L’architettura nella Padova di inizio Novecento: tra elementi tradizionali e innovazioni tecnologiche

L’architettura del primo decennio del ’900 si apre a Padova nel segno della tradizione stilistica, nella quale però si innestano innovazioni linguistiche e invenzioni strutturali, in alcuni casi molto significative: il “mimetismo” eclettico e lo storicismo proprio di Camillo Boito, che caratterizza l’architettura padovana della seconda metà dell’800, lascia progressivamente spazio agli emulatori dello Jugendstil di derivazione viennese, con la struttura ora eseguita in elementi di calcestruzzo armato, implicante una libertà di definizione tipologica e che liberano le piante degli edifici dalla segmentazione dei muri portanti, ora sostituiti da snelli pilastrini, tali da rendere gli edifici atti alla nuova funzionalità della città borghese.

Effetti di un razionalismo antelitteram è la scuola “Dina Luzzato” (1900) di Daniele Donghi (Milano 1861-Padova 1938), che miscela elementi tradizionali e innovazioni tecnologiche: la copertura in travi lignee e i mattoni faccia a vista dei tamponamenti della facciata si coniugano, infatti, con il telaio strutturale in cemento armato. In tale architettura i richiami agli ordini classicisti sono sostituiti da un linearismo cartesiano, producente una geometria modulare dovuta al ritmato dei pilastri e delle finestre. Il riferimento alla tradizione è invece dato del marcapiano e dalla copertura, poggianti rispettivamente su travetti aggettanti.

Esito di uno straordinario esordio professionale è il Collegio Antonianum (1900-1904), riguardo al quale si può leggere di Mario Universo il saggio “L’architettura della Padova nova” in “Padova. Case e Palazzi”, a cura di Lionello Puppi e Fulvio Zuliani, Editore Neri Pozza, Vicenza, 1977), dell’architetto ventenne Gino Peressutti (Gemona del Friuli 1883-Padova 1940). Si tratta di un pensionato universitario annesso alla sede dell’ordine dei Gesuiti a Padova, collocato tra via Donatello e via Briosco. Con questo edificio si inaugura in città lo stile Liberty (“Il valore storico del Liberty va individuato nel fatto di aver saputo coniugare la problematica compositiva e linguistica con gli strumenti della produzione industriale e piegandoli ai fini della qualificazione del prodotto artistico. Nell’architettura, ciò si concretizzò con l’uso del cemento armato e dell’acciaio”, Mario Bortolami, in La Casa vicariale dei santi Fermo e Rustico, Edizioni Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, Padova, 2009), a cui Peressutti si era avvicinato nel periodo di formazione in Austria e seguendo a Gemona la lezione del concittadino Raimondo D’Aronco, padre con Ernesto Basile dello stile floreale italiano. Mentre l’attacco a terra dei prospetti fronte-strada “hanno una rigida impostazione ottocentesca, resa appena un po’ più aggiornata con qualche stucco floreale anche elegante, ma di superficie” (Mario Universo, op. cit.), è nella torre dell’edificio che Peressutti realizza un vero e proprio “manifesto” programmatico dell’Arte Floreale: figurazioni di ghirlande fiorite, pinnacoli e pensiline composte in geometrie naturalistiche, ferri battuti fitoformi, uso del vetro in colorazione si sposano ai nuovi materiali e tecniche costruttive, afferenti allo strutturalismo di scuola viennese, del quale l’edificio ricerca il rigore funzionale. Questa “prova d’arte” vale a Peressutti il titolo di “Architetto ad honorem” da parte dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.

Sempre di sua mano, ma più tardo (1925-1927), è Palazzo Esedra in via Quattro Novembre. L’edificio si sviluppa come quinta di chiusura di una piazza semicircolare ed evidenzia una sorta di involuzione e “ritorno all’ordine” dell’architetto, che in esso usa le gerarchie classiciste, anche se minate da caratteri stilistici di storicità diversa, al fine di elaborare un’immagine di monumentalità a grande scala.

Ma è nel rettifilo del Corso che si mostrano le architetture più significative del periodo: Palazzo Mion (1908) dell’ingegnere Giulio Lupati, testa d’angolo con via San Fermo su piazza Garibaldi, “metaforica porta d’ingresso verso la città nuova” (Adriano Rabacchin, Palazzo Raccontati, in Padova 1890 1915: la città, il costume, le arti, catalogo della mostra omonima, edizioni Cassa di Risparmio, Padova, 1987), e il Palazzo Venezze (1907) sempre di Peressutti; l’Albergo-Teatro del Corso, la villa Maluta, il Palazzo Folchi alla Stazione. Edifici ai quali seguono nel decennio successivo il Palazzo delle Poste, quello della Cassa di Risparmio e il Palazzo Zuckermann (Zuccari).

