L’Orcolat si muove e la terra trema: mezzo secolo fa il terremoto del Friuli

Orcolat – Orcaccio – è una delle creature mitologiche più spaventose del Friuli-Venezia Giulia, un essere misterioso che, secondo la leggenda, vive sepolto nelle profonde grotte della Carnia. Le dimensioni colossali, la pelle ruvida e grigia, gli occhi di un intenso colore rosso fuoco, la voce imperiosa, le mani grandi e forti, capaci di frantumare pietre con un solo gesto, sono espressione di forza e di potenza: incutono terrore, ma suscitano anche una forte attrazione. Il suo agitarsi bruscamente provocherebbe lo sconvolgimento della terra, per cui la tradizione popolare gli attribuisce la causa dei frequenti terremoti che colpiscono periodicamente il Friuli. Dopo il 1976, l’Orcolat è divenuto sinonimo del terremoto che, allora, devastò il Friuli. Vedasi in proposito il docufilm dal titolo omonimo del regista friulano Federico Savonitto, prodotto da Kublai Film con Rai Cinema (2026), e narrato da Bruno Pizzul su Filmitalia (https://www.youtube.com/watch?v=uACpxf-XZ5s ).

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario della tragedia: il 6 maggio, alle ore 21.06, una scossa della durata di 55 secondi fece tremare un’ampia area, a partire dall’epicentro individuato tra Osoppo e Gemona. Gli effetti più distruttivi si ebbero, pertanto, nella zona a nord di Udine, lungo la media valle del Tagliamento. Artegna, Venzone, Buja, Magnano in Riviera, Moggio Udinese Meduno, Pinzano Tarcento, solo per citare alcune località, si sgretolarono completamente. In totale, furono coinvolti 137 comuni su 219 dell’intero territorio per una popolazione complessiva di oltre 600 mila abitanti, con 1000 morti, 3000 feriti, oltre 100.000 sfollati, 20.000 case distrutte e altre 75.000 danneggiate. Avvertito in quasi tutta l’Italia centro-settentrionale e nella vicina Slovenia, il sisma fece registrare un valore compreso tra il nono e il decimo grado della scala Mercalli – 6,5 della scala Richter –, classificandosi come il quinto terremoto più distruttivo tra quelli che l’Italia ricorda.

Per fronteggiare la grave emergenza, accorsero in migliaia tra Vigili del Fuoco, soldati dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, dei Carabinieri, della Polizia di Stato, operatori della Croce Rossa e numerose altre unità militari provenienti da Austria, Canada, Francia, Germania, Jugoslavia e Stati Uniti d’America, coadiuvati dagli Alpini della Brigata Julia. Nei giorni successivi, 15.000 ex alpini volontari, realizzarono il Centro Base Operativo per la raccolta dei materiali che stavano affluendo da ogni parte d’ Italia e i primi cantieri di lavoro. Ciò consentì l’attuazione di operazioni di soccorso rapide ed efficaci, facilitando lo sgombero delle macerie, la riattivazione dei servizi, l’allestimento di ricoveri provvisori e delle cucine da campo. Pochi giorni dopo la dichiarazione di calamità, il Governo nominò Commissario Straordinario Giuseppe Zamberletti che diresse con efficacia le operazioni di soccorso, lavorando a stretto contatto con gli Organi Regionali e con i Comuni danneggiati.

Allo scadere di quattro mesi, tra l’11 e il 15 settembre, si susseguirono nuove e violenti scosse che causarono ulteriori morti. La distruzione fu totale e l’assidua attività di recupero del periodo estivo venne completamente annullata. Tuttavia, tra rovine, sofferenza e paura, i terremotati continuarono a scoprire la solidarietà, la generosità di persone provenienti da ogni parte del mondo e l’eroismo di tanta umile gente. Da quella tragedia, osserva il Presidente della regione Massimiliano Fedriga, “è nato un modello che oggi rappresenta un’eccellenza riconosciuta a livello internazionale: la Protezione Civile del Friuli Venezia Giulia. Un sistema costruito sull’esperienza diretta, sulla responsabilità delle istituzioni e sul valore del volontariato, che ha saputo fare tesoro dell’aiuto ricevuto per trasformarlo in capacità di intervento e solidarietà verso gli altri”. In sostanza la Protezione Civile Regionale aprì la via alla costituzione della Protezione Civile Nazionale che, su base comunale, attinge al contributo di una capillare rete di volontari. Elemento di unione fu Giuseppe Zamberletti nominato, sei anni dopo, Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile Nazionale.

