La religiosità di Leopardi

Una conferenza di Loretta Marcon, profonda conoscitrice e affermata studiosa dell’opera e della vita del poeta di Recanati

La professoressa Loretta Marcon, padovana, studiosa esimia di Giacomo Leopardi, ha tenuto, giovedì 19 settembre 2024, una conferenza a Padova, a Palazzo Zacco-Armeni, sulla religiosità di Leopardi, dal titolo “La religione. Il pregiudizio. Il teorema contributivo in Giacomo Leopardi”. Il pensiero della Marcon sulla religiosità del grande recanatese consiste in uno scavo nell’opera leopardiana per coglierne gli aspetti profondi di una religiosità tutta particolare e singolare trascurata o messa in ombra dalla critica ufficiale. È un Leopardi diverso, quello cui ci mette di fronte la Marcon nel volume Virtù non luce in disadorno ammanto. La “Religione minacciante” e la dottrina della retribuzione nella vita di Giacomo Leopardi (Fermenti Editrice), che raccoglie i contributi che nel tempo l’autrice è andata componendo intorno all’uomo Leopardi e al suo difficile rapporto con il problema religioso. Contributo che ne chiamano in causa la formazione, i rapporti familiari con presenza e influenza ingombranti, con letture imposte o scelte con inquieto consentimento. Il tutto sulla scena di una fanciullezza improntata a certi modelli urgenti dell’epoca, una “religione del terrore”, con una visione pesantemente “giuridica” e punitiva di Dio, in una sorta di “misticismo del dolore”. Un Leopardi desideroso e al tempo stesso impossibilitato di misurarsi direttamente con Dio, in un vero corpo a corpo, per cercare, per porsi nella sua solitudine le domande essenziali, necessarie di fronte alla realtà, in una impari sfida, consapevole dolorosamente di non poter vivere con Lui, ma nemmeno senza di Lui. Solo, con il “suo denudamento e la sua disperata e mai detta fede in Dio”, secondo l’appassionata lettura di Carlo Bo. È in questi termini che si pone Leopardi e chi, come la Marcon, ne interroga instancabilmente vita e opere per coglierne il mistero. La Marcon si addentra – scrive Vincenzo Guarracino nell’Avvenire del 23 agosto 2022 – nei libri di Giobbe e di Qohélet per evidenziarne il significato all’interno della visione della vita e nelle opere del Recanatese. Il risultato è un percorso che conferma la necessità del Sacro come condizione ineludibile in ogni uomo prima e ancor più che nel poeta: una condizione che “non consiste nell’accoglimento di Dio, ma nel sentirsi circondato dal Sacro”.  Giobbe e Qohélet costituiscono come due fondamentali punti di riferimento per capire l’evoluzione spirituale e intellettuale di Leopardi: soprattutto il primo, cui il Carducci lo aveva assimilato definendolo una sorte di “Giobbe del pensiero italiano”, e sulle cui tracce la Marcon si pone indagandone i nodi essenziali con fedele parallelismo testuale soprattutto nel capitolo “L’Operetta Morale mai scritta: Storia di Giacomo e Giobbe”, dove il dolore risulta davvero esperienza essenziale e veicolo di conoscenza, in virtù del quale,  nel teatro del “mistero eterno” della “Verità” dell’esistenza, la malattia da punizione divina acquista quasi i connotati di un privilegio, malattia che, benché dolorosissima, si rivela quanto mai provvidenziale, addirittura come chiave d’oro alla poesia”
Il recanatese rifiuta la religione metafisica, ma esalta la religione pratica perché induce l’uomo ad agire e a non a chiudersi in se stesso. Per Leopardi l’uomo deve occuparsi delle cose terrene e non celesti e per questo non crede in una vita futura oltre la morte e polemizza con gli spiritualisti del suo tempo, che definisce “secol superbo e sciocco”. L’errore più grave della religione – per Leopardi – è quello di rifiutare la verità fondamentale che è l’infelicità della vita umana. Egli rifiuta la religione che illude l’uomo prospettandogli una felicità ultraterrena: “eccelsi fati e nove / felicità quali il ciel tutto ignora, / non pur quest’orbe, promettendo interra / a popoli che un’onda  / di mar commosso, un fiato / d’aura maligna, un sotterraneo crollo / distrugge sì, che avanza / a gran pena di lor la rimembranza” (Ginestra, 98-110). La figura di Leopardi – dichiara la Marcon in una intervista –  mi ha sempre affascinato e non solo per la sua sublime poesia. Il suo pensiero, che esamina e sfaccetta tutti gli aspetti della vita umana, è un qualcosa che mi ha attratto in un modo molto forte spingendomi verso una strada che si è rivelata, mano a mano, assai intricata e complessa. Mano a mano che procedevo nello studio e nella ricerca pensavo, con sempre maggior convinzione, che la tesi dominante della critica che, fin dal 1947, propugna l’ateismo e il materialismo assoluti di Leopardi, forse non era proprio corretta. Considerando tutta l’opera e la stessa vicenda esistenziale di Leopardi, mi sembrava di poter rilevare una religiosità profondissima. Non ho mai avuto la presunzione di pensare che il mio “volto” di Leopardi rispecchiasse ciò che egli fosse stato davvero; ho solo cercato, con umiltà, di ritrovare tutti quei frammenti e documenti trascurati dalla critica imperante poiché non combaciavano con l’immagine ormai consolidata di un Leopardi ateo.

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