Incontro con José Tolentino de Mendonça, cardinale, teologo e poeta

Nel suo intenso intervento dedicato alla poesia, tenuto il 6 maggio a Padova presso il Centro Universitario di via Zabarella, il cardinale (creato da papa Francesco) e poeta José Tolentino de Mendonça, portoghese 61enne, prefetto del Dicastero vaticano per la Cultura e l’Educazione, ha proposto una riflessione profonda sul significato della parola poetica nella vita contemporanea. La poesia, secondo Mendonça, non è un ornamento culturale né una disciplina per specialisti, ma una forma di conoscenza, un esercizio di ascolto e una via di accesso alla verità dell’esperienza umana. In un tempo dominato dalla velocità, dal consumo e dalla frammentazione, la poesia, ha sostenuto, restituisce all’uomo la capacità di stupirsi, di ricordare, di entrare in relazione con sé stesso, con gli altri e con il mistero della vita. Attraverso riferimenti a grandi autori come Paul Celan, Anna Akhmatova, Marina Cvetaeva, Patrizia Cavalli e Arthur Rimbaud, il cardinale ha mostrato come la poesia custodisca ancora oggi una funzione spirituale e civile essenziale: testimoniare l’umano e renderlo condivisibile.
La poesia come forma di verità
Per José Tolentino de Mendonça la poesia è, prima di tutto, una forma di conoscenza e parlare di poesia significa parlare della capacità dell’essere umano di cercare e dire la verità. In un secolo segnato da tragedie storiche – da Auschwitz alle guerre contemporanee – molti si sono chiesti se fosse ancora possibile scrivere poesia. Mendonça ha richiamato questa domanda per affermare che la sopravvivenza stessa della poesia coincide con la sopravvivenza dell’umano. “Se l’uomo continua a scrivere versi, significa che non ha rinunciato alla propria interiorità, alla compassione, alla memoria e alla ricerca di senso. La poesia, quindi, non aggiunge qualcosa alla realtà: la rivela. Anche quando utilizza immagini, simboli o finzioni narrative, mantiene un legame radicale con la verità dell’esistenza”. In questo senso il cardinale riprende la tradizione romantica di Novalis, per cui poesia e verità sono inseparabili.
L’impoverimento di una società senza poesia
Uno dei passaggi più critici dell’intervento ha riguardato la condizione della poesia nel mondo contemporaneo. Oggi, osserva Mendonça, “la poesia ha pochissimi lettori ed è spesso relegata agli ambienti accademici. Diventa materia di studio universitario, oggetto di tesi e seminari, ma smette di essere esperienza condivisa della vita civile”. Secondo il cardinale, questa perdita non è marginale, anzi: l’assenza della poesia impoverisce l’essere umano, perché “una cultura incapace di custodire il linguaggio poetico rischia di ridurre l’uomo a semplice produttore o consumatore, privandolo della dimensione gratuita dell’esistenza”. Per questo Mendonça ha insistito sull’importanza della tradizione orale. La sua prima “biblioteca”, ha raccontato, fu “la nonna analfabeta che gli trasmise oralmente la musicalità della parola”. La poesia, dunque, appartiene a tutti. Non è privilegio delle élite culturali, ma patrimonio collettivo capace di costruire comunità, memoria e identità condivise.
Il poeta come testimone
Una delle definizioni più forti offerte da Mendonça è stata quella del poeta come testimone. “Il poeta non è semplicemente un autore di versi, ma qualcuno che riesce a dare voce all’esperienza umana”. Emblematico è stato il riferimento ad Anna Akhmatova, che durante il regime staliniano faceva la fila insieme ad altre madri davanti alle carceri sovietiche per avere notizie dei figli arrestati. Una donna, riconoscendola, le chiese: “Puoi raccontare questo?”. Per Mendonça questa domanda contiene l’essenza stessa della poesia. “Il poeta è colui che riesce a trasformare un dolore individuale in esperienza universale. Attraverso la parola poetica, ciò che è intimo e personale diventa uno specchio nel quale ogni essere umano può riconoscersi. È per questo che continuiamo a commuoverci leggendo i Salmi biblici: perché in essi ritroviamo la nostra paura, la nostra speranza, la nostra ricerca di Dio”.
L’inutile che salva la vita
La poesia, ha ricordato, viene spesso considerata “inutile”. Mendonça ha accolto volutamente questa definizione, ma per rovesciarla, perchè proprio ciò che appare inutile è ciò che rende veramente umana la vita. “L’uomo ha bisogno di pane, certo, ma anche di rose. Ha bisogno del necessario, ma anche della gratuità. Senza questa dimensione gratuita, la vita si riduce a una lotta continua per la sopravvivenza”. La poesia, come l’amore e la fede, permette invece di “alzare lo sguardo alle stelle. Ricorda all’uomo che non è soltanto materia biologica, fatica quotidiana o meccanismo produttivo. Dentro ogni persona esiste una tensione verso l’infinito”. In questo senso Mendonça ha richiamato una frase pronunciata da Papa Francesco dopo un viaggio in Giappone. Alla domanda su cosa l’Occidente potesse imparare dall’Oriente, il Papa rispose: “Un po’ di poesia”. Per il cardinale, questa risposta contiene una critica implicita alla società occidentale: una civiltà eccessivamente accelerata, rumorosa e consumistica che rischia di perdere il “respiro dell’anima”.
