Corte di Cadore: la città-utopia “invisibile” e democratica di Mattei e di Gellner

Nel cuore delle Dolomiti bellunesi, il Villaggio Eni di Corte di Cadore rappresenta una delle più originali utopie architettoniche e sociali del Novecento italiano. Voluto da Enrico Mattei e progettato da Edoardo Gellner, con il contributo di Carlo Scarpa, nacque come modello di welfare aziendale capace di unire paesaggio, architettura e vita comunitaria. Oggi, tra edifici restaurati, strutture abbandonate e villette immerse nel bosco, il villaggio racconta ancora l’ambizione di una “città invisibile” pensata per essere democratica, accessibile e condivisa.

La scoperta di una città nascosta nel bosco

La guida ci aspetta per le 16 nella Gellner Lounge dell’Hotel Boite, capolavoro del modernismo italiano, sopra Borca di Cadore. Siamo una quindicina di visitatori, italiani e olandesi, per cui alternerà i suoi interventi nella nostra lingua e in inglese. La visita durerà più di un paio di ore, costo 20 euro a testa, come un ingresso al Louvre o agli Uffizi o ai Musei Vaticani, ma li vale veramente tutti. Ascoltiamo, fotografiamo, facciamo domande.

(Hotel Boite, interni della Lounge Gellner)

Il “visionario” Enrico Mattei, così ce lo presenta la guida, allora potentissimo presidente dell’Eni, volle realizzare qui il villaggio per le vacanze dei suoi dipendenti, esempio di welfare aziendale senza precedenti. In verità la sua intenzione era di costruirlo a Cortina, perché là dove andavano in vacanza i ricchi, ben potevano andare anche i suoi dipendenti, sosteneva. Perché il Pelmo, l’Antelao, il Cristallo dovevano essere di tutti.

Solo che a Cortina lo spazio necessario proprio non c’era e quindi si optò su Borca, dove l’area si trovò, anche se, gli fecero notare in Comune, era solo un’autentica pietraia abitata da vipere. Niente del declivio di abeti e di larici che vediamo oggi. Sfida accettata. Quell’area venne comprata dall’Eni e su quella pietraia venne portato terreno di fondovalle, lasciando che la vegetazione vi crescesse autonomamente.

Per la realizzazione Mattei si prese Edoardo Gellner, l’architetto che già aveva operato a Cortina d’Ampezzo, specie in occasione delle Olimpiadi invernali del 1956 e che aveva firmato il Piano paesaggistico della città, che ebbe il compito di costruire per l’Eni una città nella città, capace di ospitare fino a seimila persone, secondo “un modello di welfare aziendale in cui architettura, paesaggio e vita comunitaria si intrecciavano senza gerarchie” (Domus, luglio 2026).

In pochi anni sorsero quindi un albergo, una colonia, un campeggio e quasi trecento villette immerse nel bosco, che venivano assegnate per sorteggio ai dipendenti, in base al nucleo familiare, non secondo il ruolo occupato nell’azienda, per una vacanza gratuita nel cuore delle Dolomiti.

Enrico Mattei e l’idea di una montagna per tutti

Conosciamo la fine fatta da Mattei nel 1962 nei cieli di Bascapè, quando il suo aereo precipitò improvvisamente. Con la morte di Mattei anche il Villaggio non venne più completato. La vicenda della Corte di Cadore resta però inseparabile dalla figura di Mattei e dalla sua idea di una montagna accessibile a tutti, non più luogo esclusivo delle élite economiche, ma spazio di crescita, socialità e benessere per i lavoratori e le loro famiglie.

Edoardo Gellner, l’architetto dell’utopia

Gellner, nato ad Abbazia, origini austriache, allievo di Josef Hoffmann a Vienna e di Carlo Scarpa a Venezia, amava dipingere ad acquerello e a guazzo. E amava le icone russe. Ne aveva un’intera collezione e diceva che erano “arte pura”, perché non soggette a razionalità o contaminate dal nome di un artista.

Nella lounge dell’hotel tutto parla ancora di lui, che volle progettare anche le maniglie e nella lounge i suoi arredi stanno assieme a quelli di Le Corbusier in uno spazio ampio, pensato proprio per essere comune e condiviso. Il soffitto, elegantissimo, è fatto con le tavole di recupero utilizzate per armare il cemento, una diversa dall’altra. Il bancone del bar è tutto in ferro e legno.

La chiesa “rivoluzionaria” di Nostra Signora del Cadore

(Chiesa di Nostra Signora del Cadore)

Il primo edificio che andiamo a visitare è la chiesa dedicata a Nostra Signora del Cadore. È in alto rispetto al Villaggio, ma sempre nascosta nel bosco e se non fosse per la parte metallica finale del campanile brutalista che spunta al di sopra delle conifere, niente la lascerebbe immaginare. Anche qui tutto parla ancora di Edoardo Gellner, ma anche di Carlo Scarpa, chiamatovi proprio da quello che era stato suo allievo.

