La Democrazia Cristiana di Zaccagnini: 50 anni fa, prima della crisi dei partiti e della rappresentanza
Si è svolta a Roma su iniziativa di Dario Franceschini una rievocazione del Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, che nel 1976 portò alla elezione a segretario nazionale di Benigno Zaccagnini. Giovanni Minoli con immagini d’epoca ha guidato una ricostruzione di quel congresso, che fu un tentativo di affrontare la crisi di incertezza politica che stava attraversando il paese, con profonde trasformazioni sociali e la precarietà degli equilibri politici, con le difficoltà del rapporto tra Dc e Psi nell’assicurare una maggioranza stabile di governo.
Operazione solo nostalgica? Certo, nel frattempo gli allora “ragazzi di Zac” che furono determinanti per la vittoria di Zaccagnini sono diventati degli attempati signori (io compreso), ma in realtà è stata una occasione importante di riflessione su come i partiti della c.d. prima Repubblica (meglio la Repubblica dei partiti come la definì in un fortunato saggio Pietro Scoppola) affrontavano il dibattito interno e individuavano le soluzioni politiche.
Intanto qualche dato per capire quanto diversa dall’attuale fosse la realtà dei partiti. Il congresso nazionale si svolge a Roma dal 18 al 24 marzo 1976: sette giorni di congresso, cosa impensabile oggi, quando i congressi, se si fanno, durano un giorno. Un congresso deciso in un Consiglio Nazionale nel novembre precedente a sua volta durato quattro giorni. In quel dibattuto Consiglio Nazionale Moro in un impegnato discorso annunciava la necessità di aprire “una terza difficile fase della nostra esperienza” ammonendo che “l’avvenire non è più in parte nelle nostre mani”. Il congresso fu preparato con lo svolgimento di 13.600 assemblee sezionali che elessero 4.194 delegati provinciali in rappresentanza di 1.700.000 iscritti e successivamente 20 congressi regionali elessero i 738 delegati al congresso nazionale. Un congresso molto dibattuto, per nulla scontato, in cui si confrontarono civilmente ma con durezza politica le candidature di Benigno Zaccagnini e Arnaldo Forlani. Si svolsero 166 interventi al Congresso, tutti pubblicati sul quotidiano Il Popolo e poi raccolti in un volume di oltre 500 pagine. I risultati dopo una giornata di votazioni furono proclamati alle 5 del mattino da uno stremato Presidente del Congresso, il veronese Guido Gonella, collaboratore di De Gasperi e segretario della Dc negli anni 50: Zaccagnini batté Forlani 51,57% a 48,43%.
Zaccagnini presentò al congresso una ambiziosa proposta di rinnovamento, ribadendo che la Dc doveva essere ispirata ai valori della prima parte della Costituzione e non poteva ridursi al ruolo di un partito moderato e conservatore. Questo richiedeva un forte rinnovamento della classe dirigente, aprendo in particolare al mondo giovanile e femminile.
Moro svolse uno dei suoi discorsi più impegnati, ricordando le difficoltà del momento: “Una grave crisi economica si accompagna a si lega ad una crisi politica, espressione di grandi mutamenti che hanno corroso profondamente gli equilibri esistenti, così nelle coscienze, così nella vita sociale, così nell’ordine politico. C’è una profonda incertezza e inquietudine”. Moro riconosce che “il partito comunista è una grande forza popolare. La stessa vastità e varietà del suo elettorato e la presenza in Italia di forti fermenti democratici sollecitano ed in un certo senso costringono a battere questa strada”.
Si apre in quel Congresso la strada che avrebbe portato all’apertura ad una collaborazione con il Pci, poi interrotta drammaticamente con l’assassinio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.
Ricordare questi fatti non significa ignorare che poi comunque la crisi dei partiti portò ad una grave crisi di rappresentanza, accelerata dalle inchieste di Mani Pulite, che tuttavia non portarono ad una più aperta vita democratica ma al ventennio del populismo berlusconiano.
Il tentativo di avviare comunque un rinnovamento di idee e di personale politico fu reale. Posso ricordare che nelle successive elezioni politiche del giugno 1976 la rappresentanza parlamentare padovana fu profondamente rinnovata con una ambiziosa apertura alla società civile. In quella occasione furono eletti alla Camera Beniamino Brocca già presidente provinciale delle Acli padovane, Amelia Casadei, dirigente dell’Azione cattolica, Gioacchino Meneghetti, direttore delle associazioni agricole, Natale Gottardo, esponente di Confindustria, al Senato a Padova fu eletto Pietro Schiano, anch’ esso dirigente dell’Azione cattolica. Furono sacrificati esponenti importanti della Democrazia cristiana per consentire questa apertura al mondo esterno.
Un’altra società, un altro mondo politico, modelli che non sono replicabili. E tuttavia bisogna capire che la democrazia per ben funzionare ha bisogno di una infrastruttura democratica che faciliti la partecipazione dei cittadini e dia base più solida al consenso che si esprime nelle elezioni. Se nel 1976 deposero la loro scheda nelle urne il 93,39% degli elettori e nel 2022 la percentuale si è ridotta al 63,91% un motivo c’è.


