Mantenere vivo il senso critico per preservare la nostra reciproca umanità
Tra le numerose, potenti intuizioni del grande Umberto Eco, una delle più citate è sicuramente quella secondo cui sarebbe stato superfluo, nel mondo a venire (che lui vedeva prendere forma ed è poi diventato, nei decenni recenti, il nostro), conoscere a memoria la data di nascita o morte di Napoleone, ma invece assolutamente indispensabile sapere dove trovare quell’informazione, al bisogno, nel giro di pochi secondi. L’erudizione, intesa come il possesso di nozioni immagazzinate in uno schedario mentale e magari destinate a rimanere del tutto inutilizzate se non per puro sfoggio, veniva così sostituita dalla capacità di orientarsi agevolmente tra le infinite notizie e cronache, del passato quanto del presente. Una necessità inderogabile, in un contesto planetario – dopo secoli nei quali lo studio, i documenti, i libri erano stati accessibili ad una ristrettissima parte della società – dove il sapere e la cultura sono divenuti, almeno potenzialmente, patrimonio universale.
L’avvento di internet, che realizzò la profezia di Isaac Asimov – scienziato divulgatore e maestro del genere fantascientifico – d’un terminale elettronico “domestico” presente in ogni abitazione del globo, connesso ad un onnisciente computer centralizzato in grado di fornire risposta ad ogni domanda, accelerò il processo di diffusione e “democratizzazione” della conoscenza in modo esponenziale, miniaturizzandone i veicoli fino alle dimensioni tascabili dei nostri attuali smartphone (con la prospettiva concreta di rendere anch’essi, molto presto, fisicamente superflui). Chiunque abbia almeno quarant’anni ricorda benissimo i tempi nei quali, per reperire un’informazione, si doveva consultare libri, telefonare a colleghi e amici, magari perdere una mattina per recarsi in biblioteca o emeroteca: abitudini ormai del tutto desuete e rimpiazzate, totalmente, dalle moderne tecnologie. La possibilità di accedere ad una quantità virtualmente infinita di informazioni – qualcuno si è spinto a dire che, in un solo giorno, ciascuno di noi ne riceva più di quelle cui un uomo dell’Ottocento era esposto in un’intera vita, ed è una stima realistica – rende fondamentale disporre di una mappa che, come detto all’inizio, faciliti un orientamento in mezzo ad un turbine di stimoli e sollecitazioni.
Purtroppo, la questione è parecchio più complessa. Se la possibilità di rintracciare qualsiasi informazione ha trovato la sua massima espressione nell’utilizzo dei così chiamati motori di ricerca, tra i quali il pressoché egemone Google, modificando il nostro approccio e la nostra percezione del concetto stesso di conoscenza, forse non ci siamo ancora resi conto che, negli ultimissimi tempi, tale paradigma è ulteriormente e radicalmente mutato. Ogni ricerca tradizionale, infatti, restituiva una serie di risultati disposti in ordine di pertinenza, ma era di fatto inevitabile l’obbligo di consultarne un certo numero – cinque, dieci o più – e metterli a confronto, magari integrandoli l’un l’altro, per identificare il più rispondente e adatto alle nostre necessità. Oggi, tramite la funzione di ricerca governata dall’intelligenza artificiale, la prima risposta predomina fino a far apparire le successive come puramente accessorie: si presenta articolata, dettagliata e già “pronta” senza apparente bisogno d’alcun ulteriore impegno, o riflessione, da parte di chi ha posto la domanda.
