La Cappella Ovetari: genesi, apogeo e distruzione di un paradigma rinascimentale
Partendo dalla fine: 11 marzo 1944
Alle 11,40 del 11 marzo 1944 più di cento bombardieri della 15a Brigata Air Force americana di stanza a Cerignola, vicino a Foggia, bombardano la zona della stazione di Padova, importante nodo strategico delle forze nazi fasciste del Nord Italia. Una bomba colpisce la chiesa agostiniana degli Eremitani causando danni gravissimi; crolla la bellissima copertura lignea costruita nel 1306, opera di frà Giovanni degli Eremiti, e danneggia gravemente la Cappella Maggiore con i preziosi affreschi degli Guariento e la Cappella Cortellari con affreschi di Giusto de’ Menabuoi. Ma il danno maggiore è la completa distruzione di uno dei massimi monumenti del Rinascimento europeo, la Cappella Ovetari con gli affreschi di Andrea Mantegna che viene letteralmente polverizzata; le pitture del grande padovano si riducono in circa 80mila frammenti che vengono, in parte, pietosamente recuperati da volontari guidati dal vescovo Carlo Agostini. Si salvano solamente due affreschi che erano stati strappati alla fine dell’Ottocento per motivi di conservazione (la risalita di umidità stava erodendo la pellicola pittorica): il Martirio di San Cristoforo e L’Assunta.
A parziale consolazione ci rimangono due importanti campagne fotografiche che testimoniano lo straordinario livello degli affreschi: la prima dei fratelli Alinari, alla fine dell’Ottocento, in bianco nero documenta l’intero ciclo pittorico addirittura prima del distacco delle due sopracitate scene. La seconda invece è di fondamentale importanza perché avvenne nei primi mesi del 1943 (quindi poche settimane prima della distruzione della cappella): le foto sono a colori e ad altissima definizione (per l’epoca). Si tratta del prezioso lavoro di Amilcare Pizzi finalizzato alla pubblicazione di un importantissimo volume illustrato che vedrà la luce nell’immediato dopoguerra e che sarà accompagnato dei testi illuminati e illuminanti di Teresio Pignatti e di Giuseppe Fiocco. Proprio le fotografie di Amicare Pizzi saranno la base geometrica e cromatica per intraprendere il restauro del 2006.
Da questo momento in poi, infatti, inizieranno una serie di difficilissime, se non impossibili, campagne di restauro culminate con “Progetto Mantegna”, basato su un complesso algoritmo matematico processato dall’Università di Padova con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che ricostruisce l’architettura spaziale della Cappella Ovetari e posiziona molti frammenti proprio sulla base fotografica di Amilcare Pizzi. È un tentativo meritorio e commovente, ma l’esito complessivo appare come un bellissimo puzzle penalizzato però dalla mancanza di molte, troppe, tessere.
Le origini e la committenza Ovetari
Antonio Ovetari, ricco e influente notaio padovano, il 5 gennaio del 1443 nel suo testamento, destina ben 700 ducati d’oro per un ciclo di affreschi dedicato a san Giacomo e a San Cristoforo da eseguirsi nella cappella – che avrebbe poi ospitato la sua tomba – nel braccio destro del transetto che era stata edificata tra il 1371 e il 1372. Antonio non affidò il lavoro ad alcun pittore e non vide neppure l’inizio dei lavori in quanto poche settimane dopo l’estensione del testamento morì: l’intero progetto venne quindi seguito, con energica decisione, dalla moglie di Antonio, Imperatrice Forzatè che affidò, nel 1448, i lavori a due distinte botteghe. La prima era quella di Antonio Vivarini e Giovanni d’Alemagna pittori già affermati della scuola veneziana (provenivano da Murano) che erano interpreti di una pittura ancora legata al tardo gotico di inizio Quattrocento.
