La narrativa di Giuseppe Berto e la storia recente italiana: una vicenda nazionalpopolare

L’argomento è sotteso, ma neanche poi tanto, a tutta o quasi tutta la produzione letteraria dello scrittore veneto-moglianese Giuseppe Berto (1914-1978), da Le opere di Dio (anzi già da La colonna Feletti del 1940) attraverso Il cielo è rosso, Il brigante e il successivo diario-romanzo Guerra in camicia nera fino, in particolar modo, a Il male oscuro nonché a La fantarca, per giungere al pamphlet Modesta proposta per prevenire e, ancora, al conclusivo La gloria, dello stesso anno della morte (1978).

E ciò senza per niente omettere, anzi, finalmente rivalutandola adeguatamente, la raccolta di articoli su “Il Resto del Carlino” di Bologna, diretto per diversi anni durante la collaborazione bertiana da nientemeno che Giovanni Spadolini (a proposito di connessione tra la figura e l’opera dello scrittore con la storia dell’Italia moderna e soprattutto contemporanea). In detta raccolta, uscita postuma nel 2010 dall’editore Aragno di Torino sotto il titolo Soprappensieri, oltre a vari interventi bertiani di ambito più specificamente letterario, ne compaiono parecchi di riflessione storica, per esempio sul nostro Risorgimento e fino alla Resistenza italiana degli anni ’40 dello scorso Novecento e magari oltre.

Si tratta di capire che, troppo facilmente e opportunisticamente, è stato oscurato il ruolo della matrice monarchica nell’unità d’Italia, a ben vedere così osteggiata dalla presenza plurisecolare di uno Stato pur esso monarchico nonché teocratico come quello romano-pontificio, situato proprio – e non a caso – al centro della nostra penisola, il famoso “stivale” come ci insegnavano le maestre di una volta: presenza che, probabilmente, e solo o almeno in parte, anche l’elezione consecutiva recente di ben quattro Papi stranieri (Wojtyla, Ratzinger, Bergoglio e Prevost) ha consentito di finalmente – e pur faticosamente – metabolizzare nella coscienza già cattolico-romana del nostro tribolato bel Paese. Ricordo a tale proposito un’estrema intervista televisiva allo scrittore ormai morente, nel 1978, presso la sua residenza romana, in cui Berto commentava la da poco avvenuta elezione del Papa polacco (dopo un ultimo sussulto brevissimo di italianità cattolica con il veneto-bellunese Albino Luciani, divenuto Papa Giovanni Paolo I e proprio nell’autunno del 1978).

Il fascismo infatti non è stato altro che il tentativo storicamente quasi coatto, ovvero pressoché imprescindibile (a seguito dell’analogo obiettivo promosso con l’intervento italiano nel primo conflitto mondiale) di rendere davvero popolare e accettata la monarchia sabauda a livello nazionale: non dimentichiamo l’origine straniera, seppure dalla confinante Francia orientale, dei Savoia. E ciò, dopo che, al senz’altro meno sgradito, anche perché in qualche modo ‘garibaldino’, Vittorio Emanuele II, era subentrato il più rigido quanto conservatore Umberto I, non a caso eliminato nel 1900 da un attentato in quel di Monza, come si ricorderà.

Vittorio Emanuele III (è il caso di accennare che il padre di Giuseppe Berto, Ernesto, era maresciallo dei carabinieri “Nei secoli fedele” alla monarchia) non trovò di meglio che appoggiare/sfruttare una rivoluzione “popolare” ambivalente di sinistra-destra come il fascismo, pur di consolidare la propria non tanto ancora autenticamente condivisa leadership nazionale (si pensi altresì all’ombra pericolosa di una possibile, ventilata alternativa pure monarchica con un altro Savoia).

In tutto questo scenario, certo più complesso che semplice ,viene a inquadrarsi l’educazione e la formazione pure cattolica dell’adolescente Berto, tra l’altro a scuola dai salesiani proprio moglianesi dell’”Astori” fino almeno ai suoi 15 anni, e ciò proprio quando, a un certo punto (1929), si stipulò il concordato tra l’ormai ex Stato pontificio e – tramite il primo ministro nonché già Duce Benito Mussolini – Il Regno d’Italia ritenuto fin allora usurpatore dai Papi. Tale excursus di scenario storico recente a qualcuno potrà sembrare un po’ forzato se non quasi pretestuoso, ma in realtà e senz’altro riferibile, prima ancora che all’opera letteraria di Berto, alla sua stessa vita: da Mogliano Veneto, attraverso l’avventura coloniale imperial-romano-fascista, fino al conclusivo periodo di residenza calabrese nel Meridione d’Italia.

Ovviamente quanto qui si è sostenuto avrebbe bisogno di altri approfondimenti proprio per radicare ulteriormente la prospettiva esposta a partire dalla figura e opera di Giuseppe Berto (comprendendovi anche la sua diversa prigionia di guerra dal 1943 al 1946 nel Texas/USA), al fine di configurare ancora più fondatamente una sintesi meno ovvia e precostituita del suo significativo percorso intellettuale e creativo nel quadro complessivo di un approccio meno

convenzionale allo sviluppo storico nazionale, e non solo, tra XIX, XX fino all’attuale XXI secolo, così ormai – per parecchi inopinatamente – globalizzato.

* Intervento a margine della concomitante Mostra a Mogliano Veneto (TV) Verso la gloria. Giuseppe Berto uno scrittore e il suo archivio, dal 6 settembre al 9 novembre 2025, nonché (20 settmbre) della prima Giornata della memoria degli I.M.I., oltre che della ricorrenza risorgimentale della fine militare dello Stato pontificio.

Bibliografia

D. Biagi, Vita scandalosa di Giuseppe Berto, Torino, Bollati Boringhieri, 1999

L. Salvador, Giuseppe Berto scrittore politico. Un profilo complessivo, Padova, CLEUP, 2015

S. Vita,Un fulgorato scoscendere.L’opera narrativa di G. Berto, Ravenna, G. Pozzi ed.,2021

L. Salvador, Berto e il fascismo “immedicato” in Fra Dante e il Duemila. Saggi storico-letterari, Vittorio Veneto (TV), Dario De Bastiani, 2023, II Sezione (pp. 83-253)

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