Tale risposta può contenere, in modo involontario e connaturato al procedere “statistico” con cui l’intelligenza artificiale costruisce i propri responsi, inesattezze più o meno evidenti, tali da rendere quantomeno opportuna una verifica: che però molti non compiranno, prendendo per buono e valido quanto asserito. Gli errori e le imprecisioni eventualmente (ma in realtà quasi certamente) presenti sono così destinati, in assenza di correzione, ad autoalimentarsi e propagarsi, moltiplicandosi come in un gioco di specchi, poiché ogni risposta sbagliata rientra nel sistema e viene assimilata in altre risposte. Inoltre, e di pari passo, la capacità e volontà di verifica umana sarà indotta a decrescere rapidamente, via via che le risposte dell’intelligenza artificiale andranno a costituirsi come un parametro di presunta affidabilità e “verità”. Un tempo si diceva “l’ha scritto il giornale” o “l’ha detto la televisione”, quale garanzia (per quanto illusoria) di autorevolezza e realtà: tale aura di presunta credibilità, ma persino più aleatoria, rischia concretamente di ammantare rapidamente, ma fittiziamente, i sistemi di intelligenza artificiale. Per non dire, poi, di quando tali inesattezze vengono (e sempre più verranno) indirizzate e “pilotate” da chi abbia interesse a manipolare, contaminare, confondere e orientare le conoscenze o le opinioni: sono già centinaia gli esempi di articoli medico-scientifici, ma non soltanto, falsificati in questo modo. Alimentare, in malafede e per finalità ingannevoli, l’apprendimento delle intelligenze artificiali con cognizioni di comodo, o utili a chi ne detiene il controllo, è un processo semplicissimo per chi le sviluppa ma dalle conseguenze potenzialmente catastrofiche, contribuendo ad minarne l’inaffidabilità.
Tra le regole auree del giornalismo anglosassone, c’è quella in base al quale un buon articolo deve rispondere, oggi come agli albori d’ogni cronaca, a cinque domande che iniziano per “w”. Le prime quattro sono who, what, when, where ovvero chi è il protagonista della notizia, cosa ha fatto per renderla tale, quando e dove i fatti sono avvenuti. Se il lettore non riceve queste informazioni di base e di per sé oggettive, possibilmente già nelle primissime righe, sentirà il resoconto come incompleto. Ma la più importante, di gran lunga, è la quinta “w”, ovvero why: perché (o il perché, il motivo: why in inglese può essere sia avverbio che sostantivo, the why). Si trova lì ciò che spiega, al limite ipoteticamente, le ragioni di quanto accaduto e, nel caso, come è accaduto. È nel why, nel perché (e quindi nel come), che entra in gioco la facoltà di discernimento, valutazione, riflessione, ragionamento, confronto, ed è precisamente questa attitudine che rischia di dissolversi in un mondo di risposte e opinioni preconfezionate, fatte proprie e diffuse in buona o cattiva fede.
La grande sfida di un mondo che tenderà sempre più a delegare e codificare la ricerca di risposte, e con esse i processi decisionali, si trova proprio qui: nella possibilità e necessità di educare e sviluppare il cosiddetto “senso critico”, di mettere in discussione – innanzitutto con sé stessi – le facili certezze, di coltivare una sana cautela verso quanto appaia troppo semplice o comodo, di interrogarsi sull’essenza, o viceversa sull’artificialità, di ciò che condiziona e suggestiona le nostre vite. Beninteso, anche il “senso critico” può sbagliare, non essendo una sentinella infallibile bensì un modo per riconoscere legittime, oltre alle proprie, le ragioni di chi ci sta di fronte, immedesimandoci per quanto possibile nella sua esperienza e nelle prospettive, differenti dalle nostre, da cui è lecito e possibile osservare il mondo. Il senso critico, e con esso l’esercizio del dubbio, non può mai rinunciare al dialogo e nulla ha a che vedere con la contrapposizione fine a sé stessa, quella ormai quotidianamente esibita da quanti, per difendere una propria tesi (spesso preconcetta), ricorrono all’insulto o alzano la voce sovrastando quella dell’interlocutore, ridotto ad una sorta di avversario. Il senso critico va esercitato prima di sposare qualsiasi tesi, non per assumerla e difenderla ciecamente, ed è l’attitudine in assoluto più importante se, nell’imminente mondo di macchine simulanti il pensiero, vorremo davvero preservare la nostra umanità e incontrare quella dell’altro.
