“Una Padova altra”: quando esisteva ancora la Libreria Draghi, crocevia di cultura

Un colloquio, ripreso da una pubblicazione del 2006, con lo storico gestore Pietro Randi

Proponiamo in due parti, la prima ora e la seconda con l’uscita del prossimo mese di aprile, l’intervista (pubblicata in un quaderno oggi ormai esaurito e introvabile) che Maria Luisa Daniele Toffanin realizzò, nel 2006, a Pietro Randi, storica figura di titolare dell’altrettanto storica Libreria Draghi a Padova, per decenni uno degli spazi culturali più rinomati della città e dell’intero Veneto, indimenticabile riferimento per scrittori, studiosi, artisti e lettori. Il brano introduttivo, approntato anch’esso ai tempi dell’uscita, è di Giovanni Lugaresi.

C’è ancora una “vecchia Padova”? Diciamo, non per i luoghi, ambienti, caratteristici scorci che non scadano nel banale, nell’oleografico? C’era, sicuramente, nei primi anni Settanta, così travagliati, così tormen­tati e drammatici, quando chi scrive arrivò nella “città del Santo”, come an­cora veniva da tanti chiamata. Tempi duri, pericolosi, e non tien conto spiegarne il perché: è tutto nelle cronache, nella storia.

Eppure, in quei tempi, ugualmente, si avvertiva ancora vibrare le corde di uno stato d’animo, di un’atmosfera, di un sentimento, che non era retorico definire patavinitas. La Padova della storia e della tradizione, dei grandi maestri e dei dilettanti, che però eran personaggi colti, originali, estroversi. Basti pensare a un Agostino Contarello, volendo tralasciare il dotto am­biente accademico nel quale pure spiccavano personalità come un Enrico Opocher, un Marino Gentile, un Lucatello, un Flores d’Arcais, un Colombo, un Moschetti, un Ferro, un antichista come Franco Sartori, e via elencando, mentre fino a qualche decennio prima, era stata la volta dei Valgimigli, Ferrabino, Marchesi, Valeri, Fiocco, Traina, Branca… Lasciamo stare, perché il rischio dei ricordi comporta si possa passare da un sentimento virile a un sentimentalismo avvilente…

Diciamo piuttosto che in questo quadro di storia e di memorie, di pre­senze attive e di operosità intellettuale, la Libreria Draghi appariva ancora uno dei centri propulsivi di studio e di incontro, di ricerca e di dibattito. Una storia, anche quella della antica libreria della quale era diventata pro­prietaria la famiglia Randi, ricca di humus culturale e umano. Certo non van­tava i fastigi del Bo e del Santo, non gli ottocenteschi retaggi patriottici e accademici, ma era pur sempre, quel che era stata: la Libreria Draghi, caspita! Ardigò, Bonatelli, i Maestri dell’università, gli intellettuali, narratori, poeti come Marino Moretti, Giuseppe Longo, saggisti, di passaggio a Pa­dova, lì non potevano non fare tappa. A conversare con Giuseppe Randi, il figlio Pietro, il tuttofare Adriano, se non con la Lea, invisibile… onnipresente nei meandri della libreria. Già, la Lea, morta centenaria pochi anni fa, dopo una vita dedicata alla Draghi-Randi, una vita trascorsa nella Draghi-Randi. Che è scomparsa, come ognun sa. Infertole un colpo durissimo nel 2005, non è passata a miglior vita pochi mesi fa. Essendo incominciata a morire, allora, aggiungiamo soltanto che è passata… e basta. Parce sepulto.

E se prima aveva chiuso i battenti la storica sede, con la storica insegna su via Cavour, per ritirarsi (una sorta di “ridotta”) negli spazi di Galleria Santa Lucia, preludio ad una definitiva chiusura, adesso è rimasto soltanto lui. Sì, Pietro Randi, 87 anni, nato in libreria, nella cui temperie era cre­sciuto, respirando di quell’aria che sapeva di storia e di memorie, di parole e di carta stampata, di nuvole di fumo di pipa (ah: quando c’era Manara!), e di voci altisonanti, quelle inconfondibili di Giuseppe Toffanin storico dell’Umanesimo e del filosofo Marino Gentile.

