Se nella società il conflitto prevale sul dialogo, il mondo ne diviene lo specchio

Una massima celeberrima sancisce come, se due individui possiedono ciascuno un oggetto – l’uno di pari valore all’altro – e li scambiano, la loro condizione sostanzialmente non si modifica, né aumenta la loro ricchezza; mentre, qualora l’interazione avvenga tra due idee o cognizioni, entrambi si trovano ad disporre del doppio rispetto a prima e, in realtà, persino molto più, potendo tali idee interagire e produrne altre. Difficile obiettare qualcosa, non fosse che questo meccanismo – vero motore d’ogni processo intellettivo, spirituale, sociale – necessita d’una condizione che appare sempre più rara, se non addirittura vilipesa: la disponibilità all’ascolto. Oggi la lite, in quasi ogni ambito, è divenuta la modalità prevalente: affermare la propria opinione (non di rado, peraltro, approssimativa e pretestuosa) senza quasi tenere in considerazione, se non per svilirla e sottometterla, quella altrui.

I nostri lettori noteranno come diversi articoli, questo mese, esprimano sgomento per quanto sta accadendo a livello internazionale, né potrebbe essere altrimenti: tutti ci stiamo domandando cosa ci attenda, nella nostra personale quotidianità e in un orizzonte globale. Purtroppo ciò cui stiamo assistendo non è altro che l’amplificazione, in una dimensione planetaria e pericolosissima, di ciò che riscontriamo ogni giorno, a più livelli. Il conflitto, anche soltanto – come si dice – “per partito preso”, soverchia ogni dialogo, peraltro non di rado rivelandosi fine a se stesso e senza tenere in conto la concretezza dei problemi.

Chi tiene le redini del mondo ha abbandonato ogni cautela, reputandosi legittimato – come in un far west senza norme o morale – a calpestare anche le elementari regole della convivenza e producendo distorsioni finora inimmaginabili, almeno in Europa, persino nelle crisi peggiori del secondo Novecento, quando i rapporti tra le nazioni sembravano reggersi su modalità ragionevolmente condivise. La presunzione, l’arroganza, la prepotenza – tutte ancelle della loro regina, ovvero la violenza – divengono parametri di comportamento. Chi invece in tale scenario non dispone d’abbastanza potere, occasione, ruolo o rilevanza per entrare nel gioco si accoda passivamente, con pochissime nobili eccezioni, a quella che reputa la parte vincente.

La redazione di Il Popolo Veneto non esprime, per scelta, posizioni politiche nette, rispettandole tutte purché civilmente manifestate e argomentate. Tuttavia affermazioni quali “il diritto internazionale vale fino ad un certo punto” o “non condanno né condivido” (ipse dixit, le abbiamo sentite tutti), erette a scudo – balbettante o inerte – di fronte ad azioni unanimemente reputate illegali oltre che perniciosissime, sono delle irragionevoli sconsideratezze: sottolinearlo non significa schierarsi con una fazione o l’altra, “pro” o “contro”, ma semplicemente esercitare un istintivo buonsenso.

Papa Francesco, il cui messaggio è stato accantonato non appena celebrate le esequie, parlava di “guerra mondiale a pezzi”: aveva visto giusto, anche se da tempo i segnali c’erano già tutti. Papa Leone sta comunque facendo sentire la sua voce e una figura spiritualmente eminente e autorevole come il cardinale Matteo Zuppi ha usato parole durissime per bollare le scelleratezze in corso. Del resto, quale cortesia o diplomazia verbale può meritare chi, pur appartenendo al mondo formalmente “democratico”, esercita il proprio potere politico, economico, militare e sociale con la stessa impunità e lo stesso capriccio tipici dei tiranni? La guerra in corso, scatenata mentre erano in corso colloqui diplomatici, era sconsigliata dai vertici militari e, per ammissione delle stesse autorità politiche statunitensi, è stata intrapresa senza una strategia definita, quasi che missili e bombe fossero lanci di dadi con cui tentare la sorte.

Per cui, tornando all’affermazione iniziale, il confronto e lo scambio di idee si sono trasformati in arene quotidiane dove a dettare legge è chi più alza la voce e, anche a livello internazionale, su questo modello tutto sembra plasmarsi. Forse ci si fermerà in tempo prima d’una catastrofe irreparabile e il reciproco istinto di sopravvivenza prevarrà sulle peggiori intenzioni e scelte. Ma se pure non sarà la fine del mondo, nel senso apocalittico del termine, potrebbe essere l’epilogo del mondo come lo conosciamo: nel corso della storia le cose cambiano, mutano le epoche e gli equilibri, si scontano gli errori e gli abbagli. Il mondo che sta prendendo forma, al momento ipotizzabile ma imprevedibile, potrebbe addirittura rivelarsi migliore, oppure talmente diverso da risultare ingiudicabile in base agli attuali parametri: oltre ai rivolgimenti geopolitici ci sono infatti quelli tecnologici, legati in particolare allo sviluppo delle intelligenze artificiali e dei robot umanoidi. Ad essere quasi certo, però, è che questa nascita – come tutte – ben difficilmente si rivelerà indolore.

Mentre scrivo è notte e fuori, nonostante l’alba sia lontana ore, alcuni uccelli cinguettano; da alcuni giorni, in giardino e lungo le vie, la primavera è già evidente sui rami, oltre che nel tepore dell’aria. La natura non mostra alcun nero presagio, è così vasta la sua infinita bellezza che non dovrebbe lasciare alcun dubbio su dove guardare e quali consigli ascoltare, anziché le sirene della violenza e della sopraffazione. Una sensibilità, si dirà non a torto, che purtroppo non alberga in chi regge i destini dei popoli, delle nazioni e della società.

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