La scelta della seconda squadra di artisti è quantomeno singolare; Imperatrice “assume” infatti due giovanissimi pittori locali Nicolò Pizolo e Andrea Mantegna. Provengono entrambi dalla bottega di Francesco Squarcione vera propria fucina di artisti provenienti da tutto il Nord Italia che avrà un ruolo fondamentale nella formazione della scuola ferrarese e padovana (e non solo) del XV secolo. Nicolo Pizolo inoltre è uno stretto collaboratore di Donatello, il grande scultore fiorentino che nel 1443 si era trasferito nella città patavina per eseguire prima il Crocefisso Bronzeo della Basilica del Santo e poi l’intero altare e il monumento equestre al Gattamelata. L’influenza di Donatello sarà fondamentale sia per lo stile di Pizolo, ma soprattutto per quello del giovanissimo Mantegna: ricordiamo che al momento della commissione Andrea aveva solo diciotto anni!.
I problemi però, nel cantiere pittorico, iniziano subito: nel 1450 muore Giovanni d’Alemagna e Antonio Vivarini decide, dopo aver dipinto i Quattro Evangelisti nelle vele della volta, di abbandonare i lavori e tornare in laguna; vennero chiamati quindi da imperatrice Ovetari due pittori, sempre probabilmente provenienti dalla bottega dello Squarcione, Ansuino da Forlì e Bono da Ferrara che affiancarono per un breve periodo i due giovani padovani nella decorazione della Cappella. Ansuino firmò San Cristoforo predica ai soldati mentre Bono da Ferrara eseguì san Cristoforo attraversa il fiume. La morte improvvisa di Nicolò Pizolo, nel 1453, in seguito alle ferite riportate dopo una rissa in una osteria, complicò ulteriormente il quadro lavorativo del cantiere pittorico e rese Mantegna unico reale responsabile di tutti gli affreschi rimanenti. In particolare Andrea Mantegna completa le storie di san Cristoforo sulla parete di destra, esegue interamente i sei riquadri dedicati a San Giacomo Maggiore sulla parete di sinistra e l’Assunta sulla parete absidale, terminando i lavori nel 1457. Proprio in quell’anno, Imperatrice Ovetari, intentò una causa legale contro il Mantegna: causa della singolare lite giudiziaria è il numero di Apostoli presenti nel riquadro della Assunta. Il contratto del 1448 infatti prevedeva che gli Apostoli dipinti fossero dodici mentre il Mantega ne dipinse solamente otto: il pittore padovano si difese dicendo che lo spazio fisico dell’abside era troppo stretto e dodici apostoli in prospettiva era praticamente impossibile dipingerli. Arbitro della querelle fu un altro pittore, oggi diremmo perito del tribunale, Pietro Da Milano che assolse Mantegna in quanto il lavoro era stato ben eseguito e, soprattutto, il pittore era stato pagato sin dall’inizio meno di quanto pattuito.
Gli Affreschi del Mantegna
Mantegna è uno dei pochi artisti del nostro Quattrocento ad avere avuto sempre una imperitura e meritatissima fama sino ai nostri giorni: un genio come Piero della francesca, ad esempio, fu praticamente dimenticato e riscoperto solo nel Novecento grazie ai fondamentali studi di Roberto Longhi. Il merito della fama di Mantegna si deve soprattutto proprio al ciclo di affreschi degli Ovetari, molto più accessibile, all’epoca, della Camera degli Sposi di Mantova o dei Trionfi di Cesare oggi a Londra. È quindi intuibile come il bombardamento del marzo ’44 abbia davvero privato l’umanità di uno dei massimi capolavori del Rinascimento Europeo e che la sola lettura fotografica del ciclo sia insufficiente per cogliere appieno il livello qualitativo di un artista che, ricordiamo, inizia a lavorare sui muri della cappella a diciotto anni e che finisce il lavoro solo a ventisei anni.
