I giovani e la scuola: un “gioco di squadra” che richiede premura, attenzione, ascolto, risposte
Ho incrociato giorni fa un ragazzo di terza media, con cui mi sono intrattenuta sull’inizio di quest’anno scolastico nel suo Istituto Comprensivo a indirizzo musicale, a Selvazzano in periferia di Padova. Mi ha descritto una situazione ben organizzata con lezioni a ritmo pieno dalla seconda settimana, presenti tutti gli insegnanti, gli stessi dell’anno precedente, medesimi i compagni con l’inserimento però d’alcuni con altra provenienza linguistica: tre in pieno possesso dell’italiano, una quarta con momentanee difficoltà di comunicazione. Perfino l’ora di musica opportunamente sistemata. Tutto tranquillo, quindi, in un bel rapporto di continuità dal secondo anno, a parte l’usuale difficoltà di concentrazione al rientro dalle vacanze, insieme al solito disagio per le prime interrogazioni e la ripresa dei rapporti con insegnanti e compagni.
Mi confida però la sua apprensione per il ritmo scolastico, unito all’ora di chitarra, i compiti pomeridiani e il rugby tre volte alla settimana, più impegnativo dell’anno precedente, ma mi informa di volersi organizzare usando bene i pomeriggi liberi da tali appuntamenti. Trasognata pensavo a quei recenti casi, disperati, di aggressioni di insegnanti con armi bianche, casi limite d’immensa gravità ma già visti in altre situazioni. Nelle nostre strade, infatti, da tempo si sono verificati e ancora si verificano violenti scontri tra giovanissimi, purtroppo sempre con l’uso di coltelli. Casi limite, abbiamo detto e si dice, che andavano e vanno controllati dedicando maggior ascolto all’adolescenza e alla giovinezza – evidentemente in difficoltà per la concomitanza di varie problematiche – supportati dalla presenza di docenti dalla solida formazione professionale e di esperti psicologi e psichiatri opportunamente inseriti nella scuola. Indispensabile un rapporto costante con le famiglie, in modo da concretizzare le necessarie sinergie. Se non risolte, queste situazioni possono tradursi in tragedie, come ci racconta sempre più spesso la cronaca. Evidente è l’assenza della stessa politica nell’attenzione verso queste categorie fragili, nostro patrimonio per il futuro. Constatazioni tristi, sia pur realistiche, che contraddicono il caso di Alessandro e di altri suoi coetanei, felicemente partecipi nel progetto scuola, ma su cui bisogna vigilare considerato il momento storico, non facile da comprendere nella sua ferocia distruttrice.
Un bell’incontro davvero quello con Alessandro: in una successiva occasione gli chiedo se avesse già pensato all’argomento della tesina da realizzare per l’esame di terza media. Nel tempo di un respiro, sicuro mi risponde: il valore formativo dello sport, sulla base alla mia esperienza. Aggiunge che si sta già organizzando per inserire nel discorso Foscolo, per primo, e altri spunti storici e scientifici. Si entusiasma illustrandomi gli aspetti positivi della propria attività rugbistica, come accaduto al tempo del Covid in cui loro, allora under8, già si consideravano un “insieme”. Un insieme attivato anche dal coach, capace di offrire utili consigli durante la crisi pandemica e di far sentir loro, bambini e pur fisicamente lontani, invece vicini e uniti, consapevoli della forza dell’amicizia, dell’aiuto reciproco, dei valori di tolleranza e rispetto. Una conoscenza acquisita in forma lenta e naturale, attraverso le varie fasi dell’apprendimento sportivo e rafforzati anche attraverso il contatto telefonico, che rafforzava il legame e rendeva poderosa l’intera compagine, stretta da questo collante che restituiva entusiasmo, carica, desiderio: perfino quello di “placcare” il papà, nuovo compagno di giochi.
Per lui, dopo questa esperienza sofferta e la successiva ripresa, l’ora sportiva era diventata, e tuttora è, un impegno plurisettimanale, con la partita conclusiva in cui il confronto, la sconfitta e la rinascita sono conquiste naturali e comuni. Il Petrarca diviene così la seconda casa dove si ritrovano ragazzi e genitori, immersi in un’atmosfera di intese e grande complicità. Credo che la sua tesina, vissuta con questo spirito, saprà rispondere a tutte le esigenze del programma scolastico, con la giusta realizzazione del suo piano idealmente in fieri. Alessandro si rivela un bravo ragazzo, con idee chiare, qualche dubbio soltanto sul corso di chitarra: cui non rinunciare però, aggiungo io, poiché tale strumento sarà motivo di relax personale e di sodale allegria.
In una sorta di transfert mi rivedo dall’altra parte della cattedra, molti anni fa, a parlare di tutto ciò con i ragazzi delle superiori e con i genitori: il gioco di squadra era essenziale per superare le difficoltà nello studio, i disagi in famiglia, i problemi di incomunicabilità, proprio attraverso la conoscenza degli altri con i loro difetti e virtù, in una accettazione reciproca ma anche di sé stessi, riscoperti infine nell’insieme. Per questo, l’insegnante deve nutrire per il mondo dei ragazzi una grande passione che è premura, attenzione, ascolto, risposta; il che esige tempo, formazione, aggiornamenti che noi ai nostri tempi non abbiamo avuto, oltre ad una grande considerazione – dall’esterno – per l’istituzione scolastica. A livello nazionale, sarebbe necessario un impegno particolare e un trattamento economico adeguato anche per i docenti italiani, come già avviene in altre nazioni. Non voglio cadere nella trappola della polemica politica, ma solo evidenziare come la cultura nasca proprio nelle scuole primarie e secondarie, dove si costituiscono e si plasmano l’identità e l’appartenenza di un popolo. In Italia non manca certo l’humus artistico-letterario ma bisogna, per valorizzarlo realmente, avere a cuore il bene della res publica, da non confondere con la sterile aggressività ideologica. Di questo benessere potrebbero beneficiare tutti e anche i giovani, che troverebbero proprio qui le risposte alle loro attese.
