Le tracce della maturità, possibili mappe per uno sguardo consapevole sul presente
Proprio mentre scrivo queste righe, oltre cinquecentomila ragazze e ragazzi stanno ultimando la prova d’esame d’italiano per i vari indirizzi della maturità, accomunati dall’idea di un traguardo che separa, almeno idealmente, l’adolescenza dall’età adulta. Vaglio le sette tracce (delle quali, necessariamente, estrapolo qui di seguito soltanto alcuni estratti) e mi sembrano tutte d’eccezionale qualità, nessuna esclusa, ciascuna in grado d’esprimere una specifica profondità e prospettiva rimanendo tuttavia accessibile alle conoscenze, ed esperienze, dell’età giovane.
Ammetto come io stesso, che la maturità – quella ancora in versione “facilior”, introdotta “provvisoriamente” con il Sessantotto e rimasta in vigore fino a fine millennio – l’ho affrontata 43 estati fa, oggi mi sarei davvero trovato nell’imbarazzo della scelta, non essendoci tra le sette proposte né una nettamente preferibile, né una che mi sentirei di scartare a priori.
Si parte, ed è buona cosa, con la poesia, precisamente dal sentimento di Pavese per l’attrice Constance Dowling (uno tra i tanti suoi infelici amori adulti, mentre uno giovanile lo ricorderà Francesco De Gregori nella sua celebre “Alice”: “E Cesare perduto nella pioggia / sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina”), ma la sagacia del tema suggerito è nell’indicazione di non fermarsi all’aspetto, certo più eclatante, della passione non corrisposta: si chiede infatti, ed è una sollecitazione tutt’altro che banale, di elaborare una riflessione “sulle modalità con cui scrittori e artisti in generale proiettano i propri sentimenti sull’ambiente circostante e sulla natura”, considerato che la lirica scelta è appunto “Passerò per Piazza di Spagna” con la sua toponomastica e la sua luce. Dall’interno verso l’esterno, insomma, in un gesto di condivisione e incontro che dovrebbe essere consustanziale all’espressione poetica.
Segue la meditazione del romanziere e saggista Vitaliano Brancati sul valore dei ricordi, personali e collettivi: “Una delle condizioni più misere delle epoche infelici non è di rimpiangere vanamente la felicità, ma di averla totalmente dimenticata. Immaginate che nel mondo per cento anni il cielo sia coperto di nuvole; tutti si saranno accostumati a un giorno tenebroso poco meno della notte: sarà allora che l’intera umanità dovrà vegliare premurosa attorno al vecchio di centodue anni, l’unico che ricordi la luce del sole. Che questo vecchio viva il piú a lungo possibile! Con lui vive il ricordo della luce, vivono la speranza e il desiderio di rivederla. Con lui perirebbe un bene comune”.
Di “bene comune” si parla anche nell’altissimo discorso con cui Giuseppe Saragat aprì i lavori dell’Assemblea Costituente, il 26 giugno 1946, la cui attività (conclusa nel gennaio 1948) rappresenta forse il momento più luminoso dell’intero nostro Novecento: “Ricordatevi che la democrazia non è soltanto un rapporto fra maggioranza e minoranza, non è soltanto un armonico equilibrio di poteri sotto il presidio di quello sovrano della Nazione, ma è soprattutto un problema di rapporti fra uomo e uomo. (…) Ma, oltre all’elaborazione delle leggi fondamentali dello Stato repubblicano, altri doveri vi sovrastano. In primo luogo quello di offrire al Paese, pur nelle necessarie e feconde divergenze, l’esempio della concordia e del più alto civismo. Poiché, più che dalle leggi scritte nei testi fondamentali, la democrazia diviene una realtà vivente ad opera del costume che si stabilisce fra gli uomini. E se è vero che questo costume è condizionato dalla situazione economica e sociale di un’epoca determinata, non è men vero che la coscienza reagisce per trasformarlo portandolo ad un livello più alto”.
Che dire, poi, dello spunto ricavato da un libro del giornalista e scrittore Piero Bianucci, che rimarca come esista uno strettissimo e fondamentale legame tra scienza e creatività? La scienza, infatti, dev’essere sì razionale, ma tutt’altro che arida se vuole intraprendere nuove strade di ricerca ed esplorazione, spesso controcorrente e pronta a cogliere e seguire anche le minime intuizioni: “La scienza offre infinite variazioni sul tema della creatività e tutte sono spunti narrativi efficaci, dalla scoperta di un fenomeno che cambia la nostra visione del mondo alle sue applicazioni commerciali, spesso tali da influire fortemente sulla vita quotidiana”, poiché “le storie scientifiche fanno leva sulla sorpresa, sul colpo di scena”.
Il suggerimento ricavato dal sociologo ungherese Frank Furedi punta direttamente sul passaggio che i cinquecentomila studenti stanno, per l’appunto, affrontando: “In un’epoca in cui il confine tra infanzia ed età adulta è più sfumato che mai, che cos’è che rende le persone mature? (…) La sensazione di sconforto che circonda l’identità adulta contribuisce a spiegare perché la cultura contemporanea si sforzi di preservare un confine tra la maturità e l’infanzia. La puerilità è idealizzata per la banalissima ragione che molte persone si sgomentano al pensiero di vivere l’alternativa: maturità, responsabilità e impegno incontrano solo una debole convalida da parte della cultura contemporanea”.
