente nelle miniature. Proprio per questo, il Battesimo di Cristo di Cima assume un valore particolare, perché non illustra solo un episodio evangelico, ma riflette anche una prassi liturgica viva, anche se non ancora rigidamente codificata. Solo dopo il Concilio di Trento infatti i riti verranno uniformati in modo definitivo, cancellando molte varianti locali. Il dipinto di Cima appartiene a quel momento precedente, fluido e complesso, in cui gesto, parola e materia non sono ancora fissati una volta per tutte.
“Allora qui vediamo” ha specificato Francesca Leto “qual è il battesimo tipico tra il 1400 e il 1500: il battesimo del neonato, fatto quanto prima, dalla nascita. Si comincia a chiedere che il battesimo avvenga entro otto giorni, pena la scomunica, perché c’è un rischio di mortalità elevato. Ma non è che non ci fosse nel XII secolo, nel XI secolo o nel X secolo, è che la teologia relativa alla salvezza interpreta in maniera stringente Agostino, per cui se non si è battezzati non si è salvi, tant’è che a un certo punto, viene inventato un luogo per consolare i genitori dei bambini nati morti e dei bambini che morivano subito: il limbo, e bisognerà attendere papa Ratzinger, che nel 2007 ha scritto un documento approfondito per dire che il limbo non esiste”.
Il battesimo di Antonio Vivaldi in San Giovanni in Bragora
Francesca Leto ha quindi concluso il suo intervento facendo riferimento a un battesimo avvenuto proprio in San Giovanni in Bragora, quello di Antonio Vivaldi, che non fu proprio un battesimo. “Vivaldi nasce in pericolo di morte il 4 marzo 1678 e il battesimo gli viene conferito subito dalla levatrice, poi solo il 6 maggio il rito del suo battesimo verrà completato in questa chiesa. La levatrice gli aveva messo l’acqua, recitando la formula: Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Ma cosa ancora mancava? Mancavano tutti gli esorcismi e le unzioni. Quindi si tornò in chiesa, il parroco completò il rito e registrò finalmente il battesimo”.
Un’opera che continua a parlare
Il Battesimo di Cristo di Cima da Conegliano è un’opera che continua a esercitare la sua funzione originaria. Non è solo un capolavoro da ammirare, ma un’immagine che dialoga con lo spazio sacro, con la liturgia e con chi entra in chiesa. Come emerge dai contributi di Marta Mazza e Francesca Leto, solo uno sguardo capace di intrecciare storia dell’arte e storia del rito permette di cogliere pienamente la ricchezza di questo dipinto. In un Paese come l’Italia, caratterizzato da un patrimonio culturale diffuso e ancora vivo, opere come questa ricordano che l’arte non nasce per essere isolata, ma per abitare luoghi, raccontare storie e accompagnare gesti che, da secoli, continuano a rinnovarsi.

(Battistero della Cattedrale di Padova, sec. XII, esempio di battistero a pianta quadrata)