Nell’estate del 1977, con il successivo ritorno dall’esodo forzato e la presa di possesso delle baraccopoli, ebbe inizio la ricostruzione vera e propria: si ultimò in tempi relativamente brevi – circa 10 anni –, se consideriamo che un periodo medio si estende, secondo le migliori previsioni, nell’arco di due decenni. Vedasi ad esempio: Irpinia, Valnerina, Umbria, o ancora le riedificazioni in corso dell’Aquila e dell’Emilia, o quelle più recenti avviate in seguito al terremoto del 24 agosto 2016, nell’Italia Centrale, senza spingerci oltre. Furono impiegati più di 5.000 miliardi di lire dell’epoca, spesi con rigore, sotto il severo controllo dei sindaci, senza episodi di grave corruzione e di infiltrazione mafiosa. Il Friuli dimostrò che si può fabbricare nel rispetto delle regole, delle persone e della memoria. Per tale motivo fu preso a “modello” di ricostruzione, fondata su partecipazione, responsabilità, lavoro e comunità.

A ciò si aggiungono il decentramento dei poteri dallo Stato alla Periferia (i sindaci divennero veri e propri commissari con piena facoltà); la scelta di riedificare “prima le fabbriche, poi le case e dopo le chiese”, nella convinzione che solo con la ripresa economica si sarebbero mantenute le popolazioni nelle proprie comunità;  l’opzione di ricostruire i paesi “dov’erano e com’erano” prima del terremoto, anche se il “com’era” è risultato più una speranza che una scelta realmente percorsa; il ripristino della rete di servizi sociali legati alla residenza, con particolare attenzione alla realizzazione delle scuole. Importante contributo fu dato all’istituzione dell’Università di Udine, sorta proprio su petizione di 125.000 friulani che, situati ancora all’interno delle tendopoli, non esitarono a seguire le indicazioni del Comitato per l’Università Friulana, più che mai convinti dell’importanza della ricerca nei vari ambiti della cultura. 

Inoltre, l’intero territorio fu dotato di infrastrutture, come l’autostrada e l’ammodernamento della ferrovia Pontebbana, che permisero alla Regione di uscire dalla marginalità e dall’arretratezza. L’insieme di tali finalità è ora riproposto dalla serie documentaria Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese, ideata e diretta da Massimo Garlatti-Costa, prodotta da Belka Media e Raja Films, promossa da Glesie Furlane con il contributo dell’ARLeF, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, sviluppata con il finanziamento del Fondo Audiovisivo FVG e con il patrocinio dell’Arcidiocesi di Udine. Si tratta di 18 puntate della durata di circa 5 minuti ciascuna, trasmesse a partire dal 3 febbraio 2026, ogni martedì alle ore 21.20 con replica il venerdì alle ore 20.40, su Rai3 Bis, canale 810 del digitale terrestre, disponibile anche su RaiPlay.

Un racconto corale per non dimenticare le persone sepolte dalle macerie, per esaltare lo spirito di solidarietà che ha dato la forza a migliaia di uomini e donne, locali e non, italiani e stranieri, di spendere le proprie energie, fisiche, mentali e finanziarie in opere di ricostruzione. Alla volontà della natura si è contrapposta la tenacia umana, quella resilienza che ha stimolato e rafforzato la speranza e che, alla fine, è stata premiata. Gli antichi borghi hanno recuperato, con le pietre originarie, il fascino di un tempo. Su tutti emerge l’esempio di Venzone, rasa al suolo dal sisma e ricostruita pietra su pietra, diventando simbolo della rinascita: nel 2017 ha conquistato il titolo di “Borgo dei Borghi”.

Si è sviluppato, inoltre un fermento di attività economiche e culturali, che hanno trasformato il Friuli da terra di emigrazione in territorio di formazione. Non a caso a Gemona, il 9 marzo 2026, è stata inaugurata “UNIUD RESILHub”, la nuova Scuola laboratoriale di alta formazione in “Resilienza per lo sviluppo sostenibile” dell’Ateneo friulano, un polo d’eccellenza mondiale per la sicurezza e la gestione delle emergenze e per prevenire i disastri del futuro. Il problema del sistema Paese è, infatti, la programmazione. “Siamo tra i migliori a reagire durante l’emergenza – osserva Fedriga -, ma meno capaci di prevenire. Poiché la politica non può farlo da sola, serve il supporto di centri come l’Università di Udine”. Anche l’assessore alle Finanze, Barbara Zilli, ha evidenziato il valore del progetto: “Tenere viva l’esperienza del 1976 significa avere la lungimiranza di creare strumenti innovativi. Il Friuli continua oggi a essere un cantiere virtuoso di costruzione del futuro e della sicurezza, dando ai giovani ulteriori occasioni di crescita professionale”.

Al di là della retorica politica, importa rilevare che l’eredità della ricostruzione si sta trasformando in un ulteriore “modello” di prevenzione.

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