Il brano di Wenke Husmann, giornalista e scrittrice tedesca, parte da memorie personali per delineare un piccolo, intensissimo, elogio dello stupore, dell’incanto, della scoperta. “Da bambina, ero piena di meraviglia: per la consistenza del fango tra le dita dei piedi, per le formiche che trasportavano pesi molto più grandi del loro, per la mia prima stella cadente. Davanti al cielo stellato sopra di me e agli occhi lucidi di mia figlia, mi sono chiesta dove sia finito il mio stupore. Dove sono le mie meraviglie? Da quando, con l’illuminismo, gli scienziati hanno cominciato a indagare il mondo empiricamente, ogni sua meraviglia ha una spiegazione razionale. L’aurora boreale? Non è un messaggio mitologico, ma la collisione tra gli elettroni e gli atomi dell’atmosfera. I colori dei fiori? Non esprimono gli umori degli dèi, ma derivano dalla combinazione dei geni. […] Mentre osservavo mia figlia sul prato gelato, provavo una certa nostalgia, o forse addirittura invidia. Non di saltellare in tondo come una bimba o di sentire in ogni conchiglia il suono di tutto l’universo. È che un mondo dove si può spiegare ogni magia è un mondo terribilmente triste. Posso imparare di nuovo la meraviglia? Esiste una versione adulta dell’incanto?”.
Ancora un giornalista (quanti hanno scelto le tracce sembrano, ed è giusto esser loro grati anche per questo, voler rivalutare questa categoria oggi così negletta) attualmente tra i nostri maggiori, Mario Calabresi, è l’autore di una meditazione sul valore, perduto, della fatica: “Con lei [si riferisce alla nonna] ho parlato molto di come il Novecento fosse stato il secolo della liberazione da fatiche antiche e terribili… Restava però un’idea diversa della fatica, intesa come dedizione, costanza, pazienza, tenacia. La convinzione che non ci sono scorciatoie e che, se ci sono, sono un inganno. Poi, negli anni, ho visto la fatica passare di moda. I genitori augurarsi che i figli ne fossero liberati o vaccinati, come qualcosa da evitare, da rifuggire ogni volta che fosse possibile. Ho visto la parola ‘fatica’ assumere un significato solo negativo e scomparire dal vocabolario quotidiano. […] Si è fatta strada l’idea che sia possibile raggiungere risultati, conquistare traguardi, compiere imprese senza fare fatica. Non è mai stato chiaro come fosse possibile, ma l’illusione ha preso piede ed è stata abbondantemente coltivata. Nonostante questa utopia, molta gente che non può permettersi di affrancarsi continua a viverla, la fatica. Ad alzarsi all’alba, a fare lavori ripetitivi e sfinenti, a non avere orari, a prendersi cura di un pezzo di mondo senza sosta. Silenziosamente, pensando di stare dalla parte sbagliata della storia. Non solo affaticati, ma anche incompresi”.
I brani indicati dal Ministero, come si dice, “parlano da soli” senza bisogno di troppi commenti e potrebbero costituire un ideale vademecum per affrontare, da parte dei nostri ragazzi, i tempi che li attendono. A me sembra che quale più quale meno, quale in modo esplicito e quale in controluce, tutte le tracce possano convergere in una prospettiva fondamentale: quella del rapporto tra individualità e collettività, tra esperienza soggettiva e condivisione e convivenza sociale, nell’idea di un possibile “bene comune” che già abbiamo incontrato all’inizio di queste nostre considerazioni e che oggi, tristemente, sembra divenire sempre più marginale nella quotidianità di ciascuno oltre che, soprattutto, nell’agenda di chi è chiamato a governare le varie nazioni. È l’idea che ogni vissuto personale possa espandersi, propagarsi, fruttificare, generare coscienza e consapevolezza e azione a beneficio d’altri o persino di tutti: non c’è errore più grande che quello di rassegnarsi e pensare “tanto io non posso fare nulla”, poiché un enorme numero di innovazioni che oggi diamo per naturali e acquisite – scientifiche, sociali, culturali, tecnologiche – sono derivate dall’iniziativa, e dall’intuito, d’uno solo o di pochi.
Infine, una considerazione amara, che vorrebbe tuttavia suggerire l’utopia di un metodo. C’è da domandarsi quanti di questi giovani, una volta lasciata alle spalle la scuola, in un mondo come quello odierno – frettoloso, caotico, immensamente sovrastimolato da banalità e idiozie – avranno più occasione, desiderio o volontà di fermarsi a riflettere per le quattro, cinque, sei ore cui sono stati oggi “costretti” dal dovere scolastico. L’augurio è che tale “costrizione” a rallentare e fermarsi per guardarsi dentro, e riflettere a fondo sull’essenza di un pensiero o di una situazione, possa tramutarsi in attitudine intima e critica a valutare cosa, nel turbine dei giorni e del tempo, sia meglio per sé stessi e per gli altri, antidoto ad un mondo dove tutto vuole sembrare “facile” e, proprio per questo, diventa una sfida più difficile che mai.
