22 maggio 1925: la chiusura de «Il Popolo Veneto» e il silenzio imposto alla stampa cattolica padovana
Alla fine del 1921, prima dell’avvento del fascismo e delle misure repressive verso la stampa, Padova contava diverse testate giornalistiche importanti di varie tendenze:
– Il Popolo Veneto, quotidiano di tendenze popolari nato dopo la chiusura de La Libertà, con una tiratura di 7000 copie;
– L’Eco dei Lavoratori, settimanale socialista, con una tiratura di 1200 copie;
– La Difesa del Popolo, settimanale fondato dal vescovo Luigi Pellizzo nel 1908, con una tiratura di 10.000 copie;
– La Provincia di Padova, quotidiano liberal-conservatore tradizionalmente degli agrari,con 3500 copie;
– Il Veneto, riferimento per il mondo dell’industria e un passato radicale, con 5000 copie.
L’esito delle prime pressioni fasciste porta alla scomparsa dei primi due e l’allineamento degli altri, lasciando campo libero come quotidiani ufficiali del regime a La Provincia di Padova e Il Veneto.
Il 22 maggio 1925 cessa le pubblicazioni a Padova Il Popolo Veneto, quotidiano nato nel 1921 nell’alveo del Partito Popolare Italiano e divenuto, negli anni immediatamente successivi, una delle principali voci della stampa cattolica democratica del Veneto. La sua chiusura non è un episodio isolato, né improvviso, ma l’esito di un processo di progressiva repressione politica e culturale che, proprio in quei mesi, stava conducendo l’Italia verso la dittatura fascista.
Nel primo dopoguerra Padova era una città politicamente viva e attraversata da forti tensioni. Socialisti, popolari, cattolici democratici e fascisti si contendevano lo spazio pubblico in un clima sempre più segnato dalla violenza. Dopo la Marcia su Roma del 1922, il fascismo non si limita a conquistare il potere centrale, ma lavora sistematicamente per eliminare ogni forma di opposizione locale, avvalendosi tanto dell’azione squadrista quanto degli strumenti amministrativi dello Stato.
In questo contesto Il Popolo Veneto rappresenta una voce scomoda. Pur non essendo più, dopo il 1924, organo ufficiale del Partito Popolare, il giornale continua a esprimere una linea critica verso il regime nascente, denunciando la violenza politica, difendendo i principi dello Stato di diritto e dando spazio a un cattolicesimo incompatibile con l’ideologia fascista.
La tesi di laurea magistrale di Michele Coin, discussa nel 2016 presso l’Università di Padova e dedicata alla disgregazione dell’opposizione al fascismo a Padova e nella sua provincia tra il 1920 e il 1926, consente di collocare con precisione la vicenda del giornale all’interno di un più ampio disegno repressivo. Attraverso l’analisi di relazioni di polizia, atti della Prefettura e documenti amministrativi, Coin mostra come la violenza contro l’opposizione preceda e accompagni la sua eliminazione legale.
Già nei primi anni Venti, e precisamente, il 2 agosto del 1922, il Questore scrive al Prefetto: “… il signor Molena redattore del giornale “Il Popolo Veneto” con il direttore Mondini e un altro redattore, mentre attraversavano a Padova il tratto di via 8 Febbraio a via Oberdan un gruppo di giovani (fascisti squadristi) richiesto se fosse proprio lui il signor Molena ed alla sua risposta positiva era stato percosso al capo con un bastone, mentre lui aveva reagito dando uno schiaffone al suo aggressore… Gli aspetti interessanti sarebbero ben due di fronte a tale episodio. Il primo è che l’azione liberticida delle squadre fasciste riesce nello stesso giorno a colpire il redattore del giornale “Il Popolo Veneto” e a sequestrare un numero di copie in partenza, via treno, per la provincia, limitando notevolmente la libertà di stampa e di dissenso nei confronti del fascismo; il secondo è l’incapacità delle forze dell’ordine di impedire un tale pestaggio, per giunta nel centro di Padova, nonostante ci fossero decine di carabinieri che facevano da scorta al signor Molena, che dal maggio del 1922 era oggetto di minacce fasciste. Ancora con questo esempio la disgregazione dell’opposizione al fascismo funziona in maniera eccellente, mentre il servizio di difesa delle forze dell’ordine continua a rivelarsi o inefficiente o colluso con lo squadrismo fascista. Tra le due ipotesi la seconda resta la più convincente, in relazione ai fatti che stavano per accadere a Padova e nel resto d’Italia…”.
