La lezione di don Luigi Sturzo e le fragilità democratiche del nostro tempo presente

Ottant’anni fa, nel settembre 1946, rientrava in Italia dopo un esilio durato 22 anni don Luigi Sturzo. Un esilio, dovuto al suo impavido antifascismo, trascorso tra Londra, Parigi e New York; una lontananza operosa, in contatto con tutti gli altri antifascisti per preparare il ritorno di una vita democratica. Fu, lungo tutta la vita, un combattente per la libertà e la democrazia. Così scriveva nei suoi ultimi anni: “La mia esperienza, lunga e penosa, mi fa concepire la politica come statura di eticità, ispirata all’amore del prossimo, resa nobile dalla finalità del bene comune”.

Questo anniversario ci invita ad una riflessione sui rischi che corre oggi la vita democratica, per la quale si erano battuti campioni della libertà come don Sturzo. Tra i molti segnali preoccupanti, richiamo qui quelli che riguardano una pressoché totale separazione tra ciò che si fa e ciò che si dice nel dibattito pubblico.

Primo esempio. Grande (e preoccupante) successo in Germania del partito di ispirazione neonazista Afd, “Alternative für Deutschland”. I motivi sono diversi e risiedono anche in paure oggettive di ampi strati dell’elettorato, suscitate e coltivate. Mi soffermo su un altro aspetto: l’indifferenza degli elettori ad una coerenza tra ciò che fanno i leader e ciò che dicono. La leader di Afd è una lesbica dichiarata, la sua compagna è una immigrata e hanno due figlie adottate. Cioè sarebbe l’esempio di tutto ciò che Afd promette di vietare per legge, comportamenti e stili di vita che nei comizi vengono additati come responsabili di un degrado della Germania. Eppure, per l’elettore medio, queste palesi contraddizioni sembrano non avere alcun rilievo.

Secondo esempio. In Italia Giorgia Meloni, legittimamente, festeggia il raggiungimento del primato della durata del suo governo, il più longevo nella storia repubblicana. Naturalmente la durata è un valore se si traduce, cosa che non è avvenuta, in capacità di introdurre le riforme necessarie al bene pubblico. Le comparazioni, poi, sono imperfette perché è cambiato il contesto: in passato magari si succedevano governi giuridicamente diversi ma con lo stesso Presidente del Consiglio e la stessa maggioranza politica, quindi in assoluta continuità sostanziale. Qui, però, sottolineo un altro aspetto: come si fa, contemporaneamente, a festeggiare la longevità del governo e a proporre una nuova legge elettorale, con la motivazione che occorre garantire la governabilità del Paese? C’è una contraddizione assoluta, anzi si rischia di volere una legge elettorale prevedendo uno spropositato premio di maggioranza che, se non scattasse, lascerebbe il paese senza maggioranze stabili. Anche qui, c’è una evidente distanza tra ciò che si afferma a fini di propaganda e ciò che concretamente si fa.

Da ultimo pensiamo al degrado dei processi democratici negli Stati Uniti, sotto i pericolosi capricci trumpiani. L’ultima uscita è quella di regalare 5.000 dollari a tutti gli elettori se voteranno i candidati vicini al Presidente, in crisi (per fortuna) di consensi. Al confronto le famose promesse di Achille Lauro a Napoli, un pacco di pasta o una scarpa spaiata, appaiono dilettantesche…

Vengono in mente le parole che scrisse Hanna Arendt in un celebre saggio in cui spiegava le origini dei totalitarismi. Ebrea tedesca, anche lei esule per sfuggire alla repressione nazista, così affermava in quello scritto, a metà degli anni Sessanta del secolo scorso: “Il suddito ideale dei regimi totalitari è l’individuo per il quale la distanza tra vero e falso, tra realtà e finzione non esiste più”. Non c’erano i social, con la loro potente manipolazione della realtà dominata dalle grandi agenzie di disinformazione sostenute dalle nuove tecnologie, eppure la Arendt aveva intuito perfettamente la fragilità dei processi democratici quando smettono di basarsi sulla partecipazione diretta di cittadini informati e dotati di spirito critico. Ed ecco che anche nelle elezioni in Sassonia sono riconosciute le manipolazioni operate da Elon Musk e dagli agenti putiniani.

Potremmo tornare a don Sturzo quando, fondando nel 1919 il Partito Popolare Italiano, si rivolgeva ai “liberi e forti”: “A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà”. Ce n’è bisogno, forse più che mai, anche nel disagiato presente democratico.

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