La transumanza “parva” di Rocca Pietore tra poesia, cultura locale, appartenenza

In questo articolo racconto il passaggio di cavalli e pecore, scesi dal Monte Migogn e da altri, ormai freddi nella notte, per il tratturo di Rocca Pietore, piccolo paese a 1200 metri ai piedi della Marmolada nelle Dolomiti. Una transumanza “parva” che si ripete ai primi di settembre, ogni anno da sempre nei ricordi dell’ottantenne maestra Irma, e nei miei più recenti. Le greggi si fermano per due giorni sui prati intorno alla mia dimora estiva: sono solo 2000 pecore ma sembrano un mare immenso. I pastori depongono dalle loro spalle e dai muli i dolci pondi degli agnelli appena nati e limitano con i cani lo spazio “perché – dice la maestra Irma, (che in qualche modo mi convince a spiegare con le parole in prosa, le mie poesie da inserire nel Bollettino Parrocchiale) – l’arrivo delle greggi e i loro riti abituali non devono non devono distruggere gli orti degli abitanti di Rocca”. Nella notte vegliano con fuochi, anzi difendono dagli assalti della volpe i piccoli e le madri ancora gravide. Poi procedono lentamente attraverso il Passo Fedaia a quota 2057 verso gli stazzi a Trento, prima della neve. Così, ispirata da questi teneri rituali quotidiani fra pecore, cani e umani, avevo precedentemente composto il poemetto Estate di pastori e armenti nelle Dolomiti agordine, grazie alle informazioni raccolte dai pastori, dalle osservazioni e dalle suggestioni poetiche racchiuse nella mia anima. Mentre la maestra Irma parla, sento in me risuonare l’antico ritmo di I pastori di Gabriele D’Annunzio, intrisi di nostalgia della sua terra, carichi di storia e tradizioni millenarie, rese importanti dai gesti lenti e ripetuti dei pastori che danno alla poesia questo tono solenne, pacato che alla fine si commuove alla scoperta del mare. E il poeta vorrebbe essere uno di loro e ritrovare la sua pace.

Ugualmente ripenso all’amore di Giovanni Pascoli per il mondo agreste, al Pastore di David Maria Turoldo il cui motivo di orgoglio è ritornare nella sera di Natale con il gregge, nella piazza davanti alla chiesa: il che lo riporta al presepe, a sua madre affaccendata come Maria, al suo Friuli sofferto. La poesia si fa canto autobiografico, di grande intensità lirica, che sottolinea la rivalsa dell’essere umile guardiano, tutt’uno con il gregge. Egli aveva anche firmato un inno Il Signore è il mio pastore, musicato da Bepi de Marzi, cantato ancora adesso durante le funzioni religiose. Anche Maria Grazia Deledda descrive il nomadismo pastorale in Sardegna, dall’arcana origine: le figure di questi uomini appaiono quali mitici rappresentanti del suo mondo amato. E altri ancora mi riportano all’immagine sacra del Buon Pastore che ama le sue pecore e le riconosce tutte, tanto da avere cura di ognuna per non smarrirla. Gesù ha instaurato un rapporto molto intimo, un rapporto d’amore. Si tratta di una precisa scelta di vita fatta.

Che dire poi di Virgilio, Plinio il Giovane e di tutti quegli autori dell’Italia Centro-meridionale in cui il gregge e la transumanza fanno parte della vita. Il fenomeno qui s’innesta in un contesto storico-sociale molto particolare che richiederebbe un’analisi approfondita. Di quanto detto, mi ha convinto lo strano incontro durante una gita giovane, nei prati verso il castello di Andraz. Qui mi sono imbattuta in particolari figure di pastori, laureati in filosofia, con tanto di cellulare (parlo di 25 anni fa), aperti al dialogo, impegnati nella transumanza dalla zona di alta montagna verso pascoli più bassi. Ho avvertito, nel nostro colloquio spontaneo, la loro disponibilità mentale e interiore all’ evento, un’adesione al paesaggio, alla storia. Un atteggiamento adeguato ad un’altra vita nomade che incita all’incontro, alla conversazione con l’altro, ad un senso di appartenenza, rifiutando la solitudine.

