John Ruskin e la chiesa veneziana di San Moisè

Il giudizio del celebre storico e scrittore sull'”insolito ateismo” della famiglia Fini

John Ruskin (1819-1900), docente di Storia dell’Arte a Oxford, nel suo libro più famoso Le pietre di Venezia (1852) si occupa brevemente della chiesa di San Moisè, la cui facciata marmorea venne realizzata nel 1668 da Enrico Meyring su disegno dell’architetto Alessandro Tremignon per volontà della famiglia Fini quale monumento sepolcrale della stessa. I Fini erano tra le famiglie più in vista della Serenissima, proprietari di un notevole palazzo sul Canal Grande e di una villa padronale con vasti possedimenti terrieri a Limena (oltre 1300 campi, circa un terzo dell’attuale territorio comunale).

Vincenzo Fini (1606-1660), appartenente alla nobiltà cretese, divenne avvocato di successo a Venezia e nel 1649, sborsando centomila ducati, ottenne l’iscrizione nel “Libro d’oro” della nobiltà veneta e nel 1658 anche l’importante carica di “Procuratore de citra” (la più alta, dopo quella del doge), pagando altri cento mila ducati, quando di solito ne bastavano ventimila. La facciata di San Moisè venne finanziata con un primo lascito testamentario di trenta mila ducati proprio da Vincenzo e con un secondo di sessanta mila da Girolamo.

Ebbene, Ruskin in questo sua opera, omaggio al suo amore infelice per Venezia, non usa mezzi termini per definire questa facciata “volgare” e “come manifestazione d’insolito ateismo”, oltre che come “culmine d’ogni follia architettonica”, dedicata al culto di una famiglia anziché a Dio. E comunque ancor più taglienti sono stati i giudizi di Pietro Selvatico e di Jacob Burckkardt. Per il Selvatico siamo infatti di fronte al “culmine d’ogni architettonica follia, sregolatezza di una meschina mente a cui manca l’ingegno” e per il Burckhardt non si tratta di “vera architettura, bensì di lavori di ebanisteria eseguiti in marmo”.

Su di essa, tra putti e ornamenti floreali, dominano a sinistra il busto di Girolamo Fini, a destra quello del nipote Vincenzo e al centro su di un obelisco quello del capo famiglia Vincenzo Fini “con relative lapidi indicanti onori e uffici, meriti civili munificenza religiosa e le date di morte a memoria perenne di gloria. Le figure di cammelli sopra la porta centrale indicano le vie del loro mercato”, scrive Attilio Costantini. Inoltre, la figura della Fama che suona la tromba sembra voler proclamare nei secoli la loro gloria. Il busto di Vincenzo, poi, reca l’iscrizione: omne fastigium implet Vincentius Fini (Vincenzo Fini riempie di virtù ogni fastigio). Simile nella volontà celebrativa doveva essere anche l’iscrizione posta sul frontone della villa limenese che col suo fermo annuncio: nondum finis voleva dichiarare al  mondo il destino perpetuo della potente famiglia.

Sappiamo come andò a finire. La villa limenese scomparsa, le proprietà terriere vendute nel 1813 dalla vedova di Girolamo Vincenzo Fini per il sostentamento della famiglia e per l’educazione dei figli, il palazzo sul Canal Grande, dopo la caduta della Serenissima, prima frazionato e affittato, poi definitivamente venduto e trasformato in Grand Hotel e dal 1972 proprietà della RegioneVeneto.

(Qui sotto: il complesso della Villa Fini a Limena, ora scomparsa, in un disegno del 1722)

Ti potrebbero interessare anche questi articoli

Le tracce della maturità, possibili mappe per uno sguardo consapevole sul presente

Proprio mentre scrivo queste righe, oltre cinquecentomila ragazze e ragazzi stanno ultimando la prova d’esame d’italiano per i vari indirizzi della maturità, accomunati dall’idea di un traguardo che separa, almeno idealmente, l’adolescenza dall’età adulta. Vaglio le sette tracce (delle quali,…Continua a leggere →

Alla ricerca del sistema elettorale perfetto: illusione o puro opportunismo?

Alla vigilia delle elezioni, si mette in campo una nuova legge elettorale. Non è una novità: la maggioranza pro tempore cerca di cambiare le regole per rendere più probabile una propria vittoria. L’esperienza passata ci insegna che è più verosimile…Continua a leggere →

Gli anni delle “am-lire”, la valuta introdotta in Italia nel 1943 dagli Angloamericani

Nel suo libro di memorie L’alba di un mondo nuovo. Alberto Asor Rosa narra, tra le altre cose, l’esperienza di sua madre e scrive: Mia madre, fino alla mia nascita, aveva lavorato in un ufficio come impiegata. La sua liquidazione,…Continua a leggere →

Luigi Stefanini: la cattedra come apostolato cristiano, pedagogico e umano

(Seconda e ultima parte) Luigi Stefanini fu uno dei più autorevoli professori universitari di filosofia. Per lui la cattedra non era ornamento accademico, ma un mezzo per attuare più pienamente la ricerca e uno strumento di apostolato nel senso più…Continua a leggere →

29 aprile 1945: l’eccidio nazista di Castello di Godego si poteva evitare?

Il tragico evento costò la vita a 136 civili innocenti Ricerche storiografiche affermano che il tenente Emilio Pegoraro, comandante partigiano del 4° battaglione, sollecitò il comandante della 34° divisione americana, generale Boiltè, ad inviare alcuni reparti a sud-est di Cittadella,…Continua a leggere →