Le streghe: un anelito di libertà in un tempo che era tutto al maschile
Forse fu per le donne un tentativo sulla via della libertà in un mondo che gliene lasciava ben poca? La magia è riservata agli uomini, da tempi antichissimi tende a confondersi con la scienza, giusto come l’alchimia con la chimica, e da sempre si divide in buona e cattiva, magia bianca e magia nera, secondo la qualità delle forze soprannaturali che la sostengono. La stregoneria invece non presenta distinzioni interne né evoluzioni, talvolta può essere collegata alla magia nera, ma di solito è soltanto stregoneria, riservata alle donne e associata a forze soprannaturali malefiche.
Di streghe sono disseminati il mondo antico (anche se specialmente le puoi trovare in Tessaglia), il Medioevo e l’Età moderna. Mentre invece nell’Età post-moderna le donne sono soprattutto impegnate ad ottenere parità di diritti e poteri dimostrando efficienza pragmatica pari a quella degli uomini. Nel mese di marzo, ad esse particolarmente dedicato, ricorre spesso la memoria di quante – regine, poetesse, educatrici, avventuriere, sante e così via – hanno precorso i tempi. Ma ci sono state anche tante streghe.
Ed è vero, come risulta da cronache, atti giudiziari e testimonianze varie, che venivano accusate ingiustamente e molte insistevano a dichiararlo, mentre molte diverse ammissioni erano fatte in stato confusionale o estorte con la tortura. Ma non tutte. E al di là delle proteste e della pietà retrospettiva che suscitano tutti gli altri, sono questi i casi veramente intriganti, perché si sottraggono ad ogni spiegazione culturale, storica, politica, economica o psicanalitica, lasciando, per così dire, pregiudizialmente disarmati davanti a quelle sia pur poche streghe che andarono al rogo, o lo evitarono, convinte di meritarselo.
Io ne ho incontrate alcune in due vecchi film del dopoguerra, che ogni tanto la televisione ci dà modo di rivedere. Nel primo, Ho sposato una strega di René Clair, dopo avere con spietata allegria scompaginato tutto un mondo di noiose convenzionali “normalità”, la strega, pur animata dalle peggiori intenzioni, finisce per innamorarsi del suo nemico e lo sposa, rinunciando ai propri poteri e riuscendo anche a imprigionare dentro una bottiglia sigillata lo spirito rabbiosamente malefico del padre, che non si sarebbe mai aspettato da lei questo tradimento. Così il film si conclude con una scena di felicità domestica, che sarebbe fin tropo idilliaca se da una mensola non fluttuasse nell’aria la possibilità che quella bottiglia cada o faccia saltare il tappo, con la conseguenza che insomma non si può mai stare tranquilli…
Molto più inquietante – e assolutamente serio – è comunque il secondo film, Dies irae di T. Dreyer. Vi compaiono tre streghe. La prima solo nell’antefatto, dove sfugge al rogo perché il giudice è innamorato della sua figliola, che lo sposa per salvare la madre. La seconda è una vecchia amica e collega di questa. All’inizio del film la sentiamo affermare con cognizioni di causa: il male è potente – e in seguito cercherà di evitare il rogo per vie traverse, mai però negando di essere una strega, perché la prima a non crederci sarebbe lei. La terza è la giovane donna, moglie del giudice. Su di lei, in quanto figlia di sua madre, circola e si addensa un sospetto, che lei più o meno consapevolmente condivide, ma che le diventa certezza nel momento in cui si accorge di essere riuscita, con un semplice atto della volontà, senza altro mezzo, a far morire il marito che non ha mai amato e odia da quando si è innamorata del figlio di lui.
Donne così sono realmente esistite – forse da qualche parte esistono ancora. Vittime o volontarie utenti e sfruttatrici della forza insondabile che posseggono? Ma questa domanda porta su un terreno terribilmente scivoloso, che ad ogni passo può franare sotto i piedi e farti sprofondare chissà dove – e allora sarà meglio non stare neanche a chiedere se per certe donne la stregoneria abbia rappresentato davvero un primo tentativo sulla via della libertà e affermazione di sé.