Anche all’inizio del 1923 la violenza fascista mostra tutta la sua forza “costrittiva” arrivando ad intimidire sindacalisti delle leghe bianche, redattori e collaboratori riconducibili alla stampa cattolica e popolare. Non si tratta di episodi casuali, ma di azioni mirate a colpire uomini e strumenti della comunicazione politica, riducendo progressivamente lo spazio del dissenso.
Nel 1925 la repressione assume una forma più esplicitamente istituzionale. Il 26 gennaio, infatti, un telegramma del Ministro dell’interno Luigi Federzoni al Prefetto di Padova dice… chiedo dati sulla tiratura e diffusione dei giornali locali con rigorosa applicazione norme restrittive stampa…
Da quella data, nei documenti prefettizi consultati presso l’Archivio di Stato di Padova emerge che, l’8 e 11 di febbraio, il 12, 18, 19, 24 di marzo, il 12 e 20 maggio, Il Popolo Veneto è colpito da ripetuti sequestri (in questo periodo risulta una tiratura giornaliera tra 6000 e 7400 copie) dei numeri giudicati ostili al governo e ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico. Le motivazioni ufficiali parlano di “diffamazione del regime”, “turbamento dello spirito pubblico della provincia di Padova”, “denigrazione del Governo nazionale e vilipendio ai poteri dello Stato”, “speculazione politica sugli atti del Governo e di vilipendio dei poteri dello Stato”, “inasprire gli animi e provocare manifestazioni di reazione”: tutte formule tipiche di un linguaggio amministrativo ormai piegato alla difesa del potere fascista.
Questi provvedimenti non sono meri atti isolati, ma segnali inequivocabili di una volontà di soffocare definitivamente una voce non allineata. Ecco allora che, il 22 maggio 1925, due giorni dopo l’ultimo sequestro, Il Popolo Veneto è costretto a cessare le pubblicazioni. La chiusura del giornale si colloca così nel momento in cui il fascismo, dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti e la crisi politica del 1924, stava trasformando il proprio dominio in regime. Le cosiddette “leggi fascistissime”, che sarebbero state varate tra il 1925 e il 1926, non fecero che sancire giuridicamente una situazione già maturata sul terreno: l’eliminazione sistematica di partiti, associazioni e organi di stampa non conformi.
A Padova, come documenta Coin, la stampa cattolica democratica costituiva una delle ultime forme di opposizione residua, proprio per questo colpita con particolare durezza. Ricordare oggi, a cento anni di distanza, la cessazione del quotidiano significa dunque ricostruire non solo una vicenda editoriale, ma un passaggio cruciale della storia italiana, in cui la libertà di stampa venne progressivamente sacrificata in nome dell’ordine, preparando il terreno a vent’anni di dittatura.
Solo nel 2004 la testata Il Popolo Veneto è stata recuperata dal giornalista Emanuele Bellato in seguito ad alcune ricerche d’archivio, nella Biblioteca del Seminario di Rovigo, per la stesura della tesi di laurea su Battista Soffiantini e il sindacalismo cattolico nel XX secolo. Registrato il 22 ottobre dello stesso anno, presso il Tribunale di Rovigo, il quotidiano è stato curato da volontari con la passione per il giornalismo.
Il 18 ottobre 2022 la testata cambia proprietà e viene iscritta al Tribunale di Padova e, sotto la direzione del giornalista Stefano Valentini, si trasforma in mensile online di attualità, cultura e divulgazione storica, anche per onorare Sebastiano Schiavon che, nel 1921, poco prima della sua prematura morte, aveva cominciato ad operarvi in qualità di ispettore.
