Il futuro che ci attende: parlare ai giovani con obiettività, ma senza scoraggiarli
Nessuno conteggia davvero il susseguirsi degli anni dal primo gennaio: molto più intuitivo, invece, fare riferimento alla pausa estiva che più o meno lunga, più o meno assaporata a seconda dei casi, prelude però sempre alla ripartenza autunnale, nello studio o nell’attività lavorativa. È a settembre che lo sguardo e il pensiero si spingono davvero in avanti abbracciando i mesi, gli impegni e le scadenze che ci attendono. Il futuro, nel ciclo delle stagioni e differentemente rispetto alla vita, inizia con le tonalità dell’autunno e sfocia nel tripudio della primavera, fino all’esplosione dell’estate.
Peccato che questo futuro, in realtà, appaia sempre meno luminoso. Già alcuni decenni addietro, la nostra società era alle prese con le problematiche di cui tutti siamo consapevoli: il deficit pubblico, l’instabilità governativa, l’economia traballante, la corruzione, gli scandali, il dissesto del territorio, i segreti più o meno nascosti dietro questo o quel tragico evento. Situazioni e circostanze che hanno riempito le cronache e accompagnato la nostra storia. Tuttavia, se fino agli anni Novanta si fosse chiesto ad un genitore cosa sperasse per i propri figli, avrebbe quasi invariabilmente risposto: una vita migliore della mia. Talora con l’amarezza di chi aveva dovuto molto soffrire e sacrificarsi, talaltra con maggior serenità in caso di un benessere vicino o già raggiunto, ma sempre con l’immagine di un futuro come orizzonte di opportunità. Il boom degli anni Sessanta e Settanta era già alle spalle, la crescita aveva già rallentato, ma rimaneva viva l’idea che le rinunce, le privazioni, gli sforzi delle generazioni del secondo dopoguerra avrebbero portato frutto e che i giovani, pur lì per lì criticati (come peraltro in ogni epoca: anche l’antica Grecia ci ha tramandato scritti, d’oltre due millenni fa, nei quali se ne denunciavano i comportamenti irrispettosi e scapestrati…), avrebbero infine trovato la propria strada, come i genitori e, anzi, certamente meglio di loro.
Di fronte alla situazione attuale, c’è da domandarsi quali reazioni si registrerebbero se questa stessa domanda, “cosa spera per i suoi figli?”, venisse posta oggi. Quanti padri, quante madri risponderebbero convinti: “una vita migliore della mia”? Probabilmente pochi, dacché pochi ci crederebbero. Tanto a bruciapelo, quanto lasciando tempo per riflettere, le risposte sarebbero quasi certamente esitanti, smarrite, meste e infine ammutolite.
Quotidianamente viene detto e ripetuto, in ogni possibile sede, che vi sarà sempre meno lavoro, sempre meno sanità e welfare, sempre meno risorse diffuse (assorbite, per lo più, da sperequazioni economiche e finanziarie), un clima fuori controllo e un invecchiamento della popolazione che, tra esaurimento del sistema pensionistico e urgenze assistenziali, diverrà un problema per il quale, al momento, non si vede soluzione. Non si tratta, ormai, di allarmismi, di cupe profezie formulate apposta per sollecitare decisioni e rimedi affinché non si avverino, ma esattamente della fotografia del futuro complesso che con ogni evidenza ci attende. Un futuro sempre più polarizzato, a livello planetario ma anche internamente alle nostre società, tra chi concentrerà e deterrà sempre più ricchezza e chi dovrà, in qualche modo imprecisato, adattarsi o arrangiarsi. La stessa rivoluzione in corso, l’avvento e lo sviluppo rapidissimo dei sistemi di intelligenza artificiale, porterà certamente immensi benefici, ma non necessariamente generalizzati né in forme armoniche.
Chi, avendo o meno avuto figli propri, non vorrebbe augurare ai giovani e ai giovanissimi un domani felice? Oggi però tale auspicio si smorza nella gola, di fronte al rischio di mettere in mostra un ottimismo arduo da argomentare. La verità è che l’assetto del mondo, e della società, sembra voler riservare “le magnifiche sorti e progressive”, sulle quali già ironizzava amaramente Leopardi, ad élites – planetarie o locali – sempre più ristrette. Quel futuro che rappresentava un traguardo di benessere ideale, ma visibile e tangibile, per i nostri genitori e i nostri nonni, è sempre più un’incognita per i figli e i nipoti degli anni Duemila. Un futuro, quindi, non soltanto sperperato, per indifferenza o inettitudine di coloro ai quali spetterebbe occuparsene e averne cura, ma addirittura intenzionalmente predato e saccheggiato, per opportunismi e tornaconti di parte.
Tuttavia, la speranza è dura a morire e forse è ancora possibile immaginare la condizione attuale come un guado in cui il tempo che viene è, semplicemente, ostaggio delle scelte di chi detiene il potere d’indirizzarlo o plasmarlo: scelte di fronte alle quali anche noi, adulti, ci scopriamo disorientati e smarriti. Eppure proprio a noi – genitori, educatori, insegnanti, commentatori – tocca un compito delicatissimo: parlare ai giovani delle sfide che li attendono con obiettività, senza ingannarli o illuderli con facili promesse e rassicurazioni, ma anche senza scoraggiarli dal credere che un diverso futuro, grazie a loro stessi, sia comunque possibile.