I primi affreschi risentono, con ogni probabilità della forte influenza del Pizolo, pittore già completamente formato; nella Vocazione di San Giacomo e san Giovanni infatti l’impronta stilistica del Mantegna è ancora acerba, giovanile, e l’affresco è dominato da una natura aspra e rocciosa con le figure che paiono quasi delle sculture inanimate. Ma già nel registro inferiore, probabilmente dopo la morte improvvisa del Pizolo, Mantegna sembra liberarsi da una pesante zavorra e inizia a creare un linguaggio figurativo assolutamente sbalorditivo. Sia in San Giacomo che Battezza il Convertito Ermogene che nel San Giacomo davanti a Erode le architetture si fanno sempre più filologicamente audaci; vengono ricostruiti archi di trionfo e stoa greche con una commovente fantasia antiquaria, con una precisione storica incredibile ma anche con una poesia pittorica appassionante. Il culmine viene raggiunto nell’ultimo registro con l’Andata al Martirio di san Giacomo e il Trasporto del Corpo di san Cristoforo. Qui, accanto alla precisone filologica classica sia delle architetture che dei personaggi loricati, emerge una conoscenza spaziale assolutamente incredibile per il contesto padovano (e non solo) della metà del ‘400. Gli affreschi ai contemporanei dovevano apparire delle visioni quasi miracolose completamente aliene da tutto il contesto coevo. La vertiginosa visione dall’alto dell’arco di trionfo dell’Andata al Martirio di San Giacomo rimane, e rimarrà a lungo, un unicum nell’arte rinascimentale europea. In questo contesto rivoluzionario Mantegna trova lo spazio di inserire momenti di vita quotidiana – gli spagnoli direbbero dei bodegon – come i due bambini che assistono al Battesimo di Ermogene che dimostrano come il giovane Mantegna abbia assimilato e modernizzato la meravigliosa Crocifissione di Altichiero dipinta per la cappella di san Giacomo nella Basilica del Santo.
Il successo degli affreschi Ovetari fu immediato e duraturo; numerosissimi artisti rimasero letteralmente rapiti dalla audacia prospettica del Mantegna e dalla sua profonda conoscenza dell’architettura classica; in questo esatto momento nella pittura del Nord Italia possiamo affermare con certezza che prende forma la cosiddetta maniera moderna. Infatti per Giorgio Vasari la Cappella Ovetari è un vero e proprio big ben pittorico: è il momento in cui l’arte settentrionale cessa di essere gotica – e quindi, secondo Vasari, arcaica – per divenire finalmente moderna grazie al sapiente uso della prospettiva scientifica, della totale integrazione tra pittura e architettura e della solidità stereometrica dei personaggi che si muovono sulla scena in modo assolutamente realistico. Tali caratteristiche anticipano la pittura dei grandi del Rinascimento, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Tiziano. Eppure lo storico aretino in parte bacchetta Mantegna scrivendo che “credette che le buone statue fossero più perfette e avessero più belle parti che non mostra il naturale”. In sostanza Vasari imputa al pittore patavino una eccessiva durezza nella stesura delle figure e scrive che la definitiva affermazione della maniera moderna avverrà solo con la morbidezza incomparabile di Leonardo. Questa parziale critica derivava in parte dalla lettura invidiosa e partigiana del vecchio patrigno e maestro Francesco Squarcione che, vistosi irrimediabilmente superato dal giovanissimo Mantegna così descrisse gli affreschi Ovetari: “Erano cose sciocche e senza grazia, perché Andrea aveva imitato le cose di marmo antiche, dalle quali non si può imparare la pittura perfettamente. Sarebbe stato meglio che Andrea avesse dipinto quelle figure non a colori, ma di color del marmo (grigie), dato che non avevano niente di vivo e sembravano statue di pietra invece che persone in carne e ossa”.
È il giudizio di un pittore ancora legato alla “maniera antica”, testimone di un mondo in definitivo declino, superato dalle novità toscane che Andrea Mantegna reinterpreta in maniera talmente originale da superare addirittura l’originale. La Cappella Ovetari è l’apogeo di Padova capitale delle arti in Italia per un breve ma fondamentale ventennio a cavallo della metà degli anni 50 del XV secolo.
Appendice fotografica
11 marzo 1944


Andrea Mantegna, Storie di San Giacomo

Andrea Mantegna, Ansuino da Forlì, Bono da Ferrara, Storie di San Cristoforo

Andrea Mantegna, Andata al Martirio di san Giacomo


Andrea Mantegna, Trasporto del Corpo di San Cristoforo

Esempio di restauro”Progetto Mantegna”


