La scomparsa di Lucia Bressan, una vita interamente donata all’Africa

Un cammino che continua attraverso le sue opere

Ci sono persone che lasciano un segno non per le parole che pronunciano, ma per la vita che scelgono di vivere. Lucia Bressan è stata una di queste. Scomparsa nel luglio 2026, infermiera in oncoematologia pediatrica a Padova, volontaria, cooperante, ha dedicato oltre quarant’anni della sua esistenza agli ultimi, costruendo ponti di solidarietà tra il Veneto, l’Argentina e l’Africa.

La sua storia affonda le radici nella campagna di Abano Terme, dove nacque il 18 giugno 1952 in una famiglia contadina numerosa. Un ambiente semplice nel quale il lavoro, la condivisione e l’accoglienza erano parte della quotidianità. Valori che Lucia avrebbe portato con sé per tutta la vita e che sarebbero diventati il fondamento del suo modo di intendere la cooperazione: aiutare le persone a conquistare autonomia, mai a creare dipendenza.

Terminati gli studi, lavorò come infermiera e, animata da una forte vocazione missionaria, nel 1981 frequentò a Roma un corso di missionologia presso l’Università Urbaniana. L’anno successivo entrò in contatto con l’Associazione Mondo Giusto di Lecco, iniziando un percorso che avrebbe cambiato definitivamente la sua vita.

Nel 1983 partì per il Nord Kivu, nello Zaire (ora Repubblica Democratica del Congo), dove operò nei programmi di prevenzione e cura della malnutrizione infantile. Erano anni durissimi. Ogni giorno centinaia di bambini arrivavano ai centri sanitari dopo lunghi cammini, spesso in condizioni gravissime. Accanto alle cure mediche, Lucia promuoveva vaccinazioni, educazione sanitaria, visite nei villaggi e formazione del personale locale, convinta che solo coinvolgendo direttamente le comunità fosse possibile costruire un cambiamento duraturo.

L’Africa diventò presto la sua seconda casa. Tornò più volte in Congo, lavorando nei villaggi più isolati, fino a quando l’instabilità politica e, successivamente, il genocidio ruandese del 1994 la posero di fronte a una delle tragedie umanitarie più drammatiche del Novecento.

Anziché allontanarsi, Lucia decise di tornare. Nei campi profughi allestiti lungo il confine tra Congo e Rwanda partecipò all’accoglienza di centinaia di bambini rimasti soli, separati dalle famiglie durante la fuga. In quelle tende improvvisate trovavano cure, cibo, protezione e qualcuno capace di restituire loro un gesto di affetto. Collaborò con Mondo Giusto, con la Caritas Antoniana e con numerosi organismi internazionali, vivendo in prima persona anche episodi tragici come l’eccidio del 6 agosto 1995, quando furono assassinati sei volontari italiani. Una tragedia che la colpì profondamente, ma che non riuscì a spegnere il suo desiderio di continuare ad aiutare quella popolazione.

Terminata l’emergenza dei campi profughi, iniziò una collaborazione destinata a durare decenni con la Caritas Diocesana di Ruhengeri, in Rwanda. È proprio in questo periodo che si consolida anche il legame con Jardin de los Niños. L’incontro con l’associazione era avvenuto alcuni anni prima grazie a Mondo Giusto dove conosce Emilio Marchi, fondatore dell’Associazione Jardin de los Niños di Dolo, rimanendo profondamente colpita sia dalla sua storia personale di desaparecido argentino esiliato in Italia sia dall’impegno che Emilio e l’associazione stavano sviluppando nella città argentina di Posadas, a Misiones.

Nel 1990 e nuovamente nel 1993 Lucia raggiunse la provincia di Misiones. Da infermiera si occupò soprattutto della salute dei bambini, delle condizioni igieniche e della malnutrizione nei quartieri più poveri. L’impatto fu fortissimo: famiglie che vivevano accanto alla discarica, abitazioni costruite con cartone e plastica, assenza di acqua potabile e bambini esposti a continue malattie. In mezzo a quella povertà vide però anche nascere un seme di speranza grazie alla presenza costante di Emilio e di Jardin de los Niños, che stavano costruendo un futuro diverso attraverso l’accoglienza, l’educazione e la vicinanza quotidiana alle famiglie.

Dal 1994 Jardin de los Niños iniziò a sostenere concretamente anche i progetti promossi da Lucia in Rwanda, affiancandosi alla Caritas Diocesana di Ruhengeri e alle altre associazioni con cui collaborava. Da quel momento prese forma un lungo cammino condiviso, caratterizzato da una straordinaria capacità di fare rete e mettere insieme persone, competenze e risorse.

Gli anni successivi furono dedicati non solo all’emergenza, ma soprattutto alla ricostruzione. Nacquero mense per i bambini, centri di accoglienza per ragazze vittime di violenza, case per gli orfani, programmi sanitari per le persone sieropositive, il Centro Umwali dedicato alle ragazze di strada e il Centro Amizero, primo hospice del Rwanda per i malati di Aids. Vennero costruite abitazioni, acquedotti, stalle comunitarie, laboratori di falegnameria e sartoria all’interno del carcere di Musanze, caseifici, orti familiari e cooperative agricole. Attraverso il microcredito, la distribuzione di animali da allevamento e di sementi, migliaia di famiglie poterono avviare piccole attività economiche capaci di garantire reddito e autonomia. Era questa la visione di Lucia: non limitarsi a rispondere ai bisogni immediati, ma creare opportunità che continuassero a produrre effetti anche negli anni successivi. Per lei la cooperazione significava entrare nelle case, conoscere le persone, ascoltare le loro storie e costruire insieme il futuro. Per questo trascorreva lunghi periodi in Rwanda, visitando villaggi, seguendo personalmente i progetti e creando relazioni con istituzioni, volontari e benefattori.

Anche in Italia il suo impegno non si fermava mai. Organizzava cene solidali, incontri, raccolte fondi, preparava artigianato, promuoveva le campagne di solidarietà delle diverse associazioni di cui faceva parte e coinvolgeva centinaia di persone. Ogni viaggio in Africa nasceva da una rete di amicizie e solidarietà costruita pazientemente nel territorio veneto.

Chi l’ha conosciuta ricorda la sua inesauribile energia, la capacità di trasformare ogni idea in un progetto concreto e la convinzione che ogni persona, se accompagnata nel modo giusto, possa diventare protagonista del proprio riscatto.

Lucia Bressan lascia opere tangibili, migliaia di persone aiutate e comunità profondamente trasformate. Ma il suo lascito più prezioso è forse un altro: l’aver dimostrato che la solidarietà autentica nasce dall’incontro, dalla condivisione e dalla fiducia nelle capacità delle persone.

Oggi il suo esempio continua a vivere nei progetti che proseguono in Rwanda, nelle attività delle tante associazioni conosciute e nelle tante persone che, raccogliendo il testimone del suo impegno, continuano a costruire speranza dove sembrava impossibile immaginarla.

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