Persone di speranza cercasi. Anche in noi stessi

Oltre la banalità e le apparenti certezze con le parole di Bernanos, Guardini, Peguy

Il senso di vuoto e la rincorsa affannosa del tempo che sfugge stanno diventando la cifra di questi nostri tempi cupi e angosciosi. Il disorientamento diffuso sembra voler competere e reprimere la forza generativa di ogni pur fragile e necessaria speranza, come slancio vitale che osa accogliere ad occhi aperti la sfida di formulare domande, magari scomode ma necessarie, adeguate all’urgenza di ritrovare fiducia,  senso  e direzione, attraverso la costruzione impegnata e partecipe del bene comune.

Come pensare oggi la speranza? Dove cercarla? Qual è l’identikit della persona di speranza in questo nostro tempo?  La speranza è una virtù fragile, tuttavia necessaria, indispensabile. Essa non vive del presente ma del futuro che ancora non c’è.

Singolare virtù della speranza, singolare mistero, questa non è / una virtù come le altre, è una virtù contro le altre. / Prende in contropiede tutte le altre. S’addossa per così dire / alle altre, a tutte le altre. / E tien loro testa. A tutte le virtù. A tutti i misteri. / Le supera per così dire, va contro corrente. / Risale la corrente delle altre. / Non è una schiava, questa bambina è irriducibile. / Lei replica per così dire alle sue sorelle; a tutte le virtù, a tutti / i misteri. / Quando loro scendono lei sale (è molto ben fatto), / quando tutto scende solo lei risale e così le doppia, le decuplica, / le allarga all’infinito” (Charles Péguy).

Nell’editoriale di Stefano Valentini, pubblicato il 17 marzo scorso su Il Popolo Veneto, il direttore,analizza “ad occhi aperti” le difficoltà di “un domani che appare sempre più indecifrabile”, partendo dalle implicazioni profonde di una citazione dell’autore tedesco Karl Valentin (1882-1948), secondo il quale “perfino il futuro una volta era meglio”. Per poi concludere con un intenso e garbato distillato di apertura alla speranza:

“Lo stesso Valentin, del resto, aveva in serbo un’altra battuta: Tutto è già stato detto, ma non da tutti. Ambigua quel tanto che basta per suggerire scenari tanto d’omologazione quanto di speranza ed è a quest’ultima, guardando ai ‘non tutti’, che vogliamo rivolgere il nostro sentimento di fiducia”.

Oggi, si parla in molte sedi di emergenza educativa. Travolti dalla crudezza e dal linguaggio della cronaca, educare al riconoscimento della dignità della persona umana, al senso di appartenenza, alle relazioni con gli altri, alla partecipazione responsabile viene percepito quasi come un esercizio retorico, “una partita persa”, se non ci fosse, appunto, la speranza.

Infatti, se è vero che la relazione educativa debba considerarsi strutturalmente “generativa”, come non considerare la speranza l’anima di tale relazione? Qual è l’identikit della persona di speranza in questo nostro tempo?  E se parlare e soprattutto testimoniare la speranza fosse un diverso modo di essere responsabili in vita?

La speranza, nella sua infinita fragilità, è come il principio attivo di una cura che tenda a fare riemergere le risorse vitali, le potenzialità che ciascuno porta dentro di sé, spesso sommerse dal peso della realtà.  Non si tratta di accontentarsi e vedere esauditi i propri desideri e le speranze quotidiane, spesso effimere ed evanescenti. La speranza infatti va oltre l’ottimismo. È una sfida continua alle banalità e alle apparenti certezze della vita. “Non sperano se non quanti hanno avuto il coraggio di disperare delle illusioni e delle menzogne dove trovavano una sicurezza che falsamente essi prendevano per speranza” (Georges Bernanos, La liberté pour quoi faire?).

La speranza anima la relazione educativa. Alla domanda: “Qual è il tuo segreto?”, un insegnante particolarmente amato dai ragazzi ha risposto: “Perché la speranza? Perché quando rischia di venir meno, tocca a me ri-animarla. Attraverso la relazione educativa possiamo rendere la speranza autenticamente generativa a diversi livelli. Credo che la persona e l’educatore di speranza sia colui che sa sperare nell’uomo e nella sua libertà, orientata, in ultima istanza, ad un esito positivo del proprio personale processo educativo. Spera l’educatore che rimane orientato e sa orientare verso “progetti sensati”, attraverso una disposizione positiva nei confronti della vita, che “non si vergogna di esistere, sa reggersi nell’esistenza, sa accettare le naturali limitazioni dell’esistenza”.

Sicuramente la speranza ha il suo prezzo ed esige la consapevolezza e la responsabilità della memoria. Nel saggio Il potere. Tentativo di un orientamento, datato 1954, Romano Guardini impegnato a “scorgere la luce nel tramonto” causato dagli esiti disastrosi della seconda guerra mondiale, esprime la convinzione “che sia in divenire un uomo che non soggiaccia alle forze scatenate, ma sia capace di ricondurle nell’ordine. Che sia capace non soltanto di esercitare un potere sulla natura, ma anche un potere sul proprio potere, ordinandolo al senso della vita e dell’opera dell’uomo; che apprenda ad essere reggitore, impedendo che ogni cosa crolli nella violenza e nel caos”. Quanto necessarie queste parole nell’attuale scenario sociale, economico e politico!

E noi?

“Spaventosa libertà dell’uomo. / Noi possiamo far fallire tutto. / Noi possiamo essere assenti. / Non esser lì il giorno che veniamo chiamati. / [… Dio…] S’è messo nel caso di aver bisogno di noi. / Che imprudenza. Che fiducia. / Ben posta, mal posta, questo dipende da noi. / Che speranza, che testardaggine, che partito preso, che forza / incurabile di speranza. / In noi”.

Come incamminarci sui sentieri percorsi dai pellegrini di speranza? 

“Loro bevono la via. Hanno sete della via. Non ne hanno / mai abbastanza. / Sono più forti della via. Sono più forti della fatica. / Non ne hanno mai abbastanza (Così è la speranza). Corrono / più in fretta della via. / Loro non vanno non corrono per arrivare. Loro arrivano per / correre. Arrivano per andare. Così è la speranza. / Non risparmiano i passi. Non ne verrebbe loro neanche l’idea / di risparmiare alcunché. / Sono le persone grandi che risparmiano. / Ahimé sono ben obbligate. Ma la bambina Speranza / non risparmia mai nulla” (Charles Péguy,  Il portico del Mistero della seconda virtù).

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