Gli “anni di piombo” a Padova: il teorema Calogero, le accuse a Toni Negri e il ruolo di Autonomia Operaia

(Foto simbolo degli anni di piombo. La famosa immagine del 14 maggio 1977, scattata da Paolo Pedrizzetti, di Giuseppe Memeo, militante di autonomia operaia,  mentre impugna una pistola contro la polizia durante lo scontro di via De Amicis a Milano)

Abstract
Il 7 aprile del 1979, un sabato mattina, scattava a Padova l’operazione che comportò 22 ordini di cattura e 70 di comparizione. La morte di Pietro Calogero il 6 aprile 2026 riapre il dibattito su uno dei capitoli più controversi della storia giudiziaria italiana. Il magistrato fu infatti l’artefice del celebre “teorema Calogero”, secondo cui Autonomia Operaia e Brigate Rosse sarebbero state collegate da un unico vertice strategico. La vicenda si inserisce in un contesto di violenza diffusa nella città, segnato da gambizzazioni, sprangate e intimidazioni a docenti universitari come Angelo Ventura, Giuseppe Longo e Ezio Riondato. L’articolo analizza la portata storica e umana del “teorema Calogero”, mettendo in evidenza le riflessioni di due leader politici padovani dell’epoca e di due docenti universitari ed evidenziando i danni sociali, culturali e giudiziari degli anni di piombo assieme alla necessità di una memoria civile critica e riconciliatrice.

(La prima pagina de Il Mattino di Padova del 13 aprile 1979, con l’accusa del giudice Calogero a Toni Negri)

Intimidazioni e attentati

Chi scrive era allora studente ventenne al Liviano, la Facoltà di Lettere e Filosofia di Padova. Lì aveva assistito alle ripetute interruzionei, da parte di militanti all’Autonomia Operaia, delle lezioni dei professori Enrico Berti, Antonino Poppi, Giuseppe Gentile. Nei giorni immediatamente successivi a quel sabato 7 aprile, nell’androne della Facoltà, sotto la colossale statua di Tito Livio di Arturo Martini e gli affreschi di Massimo Campigli, come pure nelle aule si respirava tutta la tensione di quel momento di svolta. Solo un anno prima, il 22 aprile del 1978, erano stati sparati quattro colpi nelle gambe del professor Ezio Riondato, docente di filosofia al Liviano; il 20 ottobre 1978 era stato gambizzato il presidente dell’Esu (l’ente universitario per le mense) Giampaolo Mercanzin; al professor Guido Petter il 14 marzo 1979 verranno spaccate le mani a sprangate, così come, sempre nel 1979, verrà sprangato in strada il preside della Facoltà di Lettere, il grecista Oddone Longo. Il 26 settembre 1979 anche il professor Angelo Ventura verrà preso di mira a pistolettate, ma riuscirà a rispondere al fuoco con la sua arma, mettendo in fuga gli attentatori. 

Questo il clima che si respirava negli anni Settanta a Padova, crocevia culturale e politico, sede di un’università prestigiosa, ma anche teatro di tensioni che spesso sfociavano in violenza aperta. Il fenomeno delle gambizzazioni — attentati mirati alle gambe di militanti, professori o attivisti ritenuti avversari politici — era purtroppo frequente. Questi e tanti altri episodi segnarono profondamente il tessuto accademico e civile della città, lasciando una memoria di paura, sospetto e fragilità. Gli attacchi non erano semplici intimidazioni: erano azioni dirette, spesso legate a conflitti ideologici, e si inserivano in una spirale nazionale di violenza politica.

In questo contesto, lo Stato italiano reagì con misure giudiziarie e investigative particolarmente incisive, che portarono alla maxi-operazione del 7 aprile 1979.

Il 7 aprile 1979 e il “teorema Calogero”

Il 7 aprile 1979, la Procura di Padova, guidata da Pietro Calogero, lanciò un’operazione senza precedenti contro Autonomia Operaia, sospettata di essere collegata alle Brigate Rosse. Fu il famoso e famigerato “teorema Calogero”, che sosteneva l’esistenza di un vertice unico in grado di coordinare le azioni armate dei gruppi clandestini e l’attività politica dei movimenti extraparlamentari legalmente attivi. Secondo Calogero infatti: “Un unico vertice dirige il terrorismo in Italia. Un’unica organizzazione lega le Brigate Rosse e i gruppi armati dell’Autonomia. Un’unica strategia eversiva ispira l’attacco al cuore e alla base dello Stato” (dichiarazioni riprese da Il Mattino di Padova, 28 marzo 2018).

