La decadenza della politica e il dubbio: la democrazia è ancora rappresentativa?
Vi sono momenti storici nei quali una società è costretta a guardarsi allo specchio. Non per compiacersi, ma per chiedersi se le proprie istituzioni siano ancora capaci di interpretare la realtà. L’Italia, da almeno trent’anni, vive uno di questi momenti. E la risposta, per quanto scomoda, appare sempre più evidente: la politica italiana non è semplicemente in crisi. È decaduta.
Il punto di frattura può essere collocato, simbolicamente, nel 1992. Tangentopoli non fu soltanto la fine di un sistema di potere. Fu anche la fine di una classe dirigente che, con tutti i suoi limiti, aveva una struttura, una formazione, una visione, una capacità tecnica e politica. Dopo quella stagione si è affacciata una nuova classe dirigente spesso più debole, più improvvisata, meno preparata. Alla vecchia dirigenza che proveniva comunque da scuole politiche, partiti strutturati, amministrazioni e corpi intermedi, si è progressivamente sostituita una classe politica di minor spessore, spesso cresciuta più nella comunicazione che nello studio dei problemi.
Si constata un impoverimento. La politica ha perso profondità, competenza, senso delle istituzioni. A ciò si è aggiunta, soprattutto negli enti locali, una separazione sempre più netta tra responsabilità politica e responsabilità tecnica. Una separazione che nella pratica ha spesso prodotto un effetto perverso: l’amministratore politico decide senza conoscere davvero la complessità tecnica delle decisioni, mentre il dirigente tecnico governa pezzi rilevanti della macchina pubblica senza risponderne politicamente davanti ai cittadini. Il risultato è una zona grigia nella quale la responsabilità si disperde. Nessuno decide davvero, nessuno risponde fino in fondo.
Questo processo si è aggravato negli ultimi quindici anni. La politica è stata investita da una sequenza quasi ininterrotta di crisi: la crisi finanziaria del 2008, la crisi del debito sovrano del 2011, la stagnazione economica degli anni successivi, le nuove tensioni del 2014 e del 2018, la pandemia esplosa tra il 2019 e il 2020, la guerra in Ucraina dal 2022, fino alle nuove fratture internazionali e mediorientali degli ultimi anni. Ogni crisi avrebbe richiesto una classe dirigente lucida, competente, capace di indicare una direzione. Invece, troppo spesso, ha mostrato il contrario: improvvisazione, slogan, rincorsa dell’emergenza, incapacità di programmazione.
Anche il riflesso europeista, spesso invocato come soluzione salvifica, merita una riflessione critica. L’Unione europea viene frequentemente presentata come l’argine razionale alle debolezze degli Stati nazionali. Ma questa narrazione, almeno in parte, serve anche a nascondere l’incapacità delle classi dirigenti interne di governare. Dire “ce lo chiede l’Europa” è diventato, per molti, un modo elegante per non decidere. Eppure anche l’Unione europea ha mostrato limiti profondi nella gestione dell’economia, dei fenomeni sociali, delle migrazioni, dell’energia, della sicurezza e della politica estera. Non sempre è stata una soluzione. Talvolta è stata parte del problema.
La decadenza della politica si vede poi nella dialettica pubblica. Il confronto non è più fondato su idee, programmi, visioni alternative di società. È diventato una sequenza di accuse, caricature, insulti, delegittimazioni personali. Si attacca l’avversario non per confutare una proposta, ma per distruggerne l’immagine. La politica, svuotata di contenuti, riempie il vuoto con il discredito.
L’ho visto anche nella dimensione locale, da semplice consigliere comunale a Selvazzano Dentro. Anche lì, dove ci si dovrebbe occupare concretamente di strade, scuole, servizi, urbanistica, sicurezza, ambiente, bilanci, si assiste spesso a un impoverimento assoluto del discorso pubblico. Non solo manca la qualità della proposta; manca persino la qualità dello scontro. L’insulto stesso diventa mediocre, la polemica si fa rancorosa, la calunnia sostituisce l’argomento. Il tutto con l’unico fine di coprire il vuoto di contenuti e di programmi.
