Saper vivere il riposo praticando “l’ozio generativo”: fare di meno per fare di più (e in modo migliore)

Adulti affaticati, confusi, disorientati. Come uscirne? Nel modo più impensato: imparando a oziare

Per molte persone le vacanze rappresentano un momento prezioso per rallentare, recuperare energie e dedicarsi ad attività piacevoli. Eppure, non da tutti il tempo libero è vissuto con serenità. L’ansia da vacanza può sembrare un paradosso, ma è un fenomeno reale. Le ferie dovrebbero essere il momento del recupero e invece, per una parte non trascurabile di persone, portano ansia, insonnia e sintomi fisici che compaiono proprio quando gli impegni si interrompono. Il fenomeno è stato documentato da uno studio dell’Università di Tilburg pubblicato su Psychotherapy and Psychosomatics dove viene evidenziato proprio quel malessere che si presenta nei fine settimana o durante le vacanze, associato a un elevato carico di lavoro, a un accentuato senso di responsabilità professionale e alla fatica ad adattarsi all’assenza di impegni.

Soprattutto l’estate è il tempo che ci rimanda alla questione di fronte alla quale siamo combattuti: se da una parte desideriamo e sogniamo per mesi il momento del non fare niente, dall’altra il non fare niente ci mette in crisi, fino ad arrivare a quella che oggi viene definita leisure sickness, letteralmente “malattia del tempo libero”. Il passaggio improvviso da ritmi intensi a una condizione di riposo può infatti comportare un rapido rilascio della tensione accumulata durante l’anno. Durante i periodi di stress il nostro organismo rimane in uno stato di costante attivazione; quando finalmente rallentiamo, il corpo può reagire con stanchezza, mal di testa, disturbi del sonno o altri sintomi fisici. Un altro aspetto riguarda la difficoltà di interrompere mentalmente l’attività lavorativa.  Alcune persone faticano a “staccare la spina”, continuano a preoccuparsi per gli impegni futuri o vivono il tempo libero con senso di colpa, come se il riposo fosse tempo sottratto alla produttività. In questi casi la vacanza può essere accompagnata da ansia, irritabilità o senso di vuoto.

“L’arco non può sempre star teso, né la fragilità umana può resistere senza qualche legittima ricreazione”, scriveva Miguel de Cervantes nel suo capolavoro letterario, il Don Chisciotte. L’arco non può essere in tensione permanente, così come è necessario avere un rallentamento nell’azione, nella tensione quotidiana. Tuttavia, in una società che venera l’efficienza e l’attività frenetica, diventa arduo saper vivere il riposo. Eppure qualcosa si muove… Negli ultimi anni, anche in Italia si parla e si discute di Work Life Balance, letteralmente “Equilibrio tra lavoro e vita”. Si tratta di un argomento che è diventato un vero e proprio oggetto di indagine alla luce di uno studio del Randstad Workmonitor, condotto in 35 paesi, che delinea l’evoluzione del mercato occupazionale internazionale, in cui il 58% dei lavoratori sceglierebbe di rifiutare un lavoro se questo influenzasse negativamente il proprio, appunto, Work Life Balance. Questo concetto trova sempre più terreno fertile in una società dove si “celebra” il lavoro, ma dove la maggior parte di coloro che lavorano non amano quello che fanno, dove  l’ozio, considerato  “padre di tutti i vizi” è stato bandito, ma di fatto, per la disoccupazione generata dalla società, vede una buona fetta della popolazione “obbligata” all’ozio (con il quale non sa cosa farci, e quindi ne fa un uso distruttivo).

Mutatis mutandis e volendo attingere alla tradizione, possiamo dire che il Work Life Balance è stato argomento di molte discussioni sin dai tempi degli antichi romani. Nella cultura latina, infatti, si parlava di otium e negotium, e diversamente da quello che si potrebbe pensare, l’otium a Roma non era sinonimo di “pigrizia” ma al contrario veniva considerato “il padre delle virtù”, inteso come il tempo da dedicare alla riflessione, allo studio e allo sviluppo personale.

I Romani consideravano l’otium come una parte essenziale della vita, in contrapposizione al negotium, che era il mondo degli affari e degli impegni politici e mondani. Queste due sfere, nella visione romana, dovevano equilibrarsi: al tempo dell’azione doveva affiancarsi un tempo di pausa, ascolto e rigenerazione. Ogni buon cittadino romano era impegnato a dare priorità al negotium. Tuttavia, l’otium non doveva essere trascurato, perché era il momento di svago e della cultura. Un cittadino romano doveva avere una buona cultura così da poterla sfruttare in ogni situazione, anche in quelle del negotium.

L’otium era visto come un momento di ricerca personale, di studio, di creatività e di contemplazione.  Così inteso l’otium continua a rappresentare molto più di un semplice momento di inattività. È un’opportunità per riconnettersi con se stessi, coltivare interessi personali e sviluppare la sfera intellettuale e creativa. In un’epoca in cui la frenesia quotidiana domina le nostre vite, comprendere il valore dell’otium può essere un passo verso un equilibrio più sano e appagante, fondamentale per il benessere della persona e conseguentemente della società nel suo complesso.

Nella stessa prospettiva, ci ritorna cara l’espressione “stare a maggese”, la pratica agricola che consiste nel fare una serie di lavorazioni su un terreno povero e lasciato a riposare, con la finalità di prepararlo ad una successiva coltivazione e soprattutto di renderlo pronto per la “rotazione delle colture”.

Passando dalla metafora rurale alla dimensione psico-educativa, lo stare o il mettersi a maggese è una capacità fondamentale per acquisire il governo efficace di noi stessi. La nostra mente come un campo agricolo: non possiamo subire lo “sfruttamento intensivo” delle risorse ed essere sempre in tensione “produttiva”. Il rischio è che il “terreno” si inaridisca al punto tale da diventare di fatto improduttivo.

Lo stare a maggese è “sospendere” per un periodo l’attività della nostra mente rispetto ad un “oggetto specifico” – una relazione, un interesse, il lavoro – per il tempo necessario che serve a rigenerarsi.

Di qui il maggese diventa il riposo ricreativo. Così racconteremo di essere stati in maggese con il telefono spento durante la vacanza, di come abbiamo lasciato a maggese un’idea che aveva bisogno dei suoi tempi misteriosi per dare frutto, di come una parola dimenticata a maggese è rifiorita con significati nuovi.

Non certo “otiositas”, lo stare a maggese e l’otium diventano le posture necessarie per tornare a vedere chiaramente. Non una fuga dal lavoro o dalle situazioni ma un modo più autentico di viverle. È il momento in cui si sospende il giudizio e si smette di reagire continuamente agli eventi. Si tratta di un tempo davvero strategico. Un tempo in cui osservare di più, ascoltare meglio, recuperare curiosità per tornare a costruire una visione.

In un’epoca in cui tutti corrono, la lucidità diventa forse il vantaggio competitivo più importante di tutti.

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