Il teorema portò a indagare moltissime persone, tra cui esponenti politici, giornalisti, ambientalisti, sociologi e intellettuali. Tra i più noti: Toni Negri, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo, Oreste Scalzone, Lanfranco Pace. Le accuse furono pesanti e diffuse, ma le corti dei successivi gradi di giudizio ne ridimensionarono gran parte, riconoscendo l’assenza di una connessione organica tra Autonomia Operaia e Brigate Rosse.

(Pietro Calogero)

(Toni Negri)

La lettura di Sergio Verrecchia

Sergio Verrecchia, all’epoca leader socialista padovano, in una nota sul suo profilo facebook osserva come il processo del 7 aprile sia stato un esempio di populismo giudiziario, con cui la magistratura, per quanto motivata da intenti di sicurezza, si trasformò in strumento di pressione politica. Verrecchia non manca di evidenziare i danni umani: “Giunge la notizia –scrive- della morte del giudice Pietro Calogero in data 6 aprile, esattamente 47 anni dopo l’avvio del processo denominato ‘del 7 aprile’, da lui promosso e sostenuto, con centinaia di inquisiti e arrestati tra i membri di Autonomia Operaia, accusata di essere la faccia legale delle Brigate Rosse […]. Tutte quelle accuse furono ritenute infondate nelle successive decisioni delle corti di merito. Fu il prodromo di un grande processo politico, sostenuto, se non addirittura ispirato, dal PCI di allora, che non tollerava una contestazione a sinistra da parte dei movimenti extraparlamentari. Molti imputati hanno sofferto lunghi periodi di custodia in carcere, anche di anni, prima di venire assolti. Fra loro, quando è stato assolto da ogni imputazione con formula piena, Luciano Ferrari Bravo, che aveva sofferto ben cinque anni di carcerazione preventiva, e il sistema politico è rimasto in silenzio. Oppure Emilio Vesce, arrestato il 7 aprile 1979, con una condanna a quattordici anni di reclusione per associazione sovversiva, ma assolto in appello nel giugno 1987, dopo otto anni di vita distrutta. Molti altri imputati fuggirono all’estero e comunque videro rovinata la loro vita e i legami familiari. Il concetto di ‘teorema’, applicato al mondo della giustizia, diventa un preconcetto accusatorio che offusca la ricerca della verità oggettiva, provocando danni umani irreparabili”.

Settimo Gottardo: memoria e responsabilità

Settimo Gottardo, allora capogruppo DC in consiglio comunale a Padova e poi sindaco, propone una lettura che mira alla riconciliazione e alla comprensione. “Il problema non è liquidare le persone con etichette semplicistiche, ma comprendere i contesti, le idee, le interpretazioni, le differenze tra elaborazioni teoriche e atti individuali di violenza. È necessario distinguere tra responsabilità individuali e dinamiche collettive. Solo così la memoria civile può essere davvero riconciliatrice. Di fronte alla morte di una persona, amico o nemico che sia, ci vuole rispetto per l’impegno di una vita spesa per le proprie convinzioni. Questo rispetto va tutto anche a Pietro Calogero, ma insieme al rispetto va dato anche un giudizio su ciò che la storia gli attribuisce”. Gottardo insiste sul fatto che la memoria civile deve essere equilibrata, capace di rispettare l’impegno personale senza rinunciare alla critica storica. Sarà il Gottardo sindaco, alla fine degli anni di piombo, a proporre l’idea di uscire dalla tensione di quegli anni attraverso un percorso di riconciliazione. Per lui, che da studente universitario aveva seguito i corsi di Toni Negri, “Non c’erano cattivi maestri, ma semmai cattivi seguaci”. “A quel tempo –sostiene- si confondeva spesso il disagio sociale con il terrorismo. Il che non vuol dire che non vi fosse una gestione terroristica, ma un conto è parlare di gestione terroristica, un altro è dire che quelli fossero terroristi. Non era così […]. Negli avvenimenti di quegli anni c’erano sì aspetti penali, e quelli erano di pertinenza della magistratura, ma le istanze sociali, civili, politiche, culturali venivano ignorate, e così facendo non venivano risolte” (da un’intervista rilasciata ad Alberto Beggiolini, Forse non sarà domani. Il Nordest nel terrore 1969-1982).

I giudizi di Mario Isnenghi e di Umberto Curi

Il Partito Comunista Italiano dell’epoca sostenne il processo, collaborando con la Procura nella scelta dei testimoni e nella strategia investigativa. Secondo Mario Isnenghi, docente di storia contemporanea a Venezia, citato sempre nel post di Verrecchia: “Il processo del 7 aprile è stata una pagina scura della storia italiana, oggi largamente rimossa, nella quale un partito politico, il PCI, si occupò in prima persona non solo di appoggiare in ogni modo l’inchiesta, ma anche di trovare alcuni testi e indicarli alla Procura”.

