Le origini del fascismo a Padova: gli scontri, le violenze e la presa del potere

(Terza parte)

Regolarmente i giornali locali – soprattutto “La Provincia di Padova”, naturalmente – parlavano di “orde selvagge” che provocavano i fascisti “inermi”; regolarmente le armi sequestrate erano i fucili da caccia dei contadini; regolarmente i fascisti si dichiaravano vittime della violenza bracciantile, comunista o socialista, cui “dovevano” rispondere con violenza “opportuna, intelligente e cavalleresca”. Il culmine degli scontri si ebbe a Cittadella il 6 maggio 1921: alcuni fascisti fermati dopo uno scontro con socialisti e comunisti erano stati portati nella caserma dei carabinieri e poi alle carceri mandamentali. Arrivata la notizia a Padova, partirono verso Cittadella diversi camion carichi di fascisti allo scopo di liberare i fermati. Alla caserma dei carabinieri un maresciallo, ferito da un colpo di pistola sparato dai fascisti assedianti, aveva risposto al fuoco. Nel breve e violento conflitto che ne era seguito il maresciallo era rimasto ucciso e con lui tre giovani di tre “squadre d’azione” padovane, che divennero i “martiri”, “caduti per la causa fascista”. In un telegramma al segretario nazionale dei Fasci di combattimento il segretario del Fascio di Padova definiva “bolscevico pipista” (cioè sia comunista che vicino al Partito popolare, e la contraddizione evidentemente non lo interessava) il maresciallo ucciso e addebitava a lui, a un capitano dei carabinieri definito “un imbecille” e al questore “che era incretinito” un manifesto stampato e diffuso in città che spiegava quanto accaduto.

I funerali dei tre giovani uccisi divennero il modello di tutte le celebrazioni che si sarebbero tenute in seguito: picchetti d’onore lungo le strade fino alla basilica del Santo, un aereo che gettava fiori e biglietti tricolori, discorsi solenni del rettore dell’università (uno dei tre giovani morti era studente di ingegneria) e delle massime autorità cittadine. In città la violenza era meno sanguinosa ma non meno diffusa. Un padre di famiglia finì, manganellato brutalmente, all’ospedale perché anziché togliersi il cappello al passaggio di una corte con gagliardetti fascisti aveva continuato a tenere per mano le sue bambine; un muratore che aveva intonato ‘Bandiera rossa’ la notte di capodanno del 1923 fu punito con “abbondante olio di ricino”, il fornaio che aveva cantato con lui ebbe il forno e il negozio saccheggiato e distrutto “dalle vetrine alle bilance”. La pagina locale del “Gazzettino” sembrava ogni giorno un bollettino di guerra e le violenze fasciste venivano regolarmente presentate come “reazione” a gesti “antiitaliani”, addebitati alla “criminale propaganda di odio che da due anni i caporioni del sedicente socialismo vanno facendo tra il nostro popolo rovinandolo nelle coscienze e dissanguandolo”.

La violenza contro il “nemico” esterno a Padova poteva nascondere le lotte intestine al Fascio, dove si scontravano gli squadristi legati all’Associazione agraria di Augusto Calore e gli ex combattenti, guidati da Secondo Polazzo (che da segretario del Fascio nel 1922 si oppose ferocemente agli agrari di Calore, definendoli “caparbi e inetti”); due anime contrapposte che non potevano convivere nello stesso partito. Calore rappresentava gli interessi dei grandi proprietari terrieri, ostili a qualunque rivendicazione economica di mezzadri e braccianti. I contadini potevano essere in qualunque momento sostituiti da altri ancora più miserabili di loro, sottoscrivere i “patti” agrari che avrebbero dovuto mantenere una situazione di tranquillità nelle campagne divenne davvero un pro forma. I proprietari firmavano e poco dopo venivano meno ai patti, diminuivano le paghe o le giornate di lavoro concordate, facevano intervenire sgherri armati contro i contadini riottosi a piegarsi o semplicemente disperati. Ne seguivano proteste, interventi o promesse di interventi dal governo tramite il prefetto, sostituzioni di rappresentanti, e poi la situazione tornava al punto di partenza. Battersi contro l’Agraria non portava bene: Secondo Polazzo venne espulso dal Fascio cittadino dopo un breve periodo da segretario, e molti componenti dell’ala “combattentistica” del fascio chiesero “l’onore” di essere espulsi con lui. Il Fascio dunque non trovava pace al suo interno, tra lotte intestine, rivalità da bassifondi della politica, mormorazioni, ritorsioni, accuse reciproche e diffidenze, tipiche dello scontro politico in regime illiberale. Un fascio così diviso all’interno non sarebbe riuscito a “prendere” la città. In effetti alla data della Marcia su Roma arrivarono a Padova, accampandosi nella sede della Camera del lavoro semidistrutta da un incendio qualche mese prima, fascisti provenienti da Belluno e da Vicenza.