Pietro Randi si è ritirato all’ultimo piano dell’edificio attaccato alla “fu Libreria Draghi” portando seco i “penati”: ritratti di maestri, antiche pol­trone, antichi tavolini, scrivanie che hanno una storia. Che potrebbero, po­tendo parlare, raccontare varie cose: di uomini e di eventi. Pietro trascorre lunghe ore a vedere, consultare, riordinare, testi e ma­noscritti, libri e lettere, che un giorno andranno (immaginiamo) ad arricchire gli spazi del Bo. Ma intanto Pietro è una memoria storica vivente e questo tipo di perso­nalità debbono essere interrogate, con loro bisogno interloquire, perché hanno molto da raccontare, da tramandare. Retaggi che non sono materiali, potenza, ricchezza, bensì preziosi pezzi di intelligenza, conoscenza, di me­moria, appunto.

Non sappiamo se Pietro Randi lascerà, il giorno in cui il buon Dio lo chiamerà nel mondo dei più, un diario, un memoriale. Nel frattempo, si è lasciato intervistare. Lo ha convinto in tal senso una poetessa padovana da lui stimata, e che non si limita a pubblicar versi, ma è immersa nella vita civile, sociale, di questa vecchia Padova: Maria Luisa Daniele Toffanin.

Fosse stato vivo Giuseppe Toffanin jr., questo testo lo avremmo letto, magari in più puntate su “Padova e la sua provincia”, rivista mensile le­gata anch’essa alla sensibilità di un benemerito vecchio padovano, il com­mendator Leonildo Mainardi. Ma dove è la benemerita rivista d’antan? Nelle biblioteche, raccolta per annate. Maria Luisa ha pensato allora a questa plaquette, elegante, come lei, e in sintonia peraltro con l’eleganza (di modi, di stile) di una famiglia che con Pietro, librariamente parlando, finirà, la famiglia Randi.

Giovanni Lugaresi

A colloquio con Pietro Randi

Alla riunione della Giuria dei Letterati per la selezione del Campiello 2005, ospite 1’11 giugno di Unindustria Padova, sono presenti i più bei nomi del gotha culturale. E Pietro Randi, davanti a me nell’Aula Magna dell’Uni­versità, conferma a mezza voce: “Finalmente una giornata di vera cultura a Padova”. Sento subito l’esigenza di approfondire il senso di questa affer­mazione con l’erede e, per una ventina d’anni, titolare della Libreria Draghi aperta dal 1850 a Padova e gestita dalla famiglia Randi dal 1920. Storico, interessante osservatorio dell’anima della città. E più volte colloquio brevemente con lui dei miei libri in versi, ma sem­pre rimando a un’occasione altra il discorso che pur mi preme.

Il giorno però che vedo le serrande su via Cavour decisamente abbassate, mi prende un sentimento indicibile, come un turbamento per un bene per­duto che non si può riafferrare più. E mi smarrisco tra voci e volti lontani. “Vado da Draghi per il Bignami…” — “Mi fermo da Draghi per l’ultimo romanzo della Ginzburg…” si diceva ai genitori tranquillizzati dal nome au­torevole e garante: un lasciapassare sicuro per le nostre sortite da casa, dallo studio, per un’ora di libertà. E invero ci si ritrovava spesso, noi studenti, nella libreria luogo sacro per i testi scolastici, nostra banca dati virtuale. Il tempo per due chiacchiere davanti al bancone delle novità letterarie, per un acquisto e un saluto con l’insegnante lì di passaggio. Poi quattro passi ov­vero il rito delle “vasche” sul percorso-vita di via Cavour con sosta davanti alla Draghi: momento ancora per rivedere amici, nemici e l’aspirante “mo­roso”. Appuntamenti giovani all’ora vesperale. Spazi limitati, illimitati ora del nostro immaginario.