Palazzo Folchi (poi Albergo Grand’Italia), del 1909, è opera dell’architetto Primo Tertulliano Miozzo e rappresenta un’altra illustre realizzazione del Liberty padovano, imparentato a quello di matrice belga-francese; l’elegante facciata d’angolo ben introduce il rettifilo verso il centro città. Di grande effetto i ferri battuti ornanti i balconcini, opera di Adolfo Calligaris, e le mensole di arredo agli stessi, figuranti Talomoni e Cariatidi ornati di ghirlande fiorite; raffinatissimi gli interni con stucchi, affreschi e dorature di artigiani padovani. Oliviero Ronchi, nella sua Guida storico-artistica di Padova e dintorni del 1922 (Edizioni Tipografia del Messaggero), ne esaltava proprio gli interni e in particolare “due salotti riproducenti fedelmente le decorazioni di due sale del Louvre”.

Nel medesimo solco Liberty è Villa Maluta, realizzata nel 1912 su progetto dell’ingegnere Giulio Lupati e ornata dai ferri battuti sempre del Calligaris. Lo stesso Lupati è compartecipe, con Marco Manfredini, della ristrutturazione dell’albergo Storione (tra il Municipio, via VIII febbraio e via San Canziano), opera sobria e di geometrie asciutte, ma che è il contenitore del ciclo decorativo (1904-1905) di Cesare Laurenti (1854-1936), “considerato a ragione il capolavoro dello stile Liberty in terra veneta” (Franco Pellegrini, in Un patrimonio per la città. La collezione Antonveneta a cura di Eleonora De Filippis, Edizioni Skira, 2009).

L’Albergo-Teatro del Corso (1912), palazzo d’angolo a nord del Piovego tra il Corso e via Trieste, è costruito su progetto dell’ingegnere Renzo Candeo, su impianto Ottocentesco e in stile Eclettico, che ha già assimilato anche il Liberty al nuovo conformismo.

Di Daniele Donghi è la Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (1913-1920) sita sempre sul Corso (Elena Annovazzi, Palazzo Donghi in Padova e il suo Territorio n. 101, Padova, 2003), risultato dell’obiettivo dell’Istituto che intende trasferire la propria sede da Palazzo Dondi dell’Orologio, in via Pozzo, a un luogo di maggior visibilità. “L’intero edificio è stato pensato per trasmettere in maniera chiara e comprensibile gli obiettivi e le funzioni della Banca, quasi dovesse diventare l’immagine stessa della Cassa di Risparmio. Ogni particolare e ogni decoro sottolinea le funzioni e le caratteristiche simboliche, etiche e commerciali della sua struttura. In ogni decorazione sono ribaditi i capisaldi del significato del “risparmio”, in modo che gli utenti possano ricordali facilmente” (Elena Annovazzi, op. cit.). All’interno si trovano ricche decorazioni parietali in stile Liberty, realizzate da Giovanni Vianello. L’impianto tipologico è probabilmente derivato dalla Landerbank (1882) di Otto Wagner (Gianni Fabbri in AA.VV., La città di Padova. Saggio di analisi urbana, Officina Edizioni, Roma, 1970), padre della Secessione Viennese.

Palazzo Zuckermann (l’imprenditore fondatore della Zedapa), sempre su Corso del Popolo in fronte all’Arena Romana, è del 1912-1914; disegnato dall’architetto milanese Filippo Arosio, ha immagine ancora ottocentesca, con monumentalità storicista. Il Palazzo delle Poste (1912), posto frontalmente alla Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, è progettato da Alessandro Peretti e trova l’elemento generatore, come nella stessa Cassa di Risparmio, nella grande sala pubblica. Peretti, allo stesso modo del suo Foro Boario, crea un organismo planimetrico funzionale e autonomo dalla facciata monumentale ed eclettica, poiché quest’ultima assurge a ruolo simbolico di rappresentatività del potere pubblico, tanto più importante per l’affaccio sul rettifilo che segna la “Padova Nova”.

Per finire si segnalano le circa 300 abitazioni “operaie” (1904-1915) che sorgono a Padova soprattutto per iniziativa dell’Opera Pia Case Operaie, promossa dal Comune e dalla Cassa di Risparmio. Agli interventi dell’Opera Pia si affiancano quelli di imprenditori privati, quali Mattiello e Cavazzana, e di alcune cooperative di lavoratori e insegnanti. Gli interventi di edilizia popolare si localizzano quasi esclusivamente all’interno della città antica, non alterandone la forma e l’immagine: le case di via Orsini (1904) lungo via Citolo da Perugia, Raggio di Sole e Orsini; il “quartiere Umberto I” tra via Cavalletto e via Acquette (in anni successivi demolito e ricostruito); i fabbricati di via Michele Sanmicheli e via Bartolomeo d’Aviano (Pontecorvo); il “quartiere Venezia” al Portello; il quadrato compreso tra le vie Stratico, Poleni, Loredan e Marzolo (1909-1912). Per iniziativa di privati imprenditori vengono realizzati i quartieri di via Cavazzana (appunto da Cavazzana) e via Bezzecca (da Mattiello).

Questi interventi si collocano in prossimità alla cinta muraria cinquecentesca proprio perché il “guasto”, previsto dall’area di rispetto delle mura stesse, è di proprietà comunale e quindi “a costo zero” per l’acquisizione pubblica del suolo.

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