Il 29 ottobre “Il Gazzettino” scriveva che l’occupazione era avvenuta senza incidenti, ad opera di circa 4.000 fascisti che avevano occupato la stazione ferroviaria e le poste e che si erano sentiti rispondere dal prefetto Serra Caracciolo, cui avevano intimati di passare i poteri all’autorità militare, che lo aveva già fatto, in obbedienza a un ordine venuto da Roma. Il comandante della divisione di Padova, Giuseppe Boriani, che aveva fornito nemmeno troppo nascostamente armi alle squadre d’azione, la notte del 27 ottobre era in licenza, ma tornò precipitosamente al comando – dove era stato sostituito dal generale Giorgio Emo Capodilista, che aveva dato ordini per fermare gli squadristi “in marcia” sulla città – e, assunti i pieni poteri, sospese i servizi telegrafici e telefonici privati. Il rettore Lucatello, obbedendo a una richiesta della legione delle camicie nere, sospese la sessione di esami, dato che molti studenti erano impiegati “in altri uffici”. Seguirono alcuni giorni di violenze e pestaggi di “nemici”, avversari politici di qualsiasi tendenza. I fascisti si accanirono in particolare contro lo studio e la casa dell’onorevole Giulio Alessio, colpevole di aver sollecitato – invano – il re a firmare un decreto sullo stato d’assedio che avrebbe, forse, potuto fermare la marcia su Roma.

L’amministrazione comunale rimase in carica ancora fino alle elezioni del 1924; fondamentale fu l’appoggio che il sindaco Giovanni Milani aveva da parte del sottosegretario all’interno, Aldo Finzi. Lo stesso non accadde per le altre amministrazioni comunali: tutte, più o meno in fretta (quelle a guida cattolico-democratica un poco più lentamente) si dimisero formalmente entro il 1923 per permettere un “allineamento” con l’indirizzo governativo. Le dimissioni, apparentemente spontanee, nascondevano a volte violenze più o meno gravi; gli stessi foglietti firmati da assessori e consiglieri sembrano scritti tutti dalla stessa mano, contengono gli stessi errori ortografici, recano spesso una data successiva a quella del verbale ufficiale delle dimissioni. Anche in provincia, dunque, la piccola borghesia si alleò con il fascismo trionfante, pensando forse di farne un suo docile strumento. Più riottosa pareva la borghesia cittadina, e il Fascio, guidato a lungo da un maestro elementare di Arquà Petrarca, Giovanni Alezzini, pensò bene di attirarla offrendo tessere ad honorem ad alcuni suoi esponenti, che non poterono (o non vollero) rifiutarle.

La presa del potere non fermò del tutto le violenze. Vi si aggiunsero anche scontri tra le anime diverse del Fascio, gli ex combattenti che esigevano posti e visibilità e gli agrari. Più volte il Fascio di Padova venne tenuto sotto osservazione o commissariato dal centro, ma Alezzini riuscì a rimanere alla segreteria fino alle elezioni del 1929, alternando minacce e concessioni ai suoi camerati ex combattenti, barcamenandosi con i prefetti che si succedevano in città molto rapidamente, con Augusto Calore e gli agrari. Il Fascio non era solo violenza, però. In città si presentò, fin dal 1921, come il difensore di chi non riusciva a sostenere il crescente costo della vita. Aveva cercato di imporre un “calmiere fascista” ai generi di prima necessità, ma di fronte alla riluttanza dei commercianti aveva aperto uno spaccio sotto il Salone, vendendo fin dal primo giorno migliaia di uova a prezzo ridotto. In sole due settimane gli spacci della “cooperativa fascista di consumo” erano diventati tre. Maestre e professoresse di simpatie fasciste in estate organizzarono ripetizioni gratuite per alunni e studenti bisognosi. L’attenzione rivolta alle “massaie” cittadine in difficoltà con la spesa e all’infanzia spesso trascurata e abbandonata dalle molte famiglie miserabili che vivevano in centro città – soprattutto nel quartiere medioevale intorno alla chiesa di Santa Lucia, che più tardi sarebbe stato raso al suolo – incideva certamente nel sentire comune della maggioranza dei cittadini, non molto interessati alla vita politica – “apatici”, aveva scritto infatti Luigi De Marchi –, ma attenti invece al proprio particulare.

Rinvio, per fonti archivistiche e bibliografia, al mio Una città nel regime fascista Padova 1921-1943 (Venezia, Marsilio, 2011).

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