Fuga dalla Montagna: un elogio funebre o la possibilità di un nuovo futuro?
I concetti espressi nell’articolo costituiscono una sintesi del libro Fuga dalla Montagna: elogio funebre o nuovo futuro? Pubblicato da DBS Edizioni (Belluno, 2025)

Presidio idrogeologico e della biodiversità, custode della qualità dell’aria, delle acque e dunque della qualità della vita. la Montagna, in Italia, non vive un momento facile. Se da un lato l’evoluzione ha comportato certamente un miglioramento complessivo degli stili di vita, dall’altro ha accelerato, sin troppo, drastici cambiamenti negli stessi montanari, con trasformazioni, sociali, culturali, urbanistiche, spesso eccessive. Ogni territorio di Montagna presenta proprie caratteristiche peculiari, che certamente lo distinguono da altri; tutti però hanno un medesimo filo conduttore che è quello dell’appartenenza ad un contesto geograficamente ben caratterizzato e che sta rapidamente perdendo la propria originaria essenza.
La frenesia della modernità ci indica continuamente strade nuove che siamo pressati a percorrere per rimanere al passo con i tempi; è proprio questo che sta influendo drasticamente sul modo di vivere dei residenti, i quali, nel giro di pochi decenni, si sono uniformati agli abitanti della pianura o della città, perdendo, quasi completamente, le peculiari conoscenze che in passato gli hanno permesso di rimanere aggrappati, con forza, ad un ambiente sicuramente non facile e molto particolare. L’evoluzione in atto sta producendo seri ed evidenti mutamenti nella cultura, nelle tradizioni, nei comportamenti quotidiani ma, soprattutto, nell’andamento demografico; tutte componenti imprescindibili che sono alla base della preservazione di un territorio e della identità della propria popolazione.
Da curioso osservatore, da montanaro “doc” e anche grazie all’esperienza ventennale come amministratore comunale – come consigliere prima e successivamente, per quindici anni, come sindaco – mi sono posto molti interrogativi, provando, sempre pragmaticamente, a darmi anche delle risposte.
In un Paese come l’Italia, dove oltre il 30 per cento del territorio è montano, ritengo indispensabile porre al centro del dibattito politico il disagio della Montagna, che sta assumendo, purtroppo quasi ovunque, proporzioni drammatiche. Molti sono gli studi e i convegni che, provando ad approfondire la tematica, portano all’evidenza le problematiche in questione – spopolamento, cambiamento climatico, perdita d’identità – il più delle volte, limitandosi ad evidenziare i disagi, senza però, a mio parere, riuscire a portare anche delle soluzioni concrete e attuabili. In buona parte del Paese la Montagna sta letteralmente morendo, implodendo su sé stessa, a causa delle sue contraddizioni e, se non si interviene rapidamente ed efficacemente, in un prossimo vicinissimo futuro, parleremo solo di quanto essa sia stata bella e di quanto affascinanti fossero le popolazioni che tenacemente la abitavano.
Salvare la Montagna e farla vivere di una “nuova vita” non è impossibile. Per farlo però serve mettere in atto tutta una serie di azioni mirate ai suoi bisogni. Se si parte dal presupposto che la Montagna possa vivere solo di stagionalità e di ondate turistiche, si commette un grossolano errore, perché in un ambiente vivo le luci debbono rimanere accese anche dopo che il “luna park” chiude.
Per capire però che non tutta la Montagna in Italia vive la medesima situazione, basta scorrere i confortanti dati demografici dei Comuni trentini e alto atesini, per capire che qui la condizione si presenta alquanto diversa.
A contribuire molto a creare squilibri ed evidenti divari, soprattutto demografici, sono soprattutto le diverse strategie politiche attuate nelle Regioni Autonome, aiutate certo da una superiore capacità economica, frutto proprio dello Statuto Speciale. Soprattutto in Alto Adige, la lungimiranza amministrativa è stata quella di perseguire la strada dello sviluppo e della modernizzazione del territorio, senza però dimenticare e, conseguentemente, abbandonare, quella più tradizionale dell’agricoltura e dell’allevamento. Saper mantenere il passo con i tempi senza perdere di vista i valori basilari e le peculiarità delle comunità, aiuta a consolidare l’attaccamento al territorio, soprattutto nei giovani. Cosa che hanno saputo fare meglio di noi anche i confinanti Paesi alpini. È questa la vera grande differenza che esiste fra i territori montani d’Oltralpe e quelli italiani, escluse sempre le Province Autonome di Trento e Bolzano che hanno seguito un percorso identitario più simile a quello di Austria, Slovenia o Svizzera che non a quello della restante montagna italiana.
Va anche detto che negli ultimi anni, nei montanari “moderni”, è subentrata una minore sopportabilità alle scomodità; bellezza del territorio, serenità, sicurezza occupazionale e complessivo buon livello qualitativo generale della vita, non sono più sufficienti a far rimanere i montanari radicati al loro territorio. Se in passato, e parlo fino ad una trentina di anni fa, lo spirito di adattamento e le aspettative dei giovani superavano facilmente i “gap” e le disparità con i territori di pianura e soprattutto di città, negli ultimi anni, nella maggioranza dei casi, siamo passati invece all’esatto contrario. Molte giovani famiglie non sono più disposte a sostenere maggiori costi della vita, dal riscaldamento nelle abitazioni al continuo e obbligatorio utilizzo dell’auto, solo per fare degli esempi.
