Prosegue il racconto della storia del Gruppo artistico TATA: i primi anni Ottanta tra mostre e iniziative

(Quarta parte).

Successivamente al maggio del 1982 seguirono diverse mostre e performance, con caratteri molto diversi, soprattutto per la partecipazione, che vide il “flusso” frammentato con i soggetti TATA in solitaria o comunque solo in parziale aggregazione.

Il 15 luglio del 1982 si inaugurò in Galleria TOT la mostra: “trompe-l’oeil; inganno e/o mimesi”. Per l’occasione Ennio Chiggio presentò una collezione di opere di design, che utilizzavano, i tessuti della Mira X – Italia, in catalogo H-Design, disegnati da Robert Hausmmann e Trix. Vi erano inoltre elaborati grafici che afferivano al trompe-l’oeil. Gli autori presenti furono Ennio Chiggio, Leonardo Rampazzi, (figlio di Teresa Rampazzi, aveva già condiviso con Ennio Chiggio attività professionali e di lui mi propongo di descrivere alcune opere prossimamente) che quindi “entrava” nel Flusso TATA, Piervirginio Zambon e Maurizio Baruffi con Roberto De Santi. Di Leonardo Rampazzi erano presenti tre disegni denominati come “oggetti ansiosi”, eseguiti in matite colorate a figurazioni di trompe-l’oeil. “Ansioso uno, (contenzione rigorosa)” rappresentava una sorta di busto con stringhe che avviluppava un serramento con grate; “Ansioso due (massi turbati)”, con la stessa tecnica grafica del primo, simulava un volume in conci di pietra tagliati regolarmente, inseriti all’interno di una balaustra in ferro. Così anche la tecnica grafica per “Ansioso tre (stato di immobilità)” costituito da una sorta di scheletro d’armadio, senza ante, al cui interno erano presenti tendaggi.

Di Ennio Chiggio “Sacco matto (tentazioni ammantate)”: due sedie da “regista” erano rivestite da sacchi in tessuto simulante pietra. Sempre di Chiggio “Casello (abitazioni immaginarie)” ricostruiva in tessuti riproducenti paramenti architettonici uno spogliatoio da spiaggia. “Inquieto (complicità silenziose)” raffigurava in scala 10:1 un sonaglio per bicchiere, in memoria del gioco infantile; sopra di esso altro tessuto a trompe-l’oeil della Mira X. In similia “Voluminosi (copie dal vero)”: alcuni poliedri erano stati trattati superficialmente a venature marmoree e “Consolazione (ilarità domestica)”: una consolle “post-moderna” con drappo in trompe-l’oeil appoggiato su di essa.

Seguivano le opere di Baruffi e De Santi: “Sedotta (abbandono delle certezze)” si proponeva come una sedia, in tondini metallici, con doppio schienale ricoperta da tessuto raffigurante una tessitura marmorea. “Duplice (assenza dell’uno)”: cavalletto metallico, con sovrapposto tessuto sempre ad immagine della superficie del marmo, sopra il quale erano accoppiati due specchi. “Incesto (desiderio che vola)”: i montanti di un tavolino in telaio metallico foravano un tessuto riproducente elementi vegetali, che determinavano il piano d’appoggio per una ciotola rotonda. Piervirginio Zambon esponeva “Fragile (l’ombra della banalità)”: si trattava di un ombrello infisso con il puntale su un cuneo. Ombrello e cuneo erano trattati a simulazione di granito nero. Si ricorderà che il termine “fragile” denotava tutta l’opera dei TATA.

Per il giorno dell’inaugurazione Ennio Chiggio chiese a Floriana Rigo e a me di partecipare alla Mostra con una “irruzione scenica”; il titolo scelto fu “UNA COP(P)IA POST-MODERN, INGANNO E/O MIMESI”. Il programma che ci propose era di scendere le scale, che dal piano terra della Galleria TOT portavano all’interrato, in nudità. La citazione a cui la performance doveva afferire era il “Nudo che scende le scale” di Marcel Duchamp. Né Floriana né io avevamo intenzione di esporre le nudità al pubblico, cosicché, accettando la sfida e, ricordando il racconto di Giulio Cesare Croce Le sottilissime astuzie dii Bertoldo, progettammo che Floriana scendesse le scale con una pelliccia di pelo di scimmia, mentre io mi coprissi con un vestito ottenuto dalle fotocopie della medesima. Riuscimmo quindi a essere nudi senza essere svestiti. La scena si svolse lungo un percorso delineato da una corsia in tappeto rosso che partiva dalla sommità delle scale e che si concludeva al centro della Galleria in interrato. Ai piedi della rampa di scale, a metà del percorso complessivo, era collocato un cartello su cavalletto da pittore che recitava: “impura è l’Arte e muta la parte”. La scritta era stata eseguita perforando con bulino a testa rotonda un cartoncino bianco. Dove finiva il tappeto rosso, era posto, ad altezza uomo, un vassoio in polistirolo contenente frutta simulata in plastica, avvolta in pellicola trasparente. Esternamente vi era un cartellino con il testo: “non toccare la merce esposta”. L’involucro veniva riflesso da uno specchio sul suo lato destro, mentre sul lato sinistro era presente un’immagine del medesimo vassoio con frutta, in simmetria allo specchio e con dimensioni simili a quanto riflesso. Si trattava di una foto, poi fotocopiata e infine rielaborata con matite colorate, tale da essere percepita come “autentico disegno” a trompe-l’oeil: con tale opera volevo cortocircuitare il percepito. Scendendo le scale Floriana recitava ricette culinarie tratte dall’Artusi, mentre io declamavo il capitolo trentunesimo di Gargantua e Pantagruel di François Rabelais, intitolato “Anatomia di Quaresimante per quanto riguarda le sue parti esterne”. Arrivati ai piedi delle scale Floriana rompeva a terra delle uova, mentre io gettavo vernice bianca sul pavimento. Si proseguiva poi fino al termine del tappeto rosso in fronte al vassoio di frutta, dove, tenendo aperta la pelliccia di Floriana, le permettevo di indossare i suoi indumenti occultandone il corpo agli astanti. Con la stessa pelliccia Floriana fece altrettanto per me.

Così si concludeva la scena. Durante “l’irruzione scenica” era diffusa in Galleria la musica di Modest Petrovič Musorgskij: “Quadri per una esposizione”, nelle tre versioni: per piano, per orchestra ed elettronica. Inoltre veniva distribuito agli astanti un testo, quasi tutto a cura di Floriana, che spiegava l’irruzione scenica. Come sempre, tutto il materiale della Mostra fu riportato nel catalogo TOTalità da Ennio, esclusa l’irruzione scenica, testimoniata in quello successivo. Pregnante e denso il testo illustrativo di Ennio dedicato al trompe-l’oeil; il catalogo conteneva inoltre una pagina dedicata a citazioni tratte dal libro Il Ludico di Ernesto Luciano Francalanci.

(4. Continua)

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