Crans-Montana e Iran, due differenti tragedie che interrogano la nostra umanità

Il nuovo anno è iniziato, sin dalla prima ora della prima notte, con l’orribile tragedia di Crans-Montana dove, come tutti sappiamo, quasi cinquanta persone – in larga prevalenza ragazze e ragazzi – hanno perso la vita e altre decine, pur sopravvissute, porteranno nel corpo per tutta la vita i segni del fuoco. I commenti, a tutti i livelli, si sono sprecati, pertinenti o del tutto fuori luogo, ma via via che procedono le indagini colpisce la concatenazione degli eventi, progressivamente trasformando quella che poteva apparire come una terribile fatalità in una sequenza di omissioni, mancanze, trascuratezze, errori, superficialità tanto dei gestori, le cui responsabilità appaiono sempre più marcate, quanto di chi avrebbe dovuto effettuare i controlli. Non manca un senso di stupore: ma come, anche nell’ordinatissima e legalissima Svizzera c’era chi, bellamente, poteva comportarsi in maniera approssimativa e cialtrona, al punto di rivestire il soffitto con pannelli da bricolage anziché ignifughi e di bloccare, per prevenire ingressi o uscite incontrollate, l’unica uscita di sicurezza? Scopriamo, insomma, che determinati meccanismi – in genere, legati all’avidità di guadagno e all’opacità degli intenti – possono replicarsi ovunque, anche dove non ci si aspetterebbe, e che spesso è solo quella che altrove ho definito la “benevolenza delle probabilità” a far sì che anche in presenza di pericoli non accada nulla e che possa prosperare indisturbato ciò che può sembrare in regola, ma in realtà non lo è. Una zona grigia dove la colpa non è frutto di specifica o calcolata malvagità o abiezione, ma di una fatale confidenza con l’idea che tutto, sempre, procederà senza conseguenze.

Negli stessi giorni, il regime teocratico iraniano ha represso nel sangue, e continuerà prevedibilmente a farlo nelle prossime settimane eseguendo – com’è suo costume – un numero spropositato di condanne a morte dei manifestanti arrestati, le proteste spontanee di milioni di cittadini, esasperati recentemente da una sempre più profonda crisi economica e, ormai da quasi mezzo secolo, dall’oppressione di un potere tirannico. I dati pressoché certi confermano almeno duemila vittime, che potrebbero essere anche più e più volte tante, in larghissima parte tra i giovani così come è giovane la popolazione del paese asiatico: circa novanta milioni di abitanti, la metà dei quali sotto i 35 anni. Un orrore che viene ad incastrarsi in uno scenario internazionale dove la prepotenza, la legge del più forte, la brutalità sembrano ormai poter sostituire le garanzie di legalità, diplomazia e diritto che, pur imperfette, mettevano un freno alle pretese smodate dei vari contendenti. Se, nello specifico dell’Iran, è comprensibile la prudenza nel tentare di rovesciare dall’esterno, con un’incursione militare di cui è difficile prevedere sia i reali benefici che le conseguenze, un apparato repressivo ancora troppo ramificato, dall’altro è lacerante pensare che, se (come sembra) anche questa volta gli ayatollah ne usciranno indenni, le molte migliaia di giovani vite spezzate saranno state sacrificate inutilmente.

Due eventi, apparentemente, non legati da nulla, se non dall’aver occupato le prime pagine delle cronache (dalle quali è ormai quasi scomparso il destino di Gaza, dove sia pure in forme meno cruente il martirio d’un popolo prosegue) e dal fatto che l’uno e l’altro, in circostanze (lì un momento di legittimo svago, qui lo slancio civile di una nuova speranza) e proporzioni diversissime, abbiano stroncato esistenze giovani. Eppure, a ben riflettere, entrambi ci ricordano quanto possa essere tenue la demarcazione tra intenzionalità e inconsapevolezza, tra scelta e casualità, e quanto vario e imperscrutabile l’intreccio tra elementi che conducano ad un esito felice oppure nefasto. Una lezione che vale per le grandi sciagure ma anche nelle minute circostanze quotidiane, queste ultime molto più numerose e continuamente presenti nell’esperienza di ciascuno di noi. Al riguardo, per cortocircuito o forse contrapposizione d’idee, viene in mente un piccolo racconto allegorico che circola sul web e narra di come un barcaiolo, mentre rema nella nebbia, venga urtato da un altro piccolo battello. Subito inizia ad inveire, con rabbia, contro l’imperizia dell’altro battelliere, salvo accorgersi – scrutando nella foschia – che si tratta in realtà d’una navicella alla deriva, senza alcun conducente. L’ira, pertanto, si dissolve all’istante, non essendovi alcuno contro cui indirizzarla: se il danno fosse risultato grave, forse l’uomo avrebbe potuto prendersela con il fato, ma trattandosi di un episodio senza conseguenze non c’è nessuno da incolpare né risentimento da nutrire. Una parabola che vuole ricordarci quante volte subiamo piccoli torti che, pur senza produrre alcun reale inconveniente, ci turbano e amareggiano, ma che in realtà non hanno alcun responsabile e ai quali, pertanto, non ha alcun senso dar peso. Comprendere questo, assimilarlo, non soltanto ci renderà più lievi i malintesi e gli equivoci della vita, ma saprà insegnarci la giusta misura e liberare lo spazio interiore affinché possiamo interrogarci, non necessariamente trovando risposte, sul mistero delle grandi tragedie che punteggiano la storia umana, collettiva o individuale.

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