Questo ha catturato la nostra curiosità e spinto a saperne di più. Le parole, poi, della maestra Irma, il rispetto per gli orti, per i luoghi e le persone in genere, mi hanno fatto riflettere sull’entità del fenomeno. Ho appurato, alla fine, che la transumanza, ancora viva in terra d’Abruzzo, nelle nostre Alpi, e in tanti altri luoghi a noi meno noti, risale alla preistoria come ricerca di erba fresca per le greggi, tutto l’anno secondo cicli stagionali. Quindi, prima la salita e poi la discesa. Ciò è molto importante perché salvaguardia il paesaggio con attenzioni particolari, secondo leggi non scritte, ma trasmesse di generazione in generazione, quali bisogno di rispetto per i luoghi e per gli abitanti, apre pure passaggi culturali nuovi di tradizioni, costumi e i valori anche culinari. L’andare oltre la terra, questo trans-ire, è divenuto patrimonio culturale immateriale nel 2019 da parte dell’UNESCO, mentre il 2026 è proclamato anno Internazionale dei Pascoli e dei Pastori. Fondamentale è renderci conto che, nato da una necessità biologica, ossia la ricerca dell’erba, si è trasformato in un percorso economico così saliente da dar vita a Siena, nel 1472, al Monte dei Paschi. Un passaggio, sempre più necessario e prezioso per mantenere in vita la montagna, altrimenti abbandonata al degrado, che diventa alquanto significativo per la fioritura di lanifici, caseifici, in sinergia tra culture diverse.

Così la transumanza a Rocca Pietore, che poteva limitarsi alla sola trascrizione poetica, si è rivelata una grande forza artigianale, etnica, culturale, ricordata alla fine di ogni stagione, specialmente in Alto Adige, con grandi feste religiose e popolari in cui fanno bella mostra di sé i prodotti locali. Anche i villeggianti amano seguirle come un segno altro di appartenenza.

Di seguito riporto la poesia relativa alla transumanza già apparsa in Altri Itinerari, nr. 8/2005, p. 33 e in La casa in mezzo al prato, Valentina Editrice, Padova, 2018. Vuole essere anche un riconoscimento, fatto di rispetto e amicizia, per la maestra Irma che, oltre ad avere insegnato con passione nelle scuole elementari ed essersi impegnata nella lettura delle diverse parti della messa, ha anche realizzato una Grammatica Ladina in collaborazione con l’Università di Padova. Grande il suo amore per la cultura e per la sua terra, manifestato in ogni momento trascorso insieme, in piacevoli e stimolanti “conversari”, per utilizzare un termine caro a Guido Gozzano.

Estate di pastori e armenti sulle Dolomiti Agordine

(settembre 2003 – agosto 2005)

Brinata ormai è la notte

sugli aspri dorsi del Migogn

e già scendono a più mite pascolo

lucidi cavalli in nutrite mandrie.

D’argilla matura i corpi

bionde le criniere sciolte

muovono a stupore anche l’aria intorno.

Lenta l’ultima, la cavalla gravida

pensosi gli occhi umidi

difesi i fianchi da pastori.

Nuova la strada risuona all’evento

e morbida l’antica sera d’erba.

II

E greggi carghe di lanoso peso

e altre magre, ancora vanno alla pastura

degradante verso gli stazzi.

Immense s’aprono in arcani riti

pei prati del nostro estivo ozio

– un mare bianco belante ondulante –

a sera ristrette al riposo

da pastori e solerti cani

ora più leggeri dai teneri pondi.

III

E lontano, la notte s’accende

di fuochi-allarme da infide orme:

iridi gialle spiano il beante sonno.

Un brulichio là nel segreto

a noi non noto, quasi magia favola

incanto per l’anima fanciulla.

Umana energia invece e premura

per fragili membra e turgide madri,

quando le greggi muovono alla piana

fino alla prima favilla di cristallo.

E un canto, poeta, alla luna

del pastore più solo nell’irta pausa

che interroga di questa sua-nostra ora

se rimarrà mai segno nel Tratturo.

IV

O vita solenne di pastori e armenti

in armonioso ritmo col creato,

dai primordi mai mutata

nel suo pacato andare

fiutando sempre avanti l’erba

allora che il sole allunga la sua ombra

suonando il luminoso corno,

e l’umore dalla terra più denso sale.

Memoria altra del tempo

che così con noi procede

ma con soave soffio d’innocenza.

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