Ricordo di Galeazzo Viganò, un artista da non dimenticare

Apprezzato e stimato da numerosi critici e studiosi a livello nazionale, rischia un ingiusto oblio a soli tre anni dalla scomparsa

Non vorrei contraddire le conoscenze degli attuali addetti ai lavori se osservo che, per quanto ne so io, troppo poco ora si parla di un artista come Galeazzo Viganò, nato a Padova nel 1937 e spentosi tre anni fa in un solitario desolato ricovero all’Istituto Configliachi. Sembra quasi trattarsi di un incipiente oblio che può forse già trovare conferma nelle scarne informazioni fornite dai giornali e dall’“onnisciente” Internet, dove a suo proposito si legge, ad esempio, la seguente ammissione: “Le ricerche raccolte per questo artista non sono ancora sufficienti a generare un elenco di artisti collegabili a Galeazzo Viganò”. Eppure stiamo parlando di un pittore che nel corso del secondo Novecento ha avuto un’attività costante, attestata da un’opera intensa e di indiscutibile rilievo, tanto da suscitare l’interesse e il convinto apprezzamento di alcuni fra i maggiori critici come furono, per citare soltanto alcuni fra i più partecipi e noti, Sergio Bettini, Giulio Carlo Argan, Cesare Segre, Lionello Puppi, Guido Ceronetti, Giorgio Segato, Caterina Virdis Limentani, Giovanni Lorenzoni, fino al più giovane Vittorio Sgarbi, ancor oggi presente e attivo.

La mia conoscenza di Galeazzo fu abbastanza tardiva. Avvenne nel primo anno del nuovo millennio, a una riunione del Rotary di Padova Euganea. Al pranzo mi trovai casualmente seduto accanto a un nuovo socio. Lì per lì mi appariva un po’ spaesato. Gli domandai se era nuovo nel Club. Lui mi rispose che era “nuovissimo”, aggiungendo subito che si chiamava Galeazzo. Mi sorpresi quando mi disse che già mi conosceva, rivelandosi al corrente di alcuni miei lavori riguardanti Baudelaire e Rimbaud. Non senza un certo imbarazzo gli chiesi quale era la sua attività. “Dedico il mio tempo all’arte: pittura e incisione”, fu la sua quasi distratta risposta. Non mi è rimasta compiuta memoria della conversazione che seguì, che fu comunque gradevole e cordiale. Ricordo soltanto che a un certo punto gli avevo chiesto quali erano gli artisti padovani che gli sembrassero più meritevoli di considerazione. Dopo aver assunto un atteggiamento apparentemente serio e pensoso, alla fine esclamò: “Mantegna”. Provai simpatia, perché questa battuta inattesa (io pensavo ai pittori contemporanei) fu da lui pronunciata con un particolare tono, in bilico fra serietà e ironia, capace comunque di renderla divertente. Mi viene adesso in mente che non volle proseguire la conversazione, com’era forse naturale, parlando della sua arte. Si mise invece a raccontare con vivacità episodi del suo giovanile passato sportivo, che si era espresso con successo nella pratica del rugby. Spiegava in quale modo eseguiva il placcaggio e illustrava altre particolarità di quello sport duro e vigoroso. Ricordo che ogni tanto si divertiva a mimare con perfetta pronuncia il particolare accento piemontese. Osservandolo, si vedeva bene quanto Galeazzo, nonostante l’età già matura, potesse ancora vantare un fisico atletico e una disinvolta scioltezza nei movimenti. A un certo punto, e chissà per quale strana combinazione di segrete associazioni, mi accorsi di

capire meglio anche lo spessore dell’artista che mi sedeva lì accanto e con il quale sentivo che stava per accendersi una reciproca spontanea amicizia.

Ne ebbi conferma nei successivi incontri al Rotary, che tuttavia si andarono via via diradando per essere sostituiti dai replicati inviti, anche a pranzo, a casa sua. Galeazzo abitava, con l’intelligente e premurosa compagna Sandra Varagnolo, al terzo o quarto piano di un palazzo del centro cittadino, in via Dondi dell’Orologio, 21. Vi si accedeva salendo una ripida e buia scala. In cima si era accolti da un arioso soggiorno e, sulla destra, si poteva scorgere il suo studio: tre stanzette appartate dotate anche, se ben ricordo, di una terrazza panoramica. Là dentro ebbi modo di fare più volte ingresso nel mondo reale dell’artista, di seguire l’evoluzione, graduale ma sensibile, del suo ininterrotto e metodico lavoro. Non era un normale studio di pittore. La disposizione degli oggetti, ordinatissima, e comunque l’intero insieme lasciava piuttosto pensare a un laboratorio scientifico d’altri tempi, e più precisamente all’atelier di un alchimista o di un mago. Boccette e vari altri oggetti di forme e colori diversi si allineavano sulle mensole alle pareti. Meglio non li poteva elencare con il loro giusto nome il critico Lionello Puppi in una sua nota: “Negli ultimi anni, non ha cessato di ampliare il corredo del suo studio padovano con brunitoi, macinelli, mestolini, spatole, pennelli ecc., da lui stesso fabbricati elaborati o composti con materiali affini a quelli di cui sono costituiti i suoi quadri” (Galeazzo Viganò, ritratti 1956-2013, a c. di Caterina Virdis Limentani, Note biografiche, p. 193). Qualche volta Galeazzo mi spiegava con quali intendimenti e procedimenti eseguiva le sue opere. Si rivelava poco interessato agli aspetti economici della sua attività, anche se dal lavoro artistico sembravano dipendere le sue intere risorse finanziarie. Non nascondeva il limite di dover soddisfare i desideri, talvolta curiosi, dei committenti, come ad esempio, mi diceva, il Doppio ritratto Centanini. Portava sempre con sé un elegante e corposo taccuino, nel quale annotava quanto lo poteva interessare ricorrendo a schizzi già molto elaborati e a frasi scritte con una cura grafica che le faceva assomigliare a manoscritti antichi.