Per Umberto Curi, già docente di filosofia nell’ateneo patavino, “Il dottor Calogero è stato, da un lato, il simbolo del magistrato tutto d’un pezzo, integerrimo, inflessibile, grande lavoratore, estremamente rigoroso e chi più ne ha più ne metta. Però dall’altro lato, dandone un giudizio che ormai dovrebbe appartenere alla storia, è stato un uomo che non ha compreso la peculiarità di quelle aggregazioni sociali prim’ancora che politiche e della loro violenza, praticata e rivendicata quasi giornalmente, che nessuno ha mai voluto giustificare, ma che nulla aveva a che fare con la lotta armata, con le Brigate Rosse e con l’obiettivo di attaccare il cuore dello Stato e di sovvertire il cosiddetto ordine democratico” (Corriere della Sera, 8 aprile 2026).

Il processo e il “teorema Calogero” ebbero effetti duraturi sull’opinione pubblica, per la percezione di una giustizia politicizzata e frammentata; sulla vita degli imputati, per gli anni di detenzione preventiva, assoluzioni tardive, vite segnate e opportunità perse; sulla politica, per l’aumento della sfiducia nelle istituzioni e per l’uso del concetto di “teorema” come preconcetto accusatorio.

A quasi cinquant’anni dal 7 aprile 1979, il “teorema Calogero” resta una lezione di storia giudiziaria e politica. La memoria di quegli eventi richiede equilibrio, comprensione dei contesti, distinzione tra responsabilità individuali e collettive, e rispetto per chi ha vissuto quegli anni in prima persona. Solo così Padova e l’Italia possono trasformare una pagina controversa della propria storia in uno strumento di crescita civile, consapevolezza e riflessione critica. Anche perché, sostiene sempre Curi, “Restare inchiodati alla controversia tra chi avesse torto e chi ragione quasi mezzo secolo fa equivale a chiamarsi fuori dalla responsabilità di pensare e costruire il nuovo”.

(Il pollice dritto verso il cielo, altre due dita – l’indice e il medio – unite a mimare la canna di un’arma puntata contro il mondo. Coloro che nelle manifestazioni di Autonomia Operaia e nei cortei del Movimento ‘77, mimano il gesto del puntare e sparare contro un nemico con cui si è in guerra, e col quale non sono possibili compromessi, tantomeno il “compromesso storico” avviato da Berlinguer, danno un nome preciso all’arma così platealmente evocata: è la P38. “Poliziotto fa fagotto, arriva la P38”, intimano già nel 1975 gli slogan dei cortei che attraversano le città. In: https://www.doppiozero.com/speciale-77-colpo-di-pistola)

Ti potrebbero interessare anche questi articoli

Sentirsi inermi e smarriti è normale, ma nessun gesto di bene è mai inutile

Gli eventi, drammatici e gravidi di preoccupazioni e paure, che ogni giorno la cronaca ci rendiconta appaiono, sempre più, al di fuori della portata di ciascuno: un gioco planetario d’interessi – geopolitici, economici, finanziari, commerciali – i cui equilibri, intrecci…Continua a leggere →

La Democrazia Cristiana di Zaccagnini: 50 anni fa, prima della crisi dei partiti e della rappresentanza

Si è svolta a Roma su iniziativa di Dario Franceschini una rievocazione del Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, che nel 1976 portò alla elezione a segretario nazionale di Benigno Zaccagnini. Giovanni Minoli con immagini d’epoca ha guidato una ricostruzione di…Continua a leggere →

La nomina arcivescovile di monsignor Renzo Pegoraro, “dono della Chiesa”

“Un dono della Chiesa di Padova”, così lo ha definito il Vescovo Claudio Cipolla il 25 marzo scorso a seguito dell’annuncio festoso dell’elevazione alla dignità episcopale di monsignor Renzo Pegoraro, vescovo titolare di Gabi, cui Papa Leone ha concesso anche…Continua a leggere →

22 maggio 1925: la chiusura de «Il Popolo Veneto» e il silenzio imposto alla stampa cattolica padovana

Alla fine del 1921, prima dell’avvento del fascismo e delle misure repressive verso la stampa, Padova contava diverse testate giornalistiche importanti di varie tendenze: – Il Popolo Veneto, quotidiano di tendenze popolari nato dopo la chiusura de La Libertà, con…Continua a leggere →

Nel cuore della crisi: ri-animare la vita attraverso la cultura e la conoscenza

Dalla pandemia alla recessione, fino al ritorno della guerra che sembra dilagare e assumere contorni sempre più inquietanti, nel cuore della crisi e con la crisi nel cuore, come orientarci nell’oceano dell’incertezza in cui siamo dispersi? Resa celebre da Marguerite Yourcenar,…Continua a leggere →