Il declino del Veneto tra dati e statistiche: da regione modello alla scoperta di nuove opportunità

Il quotidiano Il Popolo Veneto è stato fondato a Padova il 31 dicembre 1921, come organo regionale del Partito Popolare Italiano di don Luigi Sturzo. Il partito era nato con l’Appello ai liberi e forti del 18 gennaio 1919 e il grande successo elettorale del Partito Popolare appena costituito – che mandò alle successive elezioni in Parlamento 100 deputati, raggiungendo il 20,53 per cento – rendeva necessario consolidare una rete di organi di stampa che informasse l’opinione pubblica.

Perché questo richiamo? Perché anche oggi ci sarebbe bisogno di informare il popolo, uscendo dai luoghi comuni che troppo spesso caratterizzano il discorso pubblico. C’è un fatto nuovo che riguarda appunto il Veneto: compare, nei commenti, la parola “declino”. Parola prima sconosciuta per il nostro territorio, quello di una regione che negli anni ’50 del secolo scorso si presenta povera e di emigrazione ma che accende negli anni ’60 il motore di un intenso sviluppo, basato su capacità di lavoro, intelligenze innovative, solidità del tessuto sociale, diventando protagonista di un miracolo economico: da povera che era il territorio di un diffuso benessere, un contributo rilevante alla crescita nazionale. Perché la storia del Veneto, nella seconda metà del Novecento, è stata la storia di un riscatto sociale, di una Regione che diventa capofila del miracolo economico, il motore del Nord Est, una delle regioni più competitive a livello europeo.

Quella storia sembra finita, o comunque interrotta. Ce lo dicono troppi dati per poterli ignorare. E d’altra parte, se la presidente di Confindustria Veneto Est Carron usa l’espressione declino nella sua relazione all’assemblea confindustriale, bisogna misurarsi con questa realtà. Gigi Copiello, un attento osservatore della realtà economica veneta, ci ha ricordato recentemente qualche dato. La Banca d’Italia ha registrato che nel ventennio 2002-2022 la produttività del lavoro non solo è stata negativa nel Veneto (-1,8), ma anche inferiore a quella dell’Italia (-1,4). Il saldo migratorio degli under 35 è il peggiore di tutto il centro nord. La Cgia di Mestre prevede per il 2026 che la regione a più forte crescita sia l’Emilia Romagna, mentre il Veneto si colloca solo al decimo posto tra le regioni italiane per incremento nella formazione del prodotto interno lordo, dietro perfino alla Campania e all’Abruzzo. E, a conferma, province venete che sono state nel passato punta di lancia nella formazione di ricchezza si trovano molto indietro nella classifica per province: Verona al posto 34, Vicenza al 55, Padova al 58, Treviso al 69. La piattaforma manifatturiera avverte pesantemente i segni di una crisi.

I motivi possono essere molti. Una componente significativa è certamente data dalla mancanza di politiche attive per lo sviluppo: finché tutto andava bene si pensava che quelle pubbliche non servissero. Ma occorre rendersi conto che se Emilia Romagna oggi corre più del Veneto, con un apparato manifatturiero abbastanza simile, la ragione sta anche che lì si sono praticate politiche pubbliche molto più incisive. Pensiamo al Veneto: desertificazione delle banche, sistema fieristico in crisi, aziende di servizio pubblico con la sede di comando fuori dalla regione, Università eccellenti ma fuori da un rapporto sistemico con l’apparato produttivo; sul piano infrastrutturale l’unica opera significativa di questo secolo è la realizzazione, ritardata e costosissima, della Pedemontana, mentre sull’alta capacità ferroviaria siamo fermi al palo e neppure si parla più di quel sistema ferroviario metropolitano veneto che, in una regione policentrica come la nostra, sarebbe così necessario.

È appunto imbarazzante il paragone con l’Emilia Romagna, regione con cui per tanti anni siamo stati appaiati in un percorso di crescita. Ma mentre da noi si festeggia lo svolgimento di qualche gara delle Olimpiadi invernali (meno di quelle che si svolgono in Trentino, tanto per dire) in Emilia si inaugura il più grande calcolatore europeo, con ciò che significa in termini di attrazione d intelligenze, di posti di lavoro innovativi, di servizi al sistema produttivo e della ricerca.

Le risposte non sono semplici, ma la prima sta nella capacità di riconoscere che il vento è cambiato, che ciò che non si è ritenuto necessario in passato oggi, in un contesto internazionale difficilissimo (e il Veneto resta una grande regione esportatrice) non si può prescindere da coraggiose politiche pubbliche, che affianchino positivamente il mondo della produzione. Le risorse ci sono: apparato manifatturiero, competenze lavorative, rete dell’Università, buon sistema amministrativo degli enti locali, una apprezzabile coesione sociale. Manca la regia della Regione. Abbiamo votato, pochi sono andati a votare, purtroppo (e anche questo è un segnale negativo). Adesso occorre cambiare le politiche. La Fondazione Nord Est, nei suoi rapporti annuali, propone con ricchezza di dati ed argomentazioni suggestioni utili, nelle nostre Università non mancano le intelligenze e i saperi necessari. Ma è la politica che deve agire con lungimiranza.

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