Ma subito rientro nel reale e in Via Santa Lucia scopro il mistero e la novità. E avverto più intensa l’urgenza di conoscere da Pietro Randi le di­verse pulsazioni della cultura a Padova, così come le ha registrate dal suo primo vitale osservatorio piantato nel cuore della città. Finalmente mi intrattengo a lungo con lui.

Mi racconti di lei, della sua vita in Libreria andando a ritroso nel tempo.

Con piacere. Ho acquisito la mia formazione culturale e morale fre­quentando le prime classi della scuola (oggi scuola media), nel collegio be­nedettino di Ascona (Svizzera) dipendente dal più grande centro benedettino di Einsiedeln, quando in Italia anche nel campo dell’istruzione dominava il consenso al fascismo. Ho proseguito successivamente i miei studi al Liceo Tito Livio di Padova con gli indimenticabili docenti: Lino Lazzarini, Andrea Moschetti, Giuseppe Rossi ed altri; preside Attilio Dal Zotto. Mi sono iscritto poi all’università che presto ho abbandonato. Il mio gene mi con­duceva più verso il mondo del libro che verso quello del professionismo. D’altra parte ero figlio unico.

A questo punto si è dedicato subito alla Libreria?

Prima di iniziare la mia attività nella libreria di famiglia, acquistata nel 1920 dal nonno paterno Giovanni Battista e condotta poi da mio padre Giu­seppe, ho peregrinato per l’Europa e successivamente ho raggiunto New York, avvicinando colleghi librai e anche editori. In particolare ho sostato a Parigi, allora unica ed incontrastata capitale della cultura e della editoria nell’immediato dopoguerra, dove ho ottenuto un brevetto di lingua francese alla Sorbona. Questo fu il mio passaporto per avere, nel corso di quasi ses­sant’anni della mia vita di libreria, un orizzonte ben più aperto di quello costituito solo dal commercio del libro.

Un’esperienza unica la sua, costruttiva per il dopo. Può allargare il discorso?

In effetti ho accumulato un patrimonio culturale e professionale che mi ha consentito di beneficiare di quell’osservatorio della vita cittadina, e non solo libraria, quale era la Libreria Draghi in Via Cavour, nel cuore di Padova. E questa centralità e privilegio la caratterizzano, per me, ancora, pur dopo le importanti trasformazioni imposte da nuovi stili di vita che nel giro di pochi anni hanno turbato, e non di rado stravolto, il panorama della società padovana e non meno le sue tradizioni.

A proposito di queste tradizioni patavine tradite, ha particolari ricordi dello stile con cui la Padova culturale viveva la sua Libreria? Quali le prime immagini che rivede nel tempo lontano?

Ecco di stili e tradizioni ormai superati rimangono alla Draghi memorie e ricordi, anche dediche e consensi scritti in un quaderno da me gelosamente conservato. Dal 1952 in esso annotavano le loro testimonianze amici, do­centi, autori, poeti, artisti, locali o di passaggio che, dopo l’Università, dopo il Pedrocchi scaduto, ahimè, nella sua funzione culturale, trovavano alla Dra­ghi un punto di riferimento sempre aperto, fidato e disponibile a incontri convenuti o occasionali, sempre motivo per momenti di “festa della cultura”.

E quali momenti vorrebbe rievocare e quali nomi ricordare di questa continua festa culturale alla Draghi?

Troppo lungo sarebbe elencare i nomi illustri che alla Draghi lasciarono il loro segno. Citerò l’artista Fiorenzo Tomea che 1’11 febbraio 1952 inau­gurava la felice stagione alla nostra galleria d’arte “La Chiocciola”e altri come Mario Disertori, Tono Zanca­naro, Paolo De Poli e Zigaina, Zuc­cheri, Antonio Fasan, Virgilio Guidi, Pio Semeghini, Dalla Zorza, Saetti, Amleto Sartori, Nino Springolo, Emilio Greco, Seibezzi, Nino Mac­cari e tanti altri ancora che espone­vano a “La Chiocciola”.

[1 – Segue]

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