Le radici dell’Europa

Un saggio storico cerca di presentare come un mito, per negarle, le origini cristiane del nostro continente. Ben venga ogni discussione, ma siamo in disaccordo

Verrà un giorno in cui non si potrà più dire che due più due fa quattro.

Questa peraltro approssimativa citazione di G. K. Chesterton riemerge dai recessi della memoria nel trovare esposto e positivamente commentato su un autorevole settimanale di cultura (La Domenica del Sole 24 ore del 24 aprile 2024) un libro dal titolo quanto meno sconcertante: Il mito delle radici cristiane d’Europa. Dalla rivoluzione francese ai giorni nostri. L’autore si chiama Sante Lesti. La casa editrice, Einaudi, porta il nome di uno dei “padri” della unità europea.

In trecento fitte pagine questo libro ripercorre criticamente un orientamento della cultura otto-novecentesca volto a sostenere che alla base della realtà europea sta il cristianesimo.

Gli autori che reagirono alla rivoluzione francese e alle sue conseguenze (Ballanche, Bonald, Novalis, Lamennais, Chauteaubriand, De Maistre, ma anche pittori come Hayez, intellettuali come Gioberti e così via) e i loro seguaci di seconda e terza generazione dopo la seconda guerra mondiale avrebbero, per così dire, passato la palla ai papi, Giovanni XIII, Pio XII, Paolo V, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI – finché a interrompere il gioco è venuto Francesco.

Ora qui non si tratta di entrare nel merito dei singoli argomenti, che si possono approssimativamente anche prendere per buoni, e tanto meno di discutere la discutibilissima scelta politica che ha fatto accantonare le radici cristiane dell’Europa unita. Qui ciò che sconcerta è che il tentativo di recupero di un valore storico avvenuto negli ultimi due secoli venga presentato come la costruzione di un mito: il mito delle radici cristiane d’Europa.

Vediamo intanto di stabilire il significato delle parole. Per Europa comunemente si intende quella parte di mondo che è compresa fra l’Atlantico, il Mediterraneo e la catena dei monti Urali (a meno che non si preferisca qualche più ravvicinato confine orientale). Radici sono chiamate di solito le ramificazioni sotterranee delle piante e il termine viene usato metaforicamente senza perdere il suo significato di presenza che non si vede ma c’è, con una fondamentale funzione di sostegno.

È evidente che, se le radici di una pianta affondano sottoterra, quelle di una comunità, sia locale che nazionale o continentale, si trovano negli strati che il tempo ha accumulato dietro di essa, in una parola nel suo passato, il quale, quando è rivisitato criticamente, su base documentaria, si chiama Storia. Ora questo libro non nega che l’Europa abbia radici che si ritrovano nella sua storia, non lo nega e nemmeno ci si sofferma, perché ciò che vuole sostenere è che quelle cristiane sono un mito.

E siccome (vedi vocabolario greco-italiano del Gemoll) già in greco mito significa, oltre che parola, discorso, narrazione, comando, anche fama, narrazione che non ha fondamento storico, racconto inventato, leggenda, favola; siccome nelle traduzioni moderne ne sono accolti soltanto gli ultimi significati e qui, a togliere ogni possibilità di equivoco, si parla di un mito intenzionalmente costruito; ne consegue che, se sono un mito, le radici cristiane dell’Europa non hanno corrispondenza reale in quegli strati del tempo che costituiscono la Storia.

D’altra parte l’Europa, che per 15-16 secoli è un mero nome vagamente indicativo, assume la consistenza di una definizione storica nell’800 d.C., quando Carlo Magno fonda, per forza di cose circoscritto alla Francia, la Germania e l’Italia, e con una forte connotazione cristiana, il Sacro Romano Impero: Romano, appunto, per ideale continuità storica, e Sacro per attuale portata religiosa.

Questa spesso determinante componente cristiana accompagna per dieci secoli gli sviluppi della storia d’Europa e ne costituisce il fondamentale carattere unitario: siano feudi, comuni o monarchie nazionali, lottino contro l‘ Islam, o contro le orde barbariche dell’Asia, o, come sempre più spesso avviene, fra loro, gli europei questo avranno sempre in comune: di essere, sentirsi e dichiararsi cristiani: le eresie stesse, i roghi, le Crociate e le terribili guerre di religione del ‘500-‘600 lo dimostrano.

Con ciò non si vuol dire che l’Europa non si sia sviluppata anche sulla base di altri forti valori, si vuol dire soltanto che in tutti, o quasi, i suoi svolgimenti si trova una comune impronta cristiana, senza la quale non si spiegherebbero nemmeno quelle di tipo diverso, in quanto ad essa, per azione o reazione, indissolubilmente intrecciate.                               

Sia pure con oscillazioni critiche e valutative anche rilevanti, nessuno ha mai messo in dubbio questi fondamentali dati di fatto, peraltro ampiamente dimostrati da innumerevoli documenti degli archivi, da tante opere d’arte dei musei d’Europa – nonché dalle chiese di ogni epoca e stile che ne punteggiano tutto il territorio.     

Dunque durante dieci secoli, nella coscienza dei suoi popoli come nelle realtà dei fatti documentati e degli oggetti prodotti, l’Europa è stata in gran parte connotata dal cristianesimo e in questo comune carattere unitario si è riconosciuta. Dopo l’Illuminismo e la rivoluzione francese, che hanno fatto del loro meglio per distruggerlo, i romantici reazionari già ricordati – e altri ancora – hanno cercato di recuperarlo e rimetterlo in evidenza con una operazione culturale che è stata ripresa dai papi del ‘900.

Considerare questo tentativo di recupero di valori storici – le radici cristiane d’ Europa – come la costruzione di un mito realizzata negli ultimi due significa perciò non rifiutare il cristianesimo, ma negare realtà alla storia dei dieci secoli precedenti.

Ben poco ci sarebbe da aggiungere, se non inducesse a un’ulteriore riflessione il fatto che questo libro di Sante Lesti presenta un atteggiamento già riscontrato: per esempio, in Frammenti di eternità di Luigi Canetti (Parma, 2002) a proposito delle reliquie cristiane, che l’autore sottopone a una drastica revisione critica basata sul semplice fatto che “di per sé non esistono”, essendo “di volta in volta il portato e la determinazione di pratiche operative e discorsive” prodotte dalla società.

Insomma, insieme a quello delle radici cristiane, un altro caso – anzi un caso precedente di “costruzione” che peraltro va ben oltre le reliquie e si estende a molti “falsi oggetti storici naturali, quali appunto la religione, il cristianesimo, la santità, il patrocinio, il miracolo”: tutte costruzioni e apparenze che vengono spacciate per realtà storica, al progetto della cui “futura demolizione” e “demistificazione” l’autore si augura di “poter fornire un piccolo contributo.

È la veste contemporanea del nominalismo medievale? O dell’estremo relativismo illuministico di David Hume?

Chiarissima è comunque l’intenzione – diciamo pure il programma – di frantumare, svuotare di realtà, in una parola abolire, almeno nelle sue forme finora riconosciute, quel passato in base al quale il nostro presente costituisce la propria identità e si proietta nel futuro.

Per fortuna, anche se, con buona pace di Carlo Levi, le parole non lo sono più, le cattedrali restano ancora pietre.

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