Anche la noia, che spesso si insinua nei giovani, induce a chiudere e, in molti casi, anche a vendere la casa di proprietà, spesso monofamiliare e dotata anche di giardino privato, per trasferirsi magari in un più triste e anonimo appartamento in un condominio di città o comunque di fondovalle.
L’abbandono della montagna deve far riflettere e preoccupare anche per le non certo trascurabili conseguenze ambientali che si produrranno, in quanto, la cura dei territori montani risulta essenziale per la protezione idraulica e idrogeologica, anche delle pianure sottostanti. Solo una costante presenza umana può garantire un adeguato e spesso salvifico monitoraggio agli argini dei torrenti, ai versanti delle montagne, ai boschi. Troppe cose stanno mutando con eccessiva celerità e sicuramente dannosa per la società montana è la velocità con la quale le nuove generazioni dimenticano usi e costumi tradizionali, anche di un recentissimo passato; questo, è un altro problema che si aggiunge ai molti che stanno attanagliando la montagna, rendendola estremamente fragile e vulnerabile.
Con particolare attenzione alla mia terra, il bellunese, credo che la proposta più seria e utile al bene di questa Provincia, peraltro condivisa dalla stragrande maggioranza della popolazione, sia il raggiungimento dell’importante traguardo di un vero e concreto Statuto Speciale. La tanto auspicata e quanto mai attuale discussione sull’Autonomia differenziata, che vede il Veneto in prima linea in questa battaglia, potrebbe sicuramente essere un primo grande passo, forse quello più importante, anche per la Provincia di Belluno. Ritengo innanzitutto indispensabile che sia la Regione ad ottenere uno status “Speciale” e che solo successivamente si possa concretamente iniziare a discutere su cosa portare a vantaggio dei suoi territori montani. Lo Statuto Speciale di Autonomia è un enorme potenziale, finalizzato all’autogestione, con conseguenti maggiori possibili economie ma, soprattutto e ripeto, soprattutto, con la facoltà di poter contare su di una gestione politica e territoriale più circoscritta. È quello che sostanzialmente accade da anni nelle già citate Province di Trento e Bolzano, dove il divario con i confinanti “Ordinari”, è progressivamente aumentato, a loro favore… La vera equità e giustizia sociale sarebbe quindi quella delle medesime prerogative, anche se, a onor del vero, appare purtroppo evidente che non tutte le gestioni “Autonome” in Italia, siano davvero capaci di approfittare di questo enorme vantaggio, non riuscendo a restituire ai territori servizi, infrastrutture e conseguente complessivo benessere alla popolazione.
Ho sempre creduto in un Paese Federale, dove ognuno deve imparare a gestire le proprie peculiarità, con democratiche e doverose attenzioni dei territori “ricchi” verso quelli meno fortunati, tramite oculate forme compensative che non debbono però rischiare di entrare nel gioco vizioso dell’assistenzialismo, a cui purtroppo siamo ormai sin troppo avvezzi. Le vistose differenze amministrative, legate sia a forme legislative differenziate ma anche, purtroppo, a deprecabili situazioni di mala gestio, stanno creando seri scompensi al nostro Paese, che si ripercuoteranno seriamente e negativamente nei prossimi anni, in quanto, perseguendo con l’attuale sistema, anche le locomotive trainanti e cioè le Regioni “Ordinarie” virtuose, non saranno più in grado di trascinare tutte le altre.
Autonomia e gestione politico-amministrativa più vicina al territorio rimangono, a mio parere, le uniche vere possibilità per il futuro della Montagna. Solo successivamente si potrà e dovrà parlare di servizi minimi essenziali, incentivi economici per famiglie e imprese, infrastrutture, regimi fiscali differenziati,sinergie fra turismo, industria, artigianato, agricoltura e allevamento, costo della vita e residenzialità, gestione dei flussi turistici, destagionalizzazione, ricerca di un turismo alternativo e più sostenibile; tutti argomenti validi che senza una differente forma amministrativa, non troveranno mai vera attuazione.
Preoccupa soprattutto vedere che a morire non sono solo quei borghi o quelle vallate, arroccate su terre impervie e con poche possibilità di sviluppo, bensì anche le montagne a me più care, quelle Dolomiti, note come le montagne più belle del mondo. È possibile che muoiano anch’esse? Purtroppo è possibile. Parlo naturalmente delle Dolomiti “Ordinarie” bellunesi e non certo delle “Speciali” trentine e sudtirolesi, come si è ormai ben capito. Con la recente Legge del 2025 sulla Montagna, il Parlamento ha voluto concretamente tentare di dare delle risposte alle ormai sin troppo evidenti problematiche montane. Questo sta a significare che anche a livello governativo “romano” ci si è finalmente resi conto che l’urgenza è tale che, per la difesa di questi territori, non si può più temporeggiare. Ma non sarà purtroppo sufficiente.
Nel mio intimo spero ardentemente che le mie montagne possano nuovamente ritornare ad essere il “centro del mondo” per molte persone, così come lo sono state in passato per i nostri avi.