Ricordo bene con quale divertito e quasi fanciullesco trasporto, di fronte alle ricorrenti rappresentazioni marine dei suoi quadri, mi raccontava di vicende, scoperte ed emozioni dei suoi viaggi per mare, compiuti con una sua personale barca che avventurosamente lo portava dalla prediletta Venezia alle coste dalmate e, affascinato dalla cultura dell’antica Bisanzio, con altri mezzi in più lontane regioni del vicino Oriente. Notavo però che nei suoi quadri la fattura delle più o meno ampie visioni di mare non aveva praticamente nulla, come dire, di “realistico”, e in ogni caso assai poco evocava le esperienze concrete di cui mi parlava. “Sì”, mi rispondeva, “quei mari sono la trascrizione dei miei sogni”. Io li vedevo piuttosto come l’espressione, nell’economia del quadro, di una esigenza squisitamente compositiva e coloristica a servizio di una visione interiore, simbolica. Ammiravo la sua straordinaria capacità di saper mettere insieme realtà e sogno, la meticolosa perfezione figurativa (specie di monumenti, chiese, gioielli, oggetti vari, animali ecc.) e la più spregiudicata immaginazione che poi determinava il senso complessivo del quadro. Gli dicevo che le sue opere avrebbero senz’altro suscitato l’interesse di un André Breton, il padre del Surrealismo, quello che inizialmente aveva tanto esaltato l’opera del primo De Chirico ‘metafisico’. L’accostamento gli risultava particolarmente gradito. Era poi stupefacente vedere con quale naturalezza dalla descrizione delle sue opere e degli aspetti che più le caratterizzavano passava a illustrare alcune sue esigenti e complicate ricette culinarie, preferibilmente a base di carni peregrine accompagnate da selvaggine abbondantemente frollate. A volte, di fronte al cibo, manifestava una sfrenatezza che non sarebbe esagerato definire pantagruelica. In questo suo comportamento mi sembrava ravvisabile una forma di disperazione, quasi un singolare cupio dissolvi. “Da oggi sono dichiarato ufficialmente diabetico”, mi annunciò un giorno col tono di chi ha ricevuto un’onorificenza.

Le nostre frequentazioni divennero ancora più regolari quando Galeazzo fu accolto come socio dell’Accademia Galileiana. Gli fu subito assegnato l’incarico di fare il distintivo del sodalizio. Niente di più congeniale per lui, che concepiva ogni sua opera con l’impegno del cesellatore, conferendo a quanto elaborava il valore e la compiutezza degli oggetti preziosi, se non addirittura dei più pregiati gioielli. Il distintivo, della più raffinata fattura, ottenne a buon diritto il migliore successo.

Si vedeva con evidenza che intanto il suo umore andava rabbuiandosi. Sempre più l’ossessionava la gelida formula funebre “È mancato…”, da lui pronunciata sempre al maschile perché lui stesso ne era il soggetto. Incontrandomi, la ripeteva con un sorriso amaro. Non potrò mai dimenticare la sua espressione di pianto trattenuto nel momento in cui mi comunicò (eravamo all’Accademia) che non c’era più la sua adorata Sandra. Quando, alcuni mesi dopo, venni a sapere che anche lui ‒ dopo aver abbandonato l’amato studio per andare a rinchiudersi in una casa di riposo ‒ aveva raggiunto la compagna, col cuore spezzato immaginai la desolata solitudine che dovette prostrare quegli ultimi suoi giorni, pur trovando io conforto nella certezza che la sua luminosa e importante arte resta a noi come prezioso bene umano e nella speranza che essa un giorno possa davvero avvicinarsi al riconoscimento di cui da secoli gode quella del nostro immortale Mantegna.

[Opere da collezione privata]

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