L’avidità, cancro del nostro tempo e della natura umana

A quasi otto anni dalla sciagura, avvenuta nell’agosto 2018, è stata emessa la condanna per i responsabili del crollo del Ponte Morandi a Genova. I quali tendono, almeno individualmente, a rifiutare le accuse, tuttavia qui “responsabili” non significa solo ritenuti penalmente colpevoli, ma – ben prima del disastro e con tutto il tempo e i mezzi per prevenirlo – incaricati, in virtù del ruolo che ricoprivano, di curarne la manutenzione. Secondo quanto emerso, fino al 1999 il Ponte era gestito da una società pubblica e gli interventi di conservazione costavano mediamente 3.665 euro al giorno, ovvero un milione e 337mila euro all’anno; dopo il subentro della società privata Autostrade, tale importo scende a 71 euro al giorno, meno di 26mila euro nell’arco dei dodici mesi, con una riduzione del 98 per cento (!). A me una simile esiguità sembra inverosimile, ma sono le cifre pubblicate dal più autorevole quotidiano italiano e a quanto pare confermate in istruttoria e in sentenza.

Un’incuria dovuta a difficoltà finanziarie? Non si direbbe, poiché gli utili annui di Autostrade già nel periodo 1999-2005 oscillavano tra i duecento e gli oltre 500 milioni di euro, salendo nel decennio successivo a quasi un miliardo. Si parla di utili, non di ricavi dai quali sottrarre spese che, evidentemente, quasi non c’erano: importi in massima parte, se non totalmente, distribuiti agli azionisti. Un testimone ha riferito che nel 2015 s’erano spezzati i cavi delle fibre ottiche dei sensori: la ditta incaricata aveva presentato un preventivo di diecimila euro per il ripristino (equivalenti ad un centomillesimo dei guadagni di quegli anni), che non avvenne mai perché, evidentemente, anche quello 0,001 per cento doveva essere risparmiato a beneficio degli azionisti. Il Ponte, beninteso, non ha ceduto per questo singolo intervento mancato, in sé marginale, tuttavia indicativo di un modo sistematico di procedere.

Come in ogni caso simile, spetta agli inquirenti e ai giudici – le cui valutazioni possono essere imprecise o imperfette, ma si basano comunque su una mole di dati ed elementi enormemente più vasta di quella a disposizione d’un qualsiasi cittadino – stabilire il confine, talora sfumato e altre netto, tra responsabilità colposa derivante da incapacità o sottovalutazione o, invece, dolosa per calcolo, interesse o incuria, quando cioè si è al corrente del pericolo ma ci si affida alla fortuna (“speriamo non succeda nulla”). Le conseguenze possono essere di volta in volta minime o irrilevanti, oppure terribili come nel caso di Genova o catastrofiche come fu, ad esempio, nel caso della diga del Vajont, nel 1963, con le sue quasi duemila vittime dopo anni di allarmi ignorati, minimizzati o addirittura irrisi.

Nessuno di noi, chiaramente, avrebbe potuto fare nulla per evitare la tragedia del Ponte Morandi, come in mille situazioni analoghe quando siamo necessariamente costretti a delegare ad altri la nostra sicurezza e incolumità, ma qualcuno invece ne aveva la coscienza e il potere. Anche qui, come pressoché sempre in ogni malversazione e ingiustizia, la chiave di tutto – soprattutto in base alle cifre riportate sopra – sembra riassumersi in un solo concetto: l’avidità, tentazione e brama insita nella natura umana e cancro d’ogni tempo, incluso purtroppo il nostro. Si potesse non dico estirparla, ma appena limitarla e moderarla, abiteremmo un mondo completamente diverso. L’avidità, peraltro, può anche incanalarsi in direzioni positive: avidità di esperienze, di conoscenza, di bellezza… Ma quella che si nota diffusamente, e genera i peggiori effetti, è l’avidità materiale, attitudine non a condividere ma a sottrarre, non a moltiplicare ma a racchiudere ad uso esclusivo per sé o per un gruppo ristretto.

È osservazione celebre quella in base alla quale, qualora una scimmia – ma anche un qualsiasi altro animale – iniziasse ad accumulare banane o cibo in quantità maggiore di quella che possa servirle, privando di tali risorse i suoi simili, gli etologi di tutto il mondo lo considererebbero un comportamento anomalo, inaudito e da studiare per comprenderne i motivi; la medesima condotta, messa in atto dagli esseri umani, è invece generalmente accettata come normale, se non apertamente ammirata.

Ampliando la riflessione dal crollo del viadotto di Genova (che, nel caso specifico, ha originato una strage, ma trova analogie in cento altre situazioni nelle quali l’interesse collettivo viene penalizzato o posposto), si arriva ad una considerazione generale. Ognuno di noi, dal momento in cui si alza al mattino a quello in cui si corica la sera, è chiamato a mettere in opera una concatenazione di scelte, di azioni e di gesti – dai più apparentemente insignificanti ad altri, per così dire, macroscopici ed evidenti – ciascuno dei quali prevede decisioni nelle quali entra in gioco, in varie misure, il concetto di una maggiore o minore avidità: talora naturale e innocua, legata semplicemente alle necessità della propria esistenza, talaltra invece più marcata, quando non addirittura vessatoria.

Un’avidità che non riguarda, s’intende, soltanto i beni materiali, ma anche tutte le situazioni emotive, affettive, sociali nelle quali si è chiamati a decidere cosa prendere e tenere per sé sottraendolo ad altri, cosa accumulare e occultare pur non avendone alcuna necessità e soltanto per il gusto, o l’impulso, di farlo. Riuscire ad entrare in questo stato di coscienza e consapevolezza, che non richiede alcun eroismo (virtù talora necessaria, ma richiesta a pochi) né particolari sacrifici o privazioni, sviluppando così il senso della misura, dell’equilibrio, della moderazione e della compartecipazione, aprirebbe davvero una nuova fase per l’umanità e per il vivere, e convivere, civile.

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