La particolarità che ci viene subito fatta notare è la collocazione dell’altare, rivolto verso il pubblico, che fa di questa chiesa la prima in Italia con l’altare concepito stabilmente versus populum, ben prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II che lo renderà obbligatorio.

In verità fu proprio Mattei a volerlo così, ma perché gli piaceva quello di Sant’Ambrogio a Milano, dove l’altare era anticamente rivolto al pubblico. In ogni caso, la scelta suscitò la contrarietà dell’allora vescovo di Belluno, Gioacchino Muccin, al punto da costringere Gellner a rivolgersi al patriarca di Venezia Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, che indisse proprio il Vaticano II. “Loro a casa loro l’altare possono metterlo come vogliono”, avrebbe risposto, secondo un aneddoto tramandato da Gellner. La chiesa infatti era ed è a tutti gli effetti privata. In ogni caso, all’inaugurazione il vescovo bellunese non mancò di scagliarsi contro un edificio di tal fatta, che giudicò “un ammasso di cemento”, sostenendo che “quella chiesa non era un tempio di Dio ma solo un mediocre involucro, ruvido, volgare”, ricorderà Gellner, per il quale invece “per capire se una chiesa è veramente una chiesa, basta nascondere l’altare e guardare in su. Se rimane mistica, è una vera chiesa”. Così infatti ci è parso, sollevando lo sguardo verso le travature a triangolo, dove l’unico elemento di colore sono i lampadari di Scarpa, arancioni e verdi, che non sono altro che i colori della natura dolomitica esterna.

La chiesa viene ancora oggi utilizzata per cerimonie liturgiche, concerti, conferenze, matrimoni, anche civili. I chicchi di riso dentro le fessure della pavimentazione esterna, lanciati sugli sposi che escono dopo la celebrazione del rito matrimoniale, beneauguranti, ne sono una chiara testimonianza.

Mattei, l’uomo dell’impossibile

Fuori, davanti alla chiesa, non in altro contesto, non poteva mancare un busto in marmo di Mattei, opera di Francesco Messina, dedicato all’uomo che qui volle realizzare un’utopia sociale egalitaria senza precedenti. Mattei, capo partigiano democristiano, protetto da Ezio Vanoni, il super ministro dell’Economia dei primi governi De Gasperi. “L’italiano più potente dopo Cesare Augusto”, lo definì Der Spiegel, anche se il ritratto migliore ce lo ha lasciato Giorgio Bocca: “Che cosa era Mattei? Un avventuriero? Un grande patriota? Uno di quegli italiani imprendibili, indefinibili, che sanno entrare in tutte le parti, capaci di grandissimo charme come di grandissimo furore, generosi, ma con una memoria di elefante per le offese subite, abili a usare il denaro ma quasi senza toccarlo, sopra le parti ma capaci di usarle, cinici ma per un grande disegno” (G. Bocca, Enrico Mattei, l’uomo mistero, la Repubblica, 3 agosto 2000).

Una colonia per 600 bambini

(La colonia di Corte di Cadore)

Si passa quindi a visitare la colonia. Trentamila metri quadri! Altro grande edificio che però, diversamente dall’hotel, è lasciato in abbandono. Speravano, dice sempre la guida, di intercettare i fondi delle ultime Olimpiadi invernali, ma per una serie di motivi non ci sono riusciti. Però meriterebbe proprio di essere sistemata e riutilizzata.

Piena di colori, rosso, azzurro, giallo, pensata per ospitare fino a seicento bambini, la si può percorrere tutta senza mai incontrare una rampa di scale, se non quelle per i locali del personale. Questo grazie alla lungimiranza di Gellner, ben trent’anni prima della normativa sull’abbattimento delle barriere architettoniche. Notevole l’aula magna, più grande della chiesa, con ancora al centro il grande lampadario di Gellner, quello sì appena restaurato. Le finestrelle dei corridoi sono una diversa dall’altra per forma e dimensioni, “cosicché i bambini potessero scegliere ciascuno la propria”, precisa la guida. E poi dormitori, lavandini, docce. In un’epoca, primi anni ’60, in cui in molte famiglie non c’era ancora l’acqua calda in casa, e in molte, come la mia, neanche l’acqua fredda, che veniva attinta da un pozzo artesiano; in un’epoca in cui si usava ancora una latrina all’esterno dell’abitazione. Soprattutto qui potevano asciugarsi i capelli con i phon a parete, fatto ancora avveniristico per la stragrande maggioranza degli italiani.