Gli effetti sulla popolazione sono evidenti. Da un lato cresce la disaffezione al voto. L’astensionismo non è più un incidente, ma una componente strutturale della vita democratica. Una parte sempre più ampia dei cittadini non vota perché non si sente rappresentata, non crede nella possibilità di incidere, non distingue più alternative reali. Dall’altro lato, quando il voto viene espresso, assume spesso forme conservative, nel senso più profondo di difesa dell’esistente, di rifiuto del rischio, di paura del cambiamento.
Lo si è visto nel referendum costituzionale del 2016 sulla riforma Renzi, nel referendum sul taglio del numero dei parlamentari, nel referendum costituzionale sulla giustizia del 2026. In tutti questi casi, pur con differenze enormi tra loro, è emersa una dinamica comune, il corpo elettorale sembra sempre meno disposto ad affidarsi a progetti di riforma. Soprattutto le forze che si presentano come progressiste, il Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, il Movimento 5 Stelle, sono nei fatti le più conservative degli assetti e apparati esistenti. Diversi tra loro, ma accomunati, in molti passaggi, da una funzione più conservativa che trasformativa.
A questo punto il problema non è più solo politico. È istituzionale. Se la politica non seleziona più qualità, se il voto non produce più rappresentanza effettiva, se il dibattito pubblico è ridotto a rumore, se le decisioni vengono prese altrove o da apparati non responsabili davanti agli elettori, allora è inevitabile che una parte della popolazione si chieda se la democrazia abbia ancora senso. Non è una domanda scandalosa, è una domanda legittima.
Per decenni ci siamo abituati a considerare la democrazia come il migliore dei sistemi possibili, quasi per automatismo morale. Ma una democrazia che non sa decidere, che non sa selezionare competenza, che non sa proteggere il merito, che non sa garantire responsabilità, finisce per perdere la propria legittimazione sostanziale. Rimane la forma, ma si svuota la funzione.
In questo contesto, perfino testi radicali come il manifesto Palantir in 22 punti, pur con tutte le cautele e le inquietudini che suscitano, diventano comprensibili. L’idea che le élite tecniche, industriali e tecnologiche debbano assumere un ruolo diretto nella difesa e nel governo della società nasce proprio dal fallimento percepito della politica tradizionale. È una prospettiva che può spaventare, perché porta con sé il rischio della tecnocrazia, ma non si può liquidarla con sufficienza. Alcuni punti diventano condivisibili proprio perché intercettano un bisogno reale, quello di competenza, decisione, responsabilità, capacità di governo.
Il punto più amaro è che tornare indietro appare impossibile. La degradazione politica non è rimasta confinata nei partiti o nelle istituzioni. Ha contagiato gli ambienti professionali, associativi, culturali, persino la vita privata. È cambiato il modo di discutere, di dissentire, di costruire fiducia. Tutto è diventato più fragile, più aggressivo, più superficiale. Non è decaduta solo la politica. È decaduta una società intera.
Per questo continuare a invocare genericamente “più partecipazione”, “più democrazia”, “più Europa”, “più diritti” rischia di essere una formula vuota. Il problema non è aggiungere parole nobili a un edificio che non regge più. Il problema è l’edificio, è chiedersi se le forme attuali di governo siano ancora adeguate alla complessità del presente.
Forse la democrazia rappresentativa, così come l’abbiamo conosciuta, ha esaurito la propria forza storica. Forse servono nuove forme di governo, capaci di unire rappresentanza, competenza, responsabilità e controllo. Forme nelle quali chi decide sia davvero preparato, chi amministra risponda davvero, chi governa sia valutato sui risultati e non sulla capacità di occupare spazio mediatico.

