Alex Zanardi, quando un esempio si trasforma in eredità collettiva di Bene
A Padova pioveva e tirava un vento freddo, la mattina di martedì 5 maggio, ma in migliaia sono ugualmente convenuti alla Basilica di Santa Giustina per il funerale di Alex Zanardi, morto improvvisamente la sera di quattro giorni prima. Uno spazio molto capiente e completamente riempito, con la presenza di autorità e numerosi campioni dello sport d’oggi e di ieri, mentre moltissimi altri hanno sostato nel piazzale antistante, in un clima di sincera commozione, seguendo la celebrazione sul maxischermo allestito dal Comune. Campione e uomo amato e stimatissimo, popolare anche tra chi non è appassionato di sport, nel suo caso nelle discipline paralimpiche (per i meno esperti: la dicitura esatta è proprio questa, paralimpiche e non paraolimpiche) destinate, cioè, agli atleti disabili, era di fatto un padovano acquisito, con la sua socievolezza e simpatia bolognese trapiantata da oltre vent’anni a Noventa, località d’origine della moglie.
Sembra persino inutile rievocarne la storia, ripetuta migliaia di volte da un’infinità di fonti, televisioni e articoli. Pilota automobilistico di enorme successo, professionista totalmente dedito al suo mestiere (nessuna sregolatezza né diceria, mai, sulla sua vita privata), plurivincitore iridato sui circuiti nordamericani che sono la Formula 1 d’oltreoceano, campione paralimpico di handbike – quel velocipede in cui si pedala con le braccia – a Londra e Rio de Janeiro, personaggio televisivo affabile e accattivante nel raccontare non soltanto la propria ma anche le altrui “Sfide”, titolo della trasmissione condotta tra il 2012 e il 2016.
Era il 15 settembre 2001, appena quattro giorni dopo l’evento – l’attentato alle Twin Towers – che avrebbe stravolto il mondo: si correva in Germania e mi sono sempre domandato se, qualora la gara (tappa europea, ma facente parte del campionato nordamericano) fosse stata invece calendarizzata negli Stati Uniti, sarebbe stata annullata, considerato il dramma in corso. Ma la si disputò e, forse scivolando su una macchia d’olio, la sua vettura fu coinvolta nel raccapricciante incidente che avrebbe cambiato, di mondo, anche il suo personale. Le gambe dilaniate e tranciate in pista, un trauma secondo logica letale (quattro litri di sangue persi, numerosi arresti cardiaci prima del ricovero e anche dopo), ma dal quale uscì sorprendentemente vivo.
Fu lì, in quel letto di ospedale, che – forse non istantaneamente, ma già nell’immediato – ebbe l’intuizione, più volte ribadita e ricordata da moltissimi, destinata a cambiare ogni prospettiva: l’idea di concentrarsi non su quello che ormai era perduto, le gambe, e su ciò che non avrebbe potuto più fare, bensì su quanto era ancora realizzabile con “quello che era rimasto”. Una forza d’animo, e certamente anche atletica (già dopo tre mesi stupì e commosse tutti, alzandosi in piedi grazie a due protesi), condita inoltre di esilarante autoironia, come dimostrano le numerose battute di spirito da lui stesso coniate e con le quali rispondeva anche alle peggiori cattiverie sulla sua condizione.
Tutto questo, certo anche al di là delle sue stesse previsioni, è divenuto motivo d’ispirazione per migliaia di disabili, spronati nelle loro discipline se già atleti, oppure indotti a diventarlo come magnifica possibilità di realizzazione. Una ventata che rivoluzionò il movimento paralimpico, aumentandone moltissimo la popolarità e il seguito in precedenza riservati ad una nicchia, accrescendo inoltre ancor più la consapevolezza di molti che diverranno a loro volta esempio: si pensi a Bebe Vio, che proprio in questi giorni sta intraprendendo una “terza vita” sportiva, impegnata inoltre attivamente in progetti di inclusione. Sicché approfitto dell’occasione, qui, per scrivere finalmente quel che penso da molti anni, ma non ho finora mai espresso pubblicamente: il Cip – Comitato Internazionale Paralimpico – meriterebbe di vedersi assegnare il Nobel per la Pace, almeno quanto o più d’altri organismi insigniti nel corso del tempo, per la straordinaria azione a favore di milioni di disabili nel mondo che, nello sport, hanno trovato e trovano una nuova occasione di socialità, di passione e di vita.
Don Marco Pozza, figura umanissima di sacerdote e convincente divulgatore della concretezza del messaggio cristiano, ha scritto, alcuni giorni dopo averne celebrato i funerali: e se un domani si parlasse di santità? Idea che lascerà interdetti i più tradizionalisti, i quali tendono a negare ai laici non asceti questo orizzonte, e che lo stesso don Pozza è ben consapevole di lanciare come semplice suggestione: ma è pur vero che tra il bene compiuto, promanato, diffuso a piene mani e la sofferenza estrema vissuta – si pensi soprattutto agli ultimi sei anni in un corpo devastato dall’ultimo incidente, questa volta stradale, del 2020 – Alex Zanardi, che era peraltro credente, è stato portatore coerente di un messaggio di bene assoluto. Come ancor più, lo ha ricordato sempre don Marco e lo faccio più che volentieri anch’io, è giusto pensare a Sammy Basso, mancato nell’autunno del 2024, la cui fede profondissima e vera era costantemente testimoniata anche nella quotidianità: fino al suo testamento spirituale, letto durante le esequie, che si staglia come una tra le pagine più profonde e assolute di questi tempi disorientati e smarriti. Ecco, più ancora che per Alex, per Sammy addirittura ci stupiremmo se nessuno portasse avanti, presto, quell’idea: poiché l’esempio che entrambi hanno seminato e coltivato non si ferma con la loro scomparsa, anzi, ma è destinato a proseguire.
Due persone che di fronte ai limiti loro imposti (dal destino, per quanto concerne Alex, e nel caso di Sammy dalla stessa natura) hanno reagito, anziché disperarsi, chiedendosi cosa potesse scaturirne di buono, anzi di Bene: per sé, certo, ma anche e soprattutto per gli altri. Non sono stati gli unici, tutt’altro e sarebbe drammatico qualora lo fossero, ma hanno avuto una risorsa – la popolarità e la visibilità – che, anziché indurli a inseguire tornaconti personali, hanno saputo utilizzare benissimo per la diffusione d’un messaggio di speranza non ideale, ma concreta e tangibile. Quel messaggio che si sente continuamente ripetere, da sempre e da moltissimi (al punto che è difficile risalire a chi, chissà quando, l’abbia formulata per primo), nella veste di massima motivazionale, secondo la quale “la vita non consiste tanto in quello che ci succede, ma in come reagiamo a quello che ci succede”. Si potrà dire che come concetto è persino banale, quasi scontato, ed effettivamente lo è. Cosa ben differente, però, è farne vita vissuta, quella che produce non soltanto consolazione ma frutto, passando di bocca in bocca e d’anima in anima.

