Riflessioni di un’insegnante sul valore della poesia civile: gli esempi di Jahier, Quasimodo e Pacheco

Da una mia meditazionesu tre particolari poeti Jahier. Quasimodo e Pacheco, rivisitati nel loro contesto storico, mi sorge l’input di girare il tutto come lettera-riflessione al nostro Tempo e a chi lo abita. Non so se la redazione lo accetterà, ma lo spero perché è pane per i nostri denti, oggi.

Una scelta affettiva, civile mi orienta verso questi tre testi: “In questo momento” di Pietro Jahier, “Milano, agosto 1943” di Salvatore Quasimodo e “Fine secolo” di Josè Emilio Pacheco appartenenti a spazi-tempi diversi, ma accesi da una comune tensione civile, avvertita anche oggi da manipoli di persone vere, vigili particolarmente agli allarmi di ora.

Il primo, specchio di quanto affermato, costituiva il passaggio di un percorso appassionante nella poesia del Primo Novecento realizzato anche con i miei studenti legati da empatia con questo autore dal messaggio pregnante e immediato: sentivano la sua voce come una sollecitazione a vivere con ardore l’impegno della vita. Occasione unica in cui potenziare la propria sostanza umana con spirito agonistico fra altri che, spinti da urgenza etica, già si espongono sul fronte quotidiano dell’esistere: “… Per un seme abortito/milioni di gemme in questo momento…”. Bello era ai loro occhi il traslato vegetale gemmato quasi da una forza vitalistica, come incisiva era per loro la scrittura dell’ultimo verso: “… Ti scade l’ultima speranza d’essere uomo/in questo momento”. Questo momento infatti è unico, irripetibile per realizzare il proprio progetto etico senza trastullarsi né scaldarsi alla propria elegia in una vuota autocommiserazione. Bene avvertivano la novità del linguaggio eterogeneo di Jahier che non si cura della parola, attento solo alla sua forte necessità morale. Il tutto in assonanza con il sentire di quei nostri antesignani.

Interessante può essere rivedere il testo con altra ottica: si rivela, come tutta l’opera di Jahier, l’espressione più autentica del moralismo vociano di molti poeti del Primo Novecento impegnati in una meditazione etico religiosa. In effetti Jahier manifesta una cifra di superiore condotta morale ed artistica per quella coerenza sempre di fronte ai vari eventi storici del momento (prima guerra mondiale, fascismo, borghesia) e questo per la sua formazione valdese, per un insieme di vicende familiari ed esperienze della maturità, ma soprattutto per il suo rapporto con lo spiritualismo cristiano di Claudel. E sono così autentici i suoi versi e ancora attuali che, di fronte al disfattismo dilagante, si fanno richiamo ad ognuno di noi di vestire il proprio ruolo con responsabilità e puntualità fra tanti che sono già in prima linea. Perché solo da questo interiore personale rinnovamento potrà muoversi una tensione civile per risorgere insieme nel cammino della storia.

Ora l’attenzione di Jahier all’itinerario interiore di ogni uomo, si apre in Quasimodo “Milano, agosto 1943” in uno sguardo sofferto alla vicenda storica, alla lacerazione del tessuto umano-urbano nella sua città. In tempo successivo a quello di Jahier ancora un autore emozionalmente rivisitato in vari percorsi storico-letterari, anche scolastici, dal mito, dall’epos della sua terra alla passione per l’uomo del suo tempo in “Milano, agosto 1943”. Nello scardinamento violento di riti, ritmi operato dalla follia del bombardamento di Milano l’uomo-poeta perde il proprio senso di appartenenza, la propria identità: si sente estraneo alla città. Tutto è morto:” … E l’usignolo/è caduto dall’antenna, alta sul convento/dove cantava prima del tramonto…”. Il suo impegno si esprime nella denuncia di morte universale di cui è vittima tutta la città: “i vivi non hanno più sete…” sono già morti. Denuncia recitata in forma sempre raffinata, ma più comunicativa: un dialogo drammatico con l’uomo e la sua storia vissuto con partecipazione nuova e desiderio di collaborazione che si ripete in modo macroscopico in luoghi diversi, purtroppo anche ora. Malvagio ripetersi di vicende tragiche allargate, dilatate.

In altro spazio-tempo, ma sempre nella stanza di una coscienza vigile all’umana fatica, è “Fine secolo” di Josè Emilio Pacheco, testo voluto ancora per comunanza affettiva. Mi stringe infatti all’autore l’urgenza di domande che ti bulinano dentro senza risposta, nate dall’insoluto di un tessuto civile sofferente di inquietanti contraddizioni. Sono gli eterni quesiti dell’uomo che non conosce la verità in assoluto, ma solo l’amara realtà di un “possibile impossibile: un mondo senza vittime”. E il poeta, che non vuole niente per sé, continua però ancora a sperare in una crescita civile, in un mondo senza vittime. Pacheco sa dire tutto questo con un linguaggio essenziale, immediato ma meditato in un susseguirsi di domande incalzanti che ti lasciano senza respiro, senza risposte. Incitano però a riflettere su questo nostro tempo di sofferenza dove troppo malvagi protagonisti imperterriti distruggono luoghi e vite con ferocia violenza ovunque.

