Il popolo in Dostoevskij secondo Romano Guardini

Lo studioso tedesco rifletté sul senso del sacro e del mistero nell’opera del grande scrittore russo

Il saggio Il mondo religioso di Dostoevskij di Romano Guardini, apparso la prima volta nel 1932, si apre con il capitolo: “Il popolo e la sua ascesa verso il sacro”.

“Popolo”, in Dostoevskij, – afferma il grande pensatore tedesco – è la parola compendio di quanto c’è di più genuino e profondo nell’uomo, intendendo con essa non solo l’umanità schietta e primitiva, ma anche l’uomo indifeso e perseguitato, sfruttato e oppresso, che proprio per questo però è più vicino “alle cose eterne, cinto dalla protezione dell’amore divino”.

Cresciuto con la terra, questo popolo vive “in intima unione con gli elementi primordiali dell’esistenza” e sente “la vivente unità dell’universo”. Miserabile sì, e peccatore, ma rappresentante dell’umanità autentica, “sano e forte nonostante il suo avvilimento”, è diverso dall’uomo colto (l’occidentalista) che, volendo emanciparsi, è finito per vivere in modo artificioso e malato.

Popolo è ancora “l’uomo immediato”, in cui non si è spezzata l’unità e che accetta l’esistenza così come gli è data; è l’uomo che pensa per immagini e avvenimenti e non in astratto; è l’uomo il cui istinto è ancora infallibile, perché “gli sono maestre le tacite potenze creative”.

Certo, nel popolo c’è anche molto di male: passioni fulminee, cattiverie, violenze, furore, crudeltà, ubriachezza, corruzione, al punto che si può affermare che “tutte le potenze del male operano in lui”. Tuttavia, anzi persino in questo, “il popolo è buono come un fanciullo”.

“Questo popolo è vicino a Dio”.

In Dostoevskij acquistano senso religioso i fenomeni elementari della vita quali “la terra e il sole, gli animali e le piante, la maternità, l’infanzia, il dolore e la morte”, perché non significano solo quello che sono, ma anche sempre “un’altra cosa”, perché sono “vie attraverso le quali il creato si avvicina a Dio”.

Mentre in Occidente “il sentimento religioso sembra dominato dalla credenza che Dio, dopo aver creato il mondo”, “l’abbia posto nella solitudine delle cose concluse e perfette, sicché il rapporto religioso si è come stabilito a distanza”, in Dostoevskij il mondo non si sente posto dal Creatore nel distacco e nell’autonomia delle opere compiute, ma come a riposo “nella mano di Dio”.

L’uomo di Dostoevskij però non adora la natura e non identifica il mondo con Dio (né naturalismo né panteismo). “L’opera misteriosa che Dio svolge nella natura è caratterizzata dalla redenzione, è un’azione in vista di una nuova creazione”, perché Dio si manifesta sì nella natura e nella vita, ma “nel segno di Cristo, e mediante Cristo invita l’uomo a uscire dal puro e semplice complesso dei legami naturali per entrare nel Suo regno”. Se ciò non accade, se cioè l’uomo non si stacca dal semplice piano della natura, non diventerà mai una creatura di Dio, ma rimarrà un essere pagano.

Nei suoi romanzi Dostoevskij ci mostra molte figure in cui parla quest’anima del popolo, ma in altre si rivela anche un pericolo latente. Per il fanatico Satov, nei “Demoni”, “Dio diventa un attributo della personalità del popolo; in Marja Lebjadkina la Madre di Dio e la terra si fondono nella pagana Magna Mater”. É invece il Cristo che il popolo credente sente nella natura e nell’esistenza. Per lo starets Zosima “anche gli animali hanno Cristo” e gli uccelli lo lodano. É così che tutta l’esistenza è sentita come posta sotto il volere di Dio.

“Questa azione trasformatrice appare soprattutto nel dolore. Il popolo di Dio soffre terribilmente. Tutta la sua esistenza è segnata dal dolore. Ma esso è accettato e sofferto come espressione della volontà di Dio”. È in tale modo che si compie “una continua trasformazione del mondo, da realtà puramente naturale, in creazione che ha un linguaggio cristiano”.

Il popolo diventa così un mistero divino al quale si deve credere, al punto che “chi perde il contatto col popolo lo perde anche col Dio vivente”, idea, questa, che sa molto di romanticismo, che tuttavia si spiega con il legame che esiste in Dostoevskij tra popolo di Dio e nuova creazione. E questo popolo però non viene per nulla idealizzato, pur essendo Dostoevskij uno dei più grandi scrittori romantici, perché il suo popolo è sempre visto con molto realismo “in tutta la sua sozzura, nei suoi vizi, nella sua depravazione e ignoranza” pur rimanendo popolo di Dio.

La sua vita però non è mai giudicata santa per se stessa, ma aperta alla santità, cosicché “può accadere da un momento all’altro che l’individuo più corrotto, standosene mezzo ubriaco in una taverna, si metta a parlare di Dio e del senso dell’esistenza con tanta profondità che non si può fare a meno di ascoltarlo, poiché egli è degno di fede”.

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