Gli orsi di Kruscev e la fine dell’utopia

(Gli orsi Mischa e Julia nella Lounge dell’hotel)

Ritorniamo alla lounge dell’hotel. Ci vengono mostrati due volumoni in cui sono raccolti gli articoli della stampa di allora che hanno seguito la nascita e lo sviluppo della Corte di Cadore, rimasta incompiuta con la morte di Mattei non solo perché i fondi cominciarono a scarseggiare, ma anche perché l’utopia del “visionario” non piaceva più così tanto all’Eni.

Nell’atrio, seduti sulle poltroncine disegnate da Gellner, i due grandi orsi, Mischa e Julia, versione peluche di quelle che sono stati per anni le mascotte del villaggio. Una coppia di orsi veri venne infatti regalata a Enrico Mattei da Nikita Kruscev, segretario generale del Pcus, in segno di amicizia, riporta Vanity Fair nell’ultimo numero di agosto 2026. Anzi, a Corte di Cadore arrivò prima Mischa e poi Julia. Tenuti in un recinto, furono per anni una delle attrazioni del villaggio. In cambio di tecnologia Mattei si era garantito una bella fornitura di petrolio russo, facendo infuriare gli americani. Accordi firmati nel 1960, in piena Guerra Fredda.

Il villaggio oggi

Il villaggio è stato acquistato nel 2000 dalla Minotor, che ha proceduto a vendere le 274 villette monofamiliari sparse nel bosco, tutte costruite in pietra, legno e cemento. Dicono anche a cinquemila euro al metro quadrato! Villette che Gellner non progettò tutte uguali, ma con dimensioni e tipologie diverse per poter meglio adattarsi al terreno e alle esigenze familiari, costruite in modo da favorire sia la privacy sia il senso di comunità e con tutti gli impianti interrati, in modo da non avere pali che potessero disturbare la vista sull’Antelao.

Solo per averne un’idea, basti pensare che la villetta piccola, quella di 60 metri quadrati, prevedeva già due bagni, due camere da letto, un soggiorno, un cucinotto, uno spazio living con lettino in aggiunta per un eventuale ospite e, ovviamente, la stua. Progetto Gellner del 1955!

(Gli edifici nel bosco di Corte di Cadore)

Una nuova vita per una grande utopia italiana

Nel numero di luglio 2026 la prestigiosa rivista Domus fa presente che il rilancio del Villaggio Eni “arriva in un momento di rinnovato interesse per le grandi utopie industriali italiane: dopo Ivrea, la città ideale immaginata da Adriano Olivetti, e Crespi d’Adda, il villaggio operaio ottocentesco al centro di un nuovo progetto di riqualificazione, anche il capolavoro di Gellner torna a essere letto non solo come testimonianza del boom economico, ma come patrimonio da abitare e reinterpretare”.

Uscendo incrociamo un folto gruppo di stranieri appena scesi da due pullman, ospiti dell’hotel. Torniamo giù a Borca di Cadore a piedi, sono solo un paio di chilometri, come a piedi eravamo saliti al Villaggio, camminando nei boschi, con anche un po’ di pioggia, in questa città invisibile che nasconde di continuo i propri edifici, convinti che qui, in mezzo alle Dolomiti, come leggiamo ancora su Domus, “si può dormire in un’utopia italiana”, lontani dall’individualismo del presente.

Ti potrebbero interessare anche questi articoli

Editoriale in arrivo!

Istituire la Giornata Mondiale delle Vittime dell’Inquinamento dell’Aria: una questione politica globale

In questa estate torrida, che sta causando diversi problemi di salute, anche con esiti letali, a molte persone fragili, il Ministero della Salute ha aggiornato a luglio il Piano Nazionale di Prevenzione degli effetti del caldo sulla salute contro le…Continua a leggere →

Saper vivere il riposo praticando “l’ozio generativo”: fare di meno per fare di più (e in modo migliore)

Adulti affaticati, confusi, disorientati. Come uscirne? Nel modo più impensato: imparando a oziare Per molte persone le vacanze rappresentano un momento prezioso per rallentare, recuperare energie e dedicarsi ad attività piacevoli. Eppure, non da tutti il tempo libero è vissuto…Continua a leggere →

Il partigiano martire Flavio Busonera, impiccato il 17 agosto 1944 a Padova

Il 17 agosto di ogni anno a Padova viene ricordata l’uccisione di dieci partigiani: sette con fucilazione alla schiena all’interno della Caserma Luigi Pierobon, ora con il nome di uno dei sette, e tre impiccati nello stesso giorno in via…Continua a leggere →

Franco Alberto Gallo, maestro veneto della musicologia tra Padova e Bologna

La scomparsa avvenuta nel giugno di quest’anno Il Veneto ha dato i natali a numerosi studiosi che hanno lasciato un segno profondo nella cultura italiana. Tra questi merita un posto di primo piano Franco Alberto Gallo (Verona, 1932 – Ravenna…Continua a leggere →