Abitare i luoghi comuni con la qualità delle relazioni tra le persone
La dignità di ciascuno come misura del progresso di una “Magnifica Umanità”
Oggi si parla molto di cura delle relazioni, di comunità, di reti, di partecipazione: parole che richiamano il bisogno di riattivare o consolidare rapporti tra le persone. Eppure si ha la sensazione che il termine “relazione” non sia altro che una parola consumata dall’uso, l’ovvio di cui nessuno si occupa veramente. Quasi ad esprimere il grido di una mancanza, laddove l’economia contemporanea sembra spingere verso un modello di società dove la qualità delle relazioni umane cede il posto ad un modello sociale che ci vuole connessi ma isolati, attivi ma non insieme. Dagli acquisti on line alle università telematiche, dall’home banking allo smart working, dalla telemedicina al delivery food, ormai possiamo svolgere entro “l’intimità della casa” le nostre attività quotidiane. Gradualmente e forse, inconsapevolmente, la nostra vita è diventata costantemente esposta: visibile e tracciabile nell’interazione con una intelligenza “artificiale” (IA) in grado di simulare le capacità dell’intelligenza umana, come il ragionamento, l’apprendimento, la pianificazione e la creatività.

Il capitolo «Comunicazione e media» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025 presentato nel dicembre scorso rivela che il 46,1% degli italiani tra i 16 e i 64 anni trascorre mediamente più di 4 ore al giorno utilizzando dispositivi digitali per ragioni non lavorative. L’intensità di utilizzo è maggiore tra i più giovani: hanno trascorso in media più di 4 ore al giorno con in mano uno smartphone il 64,5% degli adolescenti tra 16 e 17 anni e più della metà delle persone tra 18 e 34 anni. Ha trascorso più di 7 ore al giorno a contatto con un dispositivo digitale l’11,3% dei 18-34enni e più di 9 ore l’8,5% dei 35-49enni. Assumendo una media di 8 ore di sonno al giorno, ciò significa che il 20% delle persone nel pieno della loro maturità trascorre all’incirca la metà del proprio tempo di veglia nello spazio senza luogo del digitale. Non a caso, il 77,6% degli italiani ritiene che i media digitali siano pensati appositamente per ridurre i tempi di attenzione e creare forme di dipendenza. Infatti, il 63,0% degli italiani si sente molto o abbastanza dipendente dalle tecnologie digitali (il dato sale al 71,0% tra i giovani di 16-17 anni). Non sorprende perciò che il 65,6% degli italiani adesso senta spesso l’esigenza di disconnettersi. *
Il progressivo spostamento dal mondo fisico a quello digitale, inizia infatti a mostrare i suoi effetti, soprattutto nei sintomi: ansia diffusa, insonnia, frammentazione nell’attenzione, paura del confronto faccia a faccia.
[…] L’imitazione artificiale della relazione di cura o di accompagnamento può diventare pericolosa quando si insinua in un contesto povero di relazioni e di affetti reali: allora il rischio non è tanto che una persona creda di parlare con un’altra persona, ma che perda il desiderio stesso di cercare davvero l’altro. (Leone XIV, Magnifica Humanitas, n.100)
Eppure, ad una vita così virtualmente e mentalmente connessa ed esposta al rischio di affollate solitudini, nella coscienza dei singoli sembra farsi strada una nuova consapevolezza: il crescente bisogno di tornare a coltivare significative relazioni sociali nel mondo reale, proprio lì dove il modello socio-economico-culturale tende a concentrarsi su aspetti che rischiano di mettere in secondo piano la cura dei rapporti interpersonali , spesso minacciati dalla ricerca a tutti i costi del successo, del potere, della prestazione (a volte considerati valori).
[…] cosa significa custodire l’umano. Il rischio non è solo che alcune tecnologie siano usate male, ma che il paradigma tecnocratico in cui siamo immersi, potenziato dalla rivoluzione digitale e dall’IA, faccia sembrare giusta e normale una visione antiumana, secondo cui la pienezza della vita consisterebbe nell’avere di più, nel ridurre la fragilità, eliminare l’imprevisto, controllare ogni cosa. Quando l’efficienza diventa misura del valore, l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione e alla comunione. (Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 112)
Come orientarsi allora in un questo mondo complesso? Come divenire consapevoli costruttori di relazioni? Se è vero, come sosteneva Rogers che «La natura dell’uomo è rivelata nelle relazioni inter-personali», è necessario uscire dal luogo comune delle relazioni per abitare luoghi in comune in una prospettiva di bene comune e di benessere condiviso.
Ogni persona porta in sé un forte bisogno di riconoscimento, di vivere negli occhi e nell’attenzione degli altri, di esistere, pensiamo al fenomeno dei social, Facebook, Instgram, Tik Tok… Basta semplicemente ritornare all’etimologia della parola “esistere” dal latino existere, che significa “emergere”, “venire fuori”, composto da ex- (fuori) e sistere (stare, fermarsi). Quindi, “esistere” significa letteralmente “stare fuori”, “manifestarsi”, dando l’idea di qualcosa che si rende visibile e concreto, che emerge dall’invisibile.
È il desiderio di esserci nella pienezza della vita, uscendo dalla trappola dell’immediatezza virtuale dell’Io isolato, che soltanto qualifica le relazioni interpersonali, professionali, sociali vissute nel cantiere aperto del reale, delle esperienze condivise, nel conflitto delle differenze e delle scoperte comuni, nella bellezza delle conversazioni dentro lo spazio plurale del mondo.
“Si radica qui la differenza irriducibile tra le persone e le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza, non possiedono un corpo, non attraversano la gioia e il dolore, non maturano nella relazione, non conoscono dall’interno ciò che significa amore, lavoro, amicizia, responsabilità. Non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze. Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente. Anche quando tali strumenti vengono presentati come capaci di “apprendere”, il loro modo di farlo è diverso da quello della persona umana. Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore. (Leone XIV, Magnifica Humanitas, n. 99)
Se è vero che l’innovazione digitale ha portato e sta portando crescita e sviluppo nel modello socio-economico dei paesi più industrializzati, è pur vero che non possiamo e non dobbiamo abdicare al considerare la dignità della persona come misura del progresso. Non si tratta perciò di demonizzare e uscire dal digitale, non si tratta di un aut-aut ma di una dialettica. Il vero rischio delle intelligenze artificiali non è che pensino come noi, ma che noi smettiamo di pensare perché ci abituiamo a delegare il giudizio, smettiamo di esserci entro la scena del mondo, più o meno consapevolmente condizionati dagli algoritmi e dagli sguardi anonimi dell’altro virtuale.
La sfida, come scrive il poeta Luzi nella poesia Terzo millennio, rimane “sfrondare di frivolezza e vanità lo scibile… portare in salvo l’essenziale…” e il fondamento dell’umano.
*Approfondimenti
59° Rapporto sulla situazione sociale del Paese/2025
