27 gennaio, Giornata della Memoria: ricordando la storia dei seicentomila Imi, Internati Militari Italiani

Fu la denominazione dai tedeschi attribuita ai militari italiani catturati all’indomani dell’8 settembre 1943, considerati quindi non comuni prigionieri di guerra, ma calati in una sorta di limbo nel quale non aveva voce il regime giuridico delle convenzioni internazionali secondo gli accordi di Ginevra del 1929.

I tedeschi disarmarono 1.007.000 militari delle forze armate italiane; mentre 196mila riuscirono a fuggire, dei restanti 811mila, 13mila morirono per i bombardamenti Alleati durante il trasporto via mare dalle isole greche, 94mila della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) accettarono di continuare a combattere al fianco dei tedeschi, mentre 710mila finirono nei lager di Polonia e di Germania.

Gli allettamenti, la propaganda, ad unirsi ai tedeschi, o ad aderire alla Repubblica Sociale di Mussolini furono continui, insistenti, all’interno dei lager, ma non sortirono un grande risultato; entro la primavera del 1944, le adesioni erano giunte a un dieci per cento: poco più di 103mila militari.

A persistere nel loro deciso, convinto, NO furono quindi in poco più di 600mila. Vissero in condizioni tremende: fame, freddo, malattie, disperazione di non poter tornare in patria, a casa, alla famiglia. I morti furono calcolati fra i 37mila e i 50mila: per la malnutrizione, le malattie (appunto), per i bombardamenti degli Alleati; 4.600 furono le esecuzioni.

Notizie da casa e possibilità di darne, zero, per un certo periodo. Soltanto in secondo tempo fu possibile per quegli sventurati ricevere e spedire lettere, vedersi recapitare qualche pacco della Croce Rossa e da casa.

In questo contesto, spiccarono figure di IMI forti, decise a resistere, nonostante tutto e tutti, animate da una convinta, profonda fede, e prodighe di aiuto nei confronti dei commilitoni.

Una di queste figure ha nome Giovannino Guareschi: internato militare italiano numero di matricola 6865, che volle restare fedele al giuramento prestato al “suo” Re…

“Non muoio neanche se mi ammazzano” è la frase paradossale pronunciata dall’IMI numero 6865 all’inizio di quella esperienza drammatica che lo avrebbe visto… mantenere l’impegno. Preso con sé stesso, certo, ma che si rivelò poi utile ai compagni di sventura, perché resistendo, lui, aiutò altri a resistere e a superare le tante difficoltà che quella condizione fra i reticolati dei lager di Polonia e di Germania comportava. Una frase emblematica dello spirito di resistenza di Giovannino Guareschi, catturato dai nazisti all’indomani dell’8 settembre 1943, e internato sino alla fine della guerra.

Resistere: ma come, con quali mezzi? Nel continuare, nei lager, quel che faceva nella vita civile: il giornalista, il narratore, il disegnatore, l’animatore (culturale, si direbbe oggi) di un gruppo di personaggi di alto livello intellettuale quali Novello, il filosofo Enzo Paci, l’aspirante attore Gianrico Tedeschi, il giurista Silvio Golzio, il musicista e pittore Arturo Coppola, il poeta e critico letterario Roberto Rebora (e altri), i professori di liceo Piasenti e Contarello coi quali organizzò i giornali parlati, il teatro, lezioni universitarie, conferenze, concerti, concorsi artistici e letterari, uno dei quali vinto dall’alpino della Cuneense Odoardo Ascari, futuro penalista di grido.

Quelle pagine scritte e lette ai compagni di sventura baracca per baracca trovarono poi destinazione nel dopoguerra in alcuni significativi libri. Prima fu “La Favola di Natale”, musicata da Coppola, e rappresentata all’Angelicum di Milano nel dicembre 1945, poi “Diario clandestino” (1949); infine, postumo, “Ritorno alla base” (1990), pagine inedite raccolte dai figli. E sono stati gli stessi Alberto e Carlotta a curare questo volume, già pronto nel 2013, e in uscita soltanto adesso per problemi editoriali – nel frattempo, la popolarissima “Pasionaria” ci ha lasciati… e son trascorsi già tre anni…

La letteratura dell’internamento, peraltro, è ricca di storie, di diari, di riflessioni. Da Vittorio Emanuele Giuntella a Mario Rigoni Stern, e alle opere di Guareschi, come sottolineato.

Sono pagine di riflessione, di scherzo, e di scherno anche, nei confronti, della “Signora Germania” che lo tiene prigioniero, ma invano, perché lo spirito di libertà si annida nell’intimo dell’IMI numero 6865. Sono, peraltro, anche pagine di fede viva, convinta, di umanità sconfinata, lette e rilette da più generazioni, ma sempre attuali.

E oggi, dunque, l’editore di Guareschi di sempre, cioè Rizzoli, pubblica in un volume di rara eleganza le tre opere all’insegna di “Giovannino nei lager” (pagine 459; Euro 35,00). Testi e immagini che immergono il lettore in un tempo, in una temperie lontani (tre quarti di secolo fa), ma che appartengono alla Storia, testi e immagini, peraltro, che contribuiscono a capirla, quella Storia, al di là dell’esperienza personale. Perché, come ha detto qualcuno, molte volte è attraverso la letteratura che si possono meglio comprendere gli eventi del mondo; in questo caso, anche attraverso le figure e le scene bellissime offerte da Giovannino.

Con una aggiunta, per così dire, di carattere morale, cristiano, laddove l’lMI numero 6865 avverte che da quella terribile esperienza (eventi bellici che videro la sua casa distrutta dagli angloamericani, tedeschi che lo tennero nel lager), egli usciva senza nastrini e senza medaglie, ma… “vittorioso, perché nonostante tutto e tutti, io sono riuscito a passare attraverso questo cataclisma senza odiare nessuno”

PS: Vale la pena, alla fine, ricordare anche le pagine polemiche di Giovannino contro le mostrine coi gladi dei militari della RSI, in quel bellissimo “Le stellette che noi portiamo”, ma del pari, sottolineare come nel dopoguerra, egli si sarebbe battuto per la riappacificazione degli animi, in un clima di terrore (rosso) che mieté ancora vittime, tante vittime: non soltanto fascisti, ma imprenditori, politici non comunisti, sindacalisti, preti, come testimoniato anche da don Primo Mazzolari, sacerdote antifascista, nel suo “I preti sanno morire”.

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