Lettera ad un’Europa smarrita e che appare incapace di ritrovare sé stessa

Europa, ascolta, ho più anni di te, posso parlarti liberamente. Ero al Liceo quando i tuoi Padri nobili cercavano i filati migliori per intessere il tuo vestito nuovo: ti ho vista nei loro pensieri, eri bella. Nel 1956 la prima Giornata europea della Scuola, (ne ho cercata qualche traccia in questi giorni negli archivi del Ministero, ma non sono abbastanza abile, non ne ho trovate, ma garantisco, c’è stata…): lo stesso tema da svolgere, dappertutto, per chi aveva voglia di dire, qualche viaggio premio a largo raggio per cominciare a fare i giovani Europei.

Il ragazzo belga che non sapeva l’italiano, ma ascoltava alla radio le trasmissioni nella nostra lingua, “perché ha un suono così bello”… l’inglesina delicata che voleva sapere di più sul cattolicesimo, perché affascinata dalla solennità di certi riti… Era il piacere di conoscersi, e parlarsi, non malgrado le differenze, ma proprio a motivo delle differenze, che arricchiscono il teatro della nostra esperienza.

Purtroppo, Europa, da anni non hai più il vestito nuovo. C’erano motivazioni ideali e sapienza pragmatica, il coraggio di osare e l’umiltà per cambiare se necessario; e la volontà – non la voglia, la volontà – di riuscire, sempre con lo sguardo aperto sulle motivazioni prime.

Oggi un ragazzo mi dice: “Se penso all’Europa la sento ‘stanca’. Ha ragione: abbiamo in comune lo smarrimento, l’incapacità di pensare il nuovo e di lottare “per” qualcosa: lottiamo “contro”.  Non abbiamo più parametri per riconoscere gli amici, dobbiamo solo difenderci. All’armi, All’armi.

Io, per natura e per scelta, non rinuncio mai a sperare: oggi la speranza è nella rinascita del pensiero. C’è un Paese, un uomo, che ha già trovato la strada: alla luce della propria dignità si chiede ogni volta cosa sia giusto fare, e lo fa. e il suo Paese ne riceve onore.

No, non siamo noi, però anche noi abbiamo un Uomo che è il volto nobile della nostra Repubblica, e non potremo mai ringraziarlo abbastanza.

Amo la nostra terra antica. Io non ho parole che possano cambiare un Paese, ma provo l’esigenza morale di parlare a quell’area di pensiero politico in cui mi sento a casa, e dove riconosco anime di profonda fede democratica, amici.

Sappiamo tutti quanto sia inquieto e difficile il tempo “pubblico”, con quante parole petulanti e meschine si risponda – non solo sui social – ad ogni espressione di pensiero logico: il lavoro di rifondazione politica che si sta organizzando richiede tanto pensiero, e tanto silenzio. E soprattutto esige un riesame profondo delle motivazioni.

Abbiamo sofferto a lungo sentendo che l’entusiasmo e l’orgoglio avevano l’obiettivo di “battere” qualcuno. Amo lo sport, capisco, ma no … non ci sono medaglie per i programmi vuoti.

Poi è stato chiaro che per essere credibili bisogna essere fedeli ai valori per cui si vive, e lottare, mettersi davanti e lottare per realizzare le cose. Ma la motivazione dev’essere la giustizia, non quattro voti in più: perché se no per quattro voti in meno le cose non si fanno più.

Di lottare contro siamo stati capaci: contro la riforma liberticida abbiamo parlato tanto, e si sono unite tante tante voci della società civile, e la giustizia ha vinto: non noi, la Giustizia, i giovani, che se sono liberi di pensare hanno una verginità politica che non si lascia ingannare, il giusto lo sentono nell’aria.

Abbiamo compreso, a tempi alterni, che le basi filosofiche, ideali sono importanti in politica, poi che la gente non apprezza la filosofia e bisogna andare sul concreto, poi che nemmeno il concreto funziona più, perché troppe bugie sono state promesse, e troppo disonore oscura le parole.

Siamo vicini al 60 per cento di elettori che non votano: c’è una quota, probabilmente non sanabile, di indifferenza strutturale o di altre estraneità, ma certamente c’è un Popolo che tornerebbe a votare se avesse fiducia, e anche a votare per noi se potesse essere sicuro di chi siamo e di chi saremo domani.

Adesso è il tempo. La situazione numerica spinge ad aggregarsi, perché nessuno può vincere da solo: ma che non siano i numeri a costringerci, e l’ambizione di vittoria non sia ambizione di potere, ma di poter fare le cose che servono al Paese. Dobbiamo purificare le motivazioni, e innestarle con l’umiltà.

Io non ho dubbi sulla buona fede delle persone che stanno cercando di allargare il campo, e credo che chi aspira ad essere la guida della coalizione sia sinceramente convinto o convinta di essere la scelta migliore, e ognuno ha la sua parte di ragione: ma nessuno la possiede tutta.

Trovo che due riflessioni siano importanti.

Una è che una contrapposizione così sofferta, prima di avere trovato un’anima comune, sia una mina velenosa nella valigia del viaggio.

L’altra è che chi vorrà fare il Capo del Governo con tutta la passione che occorre, non sarà in condizione di fare altrettanto alla guida del proprio partito: e questo sarebbe subito un terremoto subacqueo, uno tsunami.

Attualmente sembra esserci una difesa vitale delle proprie posizioni nei confronti degli alleati: ma non dobbiamo annullare le differenze, non ripetiamo gli errori dell’Europa, che per essere perfetta e unanime ha finito per svuotarsi di ogni fede.

Vedo una sola strada, e richiederebbe una profonda, coraggiosa meditazione da parte di tutti. Se tutti si rendessero conto che l’opportunità più alta per il Paese sarebbe di avere alla guida di ogni gruppo politico la persona migliore, la più forte e fedele al pensiero, la più adatta al ruolo, e queste persone sapessero riconoscere in questo ruolo il proprio onore più grande…

l’unione di tali forze avrebbe fondamenta tenaci; su queste potrebbe maturare un’altra figura, alta e capace, fuori dai litigi e dentro il sapere che serve per governare davvero.

E se tutto questo venisse fatto bene noi saremmo (saremo?) nel giusto, quel giusto che si sente nell’aria e può muovere il mondo. E i numeri potranno venire da soli, e noi avremo rispetto per loro. Umilmente, appassionatamente.

young woman with a European flag on her back against the background of a city street at sunset.

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