Togliere il superfluo per far risplendere la vita
Tra le definizioni più suggestive citate da Mendonça vi è stata quella della poetessa Patrizia Cavalli: “La poesia è prendere qualcosa e togliere il superfluo per farlo risplendere”. Nella riflessione del cardinale “la poesia non consiste nell’aggiungere ornamenti alla realtà, ma nel denudarla. Non abbellisce artificialmente le cose: le conduce alla loro essenzialità”. Ha ricordato che un grande teologo del Novecento, Romano Guardini, parlava dell’ornamento come di una grande malattia perché ci allontana dalla verità essenziale. Anche Paul Celan è stato evocato con una frase decisiva: “Sono le mani vere che scrivono le poesie vere. La poesia autentica nasce da un contatto reale con la vita, con il dolore, con la fragilità. Per questo la poesia ha un legame profondo con il silenzio. Se invade la realtà con troppe parole, tradisce sé stessa. Deve invece aiutare l’uomo a entrare più profondamente nelle cose, a coglierne il nucleo essenziale”.
L’ascolto: il vero cuore della poesia
Se Mendonça dovesse associare la poesia a un senso, sceglierebbe l’udito. La poesia nasce infatti dall’ascolto. “Ascoltare non significa soltanto sentire parole. Significa lasciarsi toccare dalla realtà, accogliere ciò che viene incontro alla nostra esistenza. Anche guardare, contemplare, gustare possono diventare forme di ascolto”. Il cardinale a tal proposito ha citato Marina Cvetaeva: “Io non penso, io ascolto”. In questa frase egli individua quasi la differenza tra filosofia e poesia, perché diversamente dalla filosofia, che organizza il pensiero, la poesia accoglie ciò che la vita comunica. Da qui nasce anche una diversa idea di razionalità. Mendonça ha invitato le nuove generazioni a superare le contrapposizioni rigide: “ragione e fede, filosofia e poesia, spiritualità e sensibilità non devono escludersi, ma dialogare”.
La poesia come esperienza spirituale
Nel discorso del cardinale, poesia e spiritualità sono profondamente intrecciate. La poesia prepara l’uomo a riconoscere che il visibile non esaurisce la realtà. Per questo Mendonça guarda con interesse anche a figure lontane dalla fede istituzionale, come Arthur Rimbaud, che, pur essendo un autore inquieto e ribelle, ha insegnato a generazioni di lettori che l’esistenza possiede sempre un’eccedenza di significato. I poeti, ha affermato Mendonça, sono “dissidenti del visibile”: mostrano che dietro ciò che appare esiste sempre un oltre. È questa apertura all’invisibile che rende la poesia vicina all’esperienza mistica. Non a caso, ha ricordato, gran parte della Bibbia è scritta in forma poetica. “La poesia, infatti, possiede un’intensità emotiva e simbolica capace di accendere nell’uomo il desiderio spirituale”.
La lentezza e la meraviglia
Uno dei temi conclusivi dell’intervento ha riguardato il rapporto tra poesia e tempo. La società contemporanea vive nell’accelerazione continua, e l’effetto principale di questa corsa è la dimenticanza. “La poesia, al contrario, insegna la lentezza. Invita a sostare davanti alle cose, a contemplare anche i frammenti più piccoli della vita quotidiana. Solo rallentando diventa possibile lo stupore”. Ancora una volta Mendonça ha richiamato Patrizia Cavalli, quando scrive: “Vita meravigliosa, sempre mi meravigli”. La poesia educa precisamente a questa capacità di meravigliarsi. In un mondo dominato dalla distrazione permanente, la poesia restituisce profondità alla memoria e presenza all’esperienza.
Conclusione
Nella visione di José Tolentino de Mendonça, la poesia non appartiene ai margini della vita, ma al suo centro. Essa custodisce la capacità di ascoltare, di testimoniare, di contemplare e di trasformare il dolore individuale in esperienza condivisa. La poesia non salva il mondo nel senso pratico del termine, ma salva qualcosa di decisivo: la possibilità di restare umani. Insegna a vivere con più profondità, più attenzione, più stupore. E soprattutto ricorda che, anche nelle epoche più disincantate, l’uomo continua ad avere bisogno non solo di sopravvivere, ma di cercare significato, bellezza e verità.

(Ingresso del Centro Universitario Padovano su via Zabarella)
