Tra paura e coraggio, in un tempo di possibile rinascita
Da qualche tempo tornano spesso a trovarmi tre pensieri, dalla memoria dei miei giovani anni. Un episodio e due diversi istanti, che hanno in comune la mia dolorosa percezione di una paura altrui.
– Avevo otto anni, vacanza estiva in Austria, una pensione a mezza montagna, altre famiglie. Un gruppo di bambini in giro per prati e sentieri e voglia di giocare, è ancora da decidere il come. C’è un altro bambino che sta isolato, ci guarda e non si avvicina. “Dai, rincorriamo quel bambino!”. Subito, tutti, gridando d’entusiasmo, anch’io, ho fissato un istante in cui corro e grido, era una cosa nuova per me, bambina solitaria e silenziosa; il bambino scappa, è normale, ma si sente un’angoscia che non sta nel gioco, lui si rifugia in casa, l’inseguimento è concluso, noi passiamo ad altro. La sera – le mamme si sono parlate – siamo convocati, la Signora ci chiede perché, cosa volevamo fargli, perché? e c’è tanto dolore, e dignità e giustizia in lei, che il mio rimorso di quel momento non è mai venuto meno: erano Ebrei, la paura gemeva dalle ferite.
– Anni dopo, nella Jugoslavia di Tito, con mia madre a conoscere il suo paesello natale e un’amica di tanti anni fa. Parlano di tante cose serene, poi c’è una domanda sulla situazione politica vissuta sul campo: silenzio, l’amica si alza e va a chiudere, con un’asse di legno pesante, la finestra che da’ sulla strada. È la prudenza di una paura controllata ogni giorno, la sento, la vedo in quel volto, si vive ma bisogna stare attenti, ogni ciottolo della strada può avere orecchie: la libertà la comprendi quando manca.
– Siamo in Svizzera, un Congresso di psichiatria. C’è un medico che si guarda continuamente alle spalle, ha un’attenzione immediata a qualunque accenno di movimento, si sente un’inquietudine che non riposa mai. È un medico ungherese, autorizzato ad uscire dal suo Paese solo per il congresso, ma ha deciso di non rientrare, e proseguire il viaggio verso una vita libera. Ed è paura, speranza e paura, e dopo tanti anni l’ho ancora dentro, la condivisione di quella speranza.
Erano paure senza un vero pericolo immediato.
Non so cosa avesse subito il bambino nel tempo della persecuzione, ma quel terrore era la vita stessa in agguato perenne dentro di lui, e non c’era luogo sicuro.
Cosa sarà dei mille e mille bambini delle guerre di oggi, i nati in guerra, che non conoscono altra realtà da quella, quante braccia di madri e quanto a lungo li potranno cullare, raccontando loro la favola della Pace, prima di poter spegnere quell’agguato?
L’amica della finestra chiusa: il pericolo è solo potenziale, ma la sua ombra è immanente, fidarsi è un azzardo, i ciottoli della strada possono avere orecchie. Una delazione può costare la libertà del pensiero, che è la ricchezza più grande per una piccola donna.
Il medico e la sua angoscia di ogni istante. Ogni movimento può essere una farfalla o una spia. Il prezzo di una delazione è la fine di tutto, se qualcuno lo ha seguito aspetterà la fine del congresso per controllare se torna, e lì sarà l’ultimo bivio, la libertà o una vita obbediente, se sarà ancora vita. Quando il pericolo è reale e immediato la paura non serve più, è l’ora del coraggio, della grandezza dell’uomo.
Abbiamo tutto, in questo tempo di morte e di rinascita. Abbiamo la paura da prudenza, “non si sa mai”, paralisi senile della vecchia Europa; abbiamo la lotta fra paura e speranza, di chi non vuole arrendersi alla barbarie ma ne vede crescere ogni giorno l’arroganza e l’impunità: ma questa è una paura fraterna, che muove le radici dell’anima, e la passione civile e la voce, le voci per gridare insieme alla giustizia.
Per qualcuno, o per molti è troppo ardire, per altri quel coraggio non basta: scrive Thiago Avila dal carcere in Israele, torturato e percosso fino allo sfinimento dall’arroganza impunita degli aguzzini, scrive alla sua bambina chiedendole di capire perché non è con lei. “Purtroppo tuo padre e tua madre e tante persone nel mondo hanno compreso il compito storico che abbiamo la responsabilità di portare a termine”.
Per una missione storica il coraggio normale non basta, è tempo di eroismo.
Tremila persone di oltre cento Paesi, patrioti della giustizia: hanno affrontato un duro addestramento per diventare capaci di opporsi alla violenza in modo non violento. Un giornalista ha definito Thiago Avila e Saif Abu Keshek come le persone più pure che abbia mai incontrato.
Mi sono tornati alla memoria, con una partecipazione più matura e profonda, gli eroi del Risorgimento d’Italia, e le grandi anime che hanno sfidato la Mafia: è lo stesso valore, la stessa consapevole disposizione al sacrificio totale. La stessa motivazione serena e indiscutibile, che non ammette alternative: Ama il prossimo tuo come te stesso. E a volte non basta. Questi giovani eroi sono già pagine vive della Storia del mondo, del Risorgimento dell’Uomo.
Sì! È successo, sono liberi, il popolo delle molte voci ha incrinato la presunzione di un potente, l’amore della gente ha soffiato forte sulle vele della purezza.
Non lasciamo che questo tempo grande ci esca dall’anima, mai.