Voci poetiche vicine per la comune urgenza etica di rigenerarsi dentro e vivere con coerenza e condivisione questa tragica condizione del nostro mondo (in vari luoghi e modi qui denunciati), insieme nella speranza di mutarla. Urgenza etica vitale per non disperare, naufragare ma crescere insieme ricuperando il nostro tempo di presunto progresso dal degrado-decadenza incombente. Solo così saremo fari di luce nel procedere storico oltre la siepe-benda delle ideologie politiche, sollecitati, magari illuminati da una costante, sottesa rieducazione, rivoluzione culturale, artistica, musicale per un vangelo nuovo, almeno d’armonia.

Pietro Jahier, “In questo momento”

Mentre chiedi chi sei, mentre rigiri tra le mani la vita, giocattolo infranto,

in questo momento, senza fede, respiri il soffio d’un forte che muore.

Uomo solo, quante mani ti reggono in questo momento!

Mentre ti scaldi alla tua elegia, mentre la componi,

il tuo pensiero un altro lo esprime, la tua azione un altro la opera.

Per un seme abortito, milioni di gemme in questo momento.

Credi pure che il mondo per te ripresenti la sua faccia di questo momento.

Credi pure di ripresentargli, la tua faccia di questo momento.

Uno che espone il petto prende il tuo posto in questo momento.

Ti scade l’ultima speranza di essere uomo in questo momento.

Salvadore Quasimodo, “Milano, Agosto 1943”

Invano cerchi tra la polvere,

povera mano, la città è morta.

È morta: s’è udito l’ultimo rombo

sul cuore del Naviglio. E l’usignolo

è caduto dall’antenna, alta sul convento,

dove cantava prima del tramonto.

Non scavate pozzi nei cortili:

i vivi non hanno più sete.

Non toccate i morti, così rossi, così gonfi:

lasciateli nella terra delle loro case:

la città è morta, è morta.

José Emilio Pacheco Berny, “Fine di secolo

Il sangue versato grida vendetta

E la vendetta non può che generare

altro sangue versato.

Chi sono io:

il tutore di mio fratello, o uno

addestrato

ad accettare la morte degli altri,

non la propria morte?

In nome di chi posso condannare a morte

gli altri per quello che sono o pensano?

Ma come posso lasciare impuniti

la tortura o il genocidio o la fame?

Non voglio niente per me:

desidero solo

l’impossibile possibile:

un mondo senza vittime.

Come riuscirci non sta in mio potere;

sfugge alla mia piccolezza, al mio misero tentativo

di svuotare il mare di sangue che è il nostro secolo

con la tremante coppa della mano

Mentre scrivo, arriva il crepuscolo

vicino a me le grida che non sono cessate

non lasciarmi chiudere gli occhi

Fin de siglo (de: Desde entonces [1975-1978] (1980)

La sangre derramada clama venganza

Y la venganza no puede engendrar

sino más sangre derramada

 ¿Quién soy:

el guarda de mi hermano o aquel

a quien adiestraron

para aceptar la muerte de los demás,

no la propia muerte?

¿A nombre de qué puedo condenar a muerte

a otros por lo que son o piensan?

Pero ¿cómo dejar impunes

la tortura o el genocidio o el matar de hambre?

No quiero nada para mí:

sólo anhelo

lo posible imposible:

un mundo sin víctimas.

Cómo lograrlo no está en mi poder;

escapa a mi pequeñez, a mi pobre intento

de vaciar el mar de sangre que es nuestro siglo

con el cuenco trémulo de la mano

Mientras escribo llega el crepúsculo

cerca de mí los gritos que no han cesado no me dejan cerrar los ojos

Poeta, scrittore, saggista e traduttore messicano. Fu parte integrante della “Generazione dei ’50”. La sua poesia concentra l’attenzione sulla storia, sulla ciclicità del tempo, sull’universo dell’infanzia e sulla vita nel mondo moderno. Nel 2009 fu insignito del Premio Miguel de Cervantes.

Le poetiche parole dei Nostri sono affermazioni risapute sul nostro ruolo da coprire nella vita, in cui ognuno è utile, nessuno è inutile, cara Bernini. Asserzioni sulla guerra come morte della città, della cultura, sui troppi martiri di questo 2025, secolo di sangue, che continua ad essere versato senza arrendersi. Voci comuni quindi, attuali, risentite quelle dei nostri poeti, ma incisive nell’invito a smuoversi dall’indifferenza, ad assumere una posizione con onestà critica di fronte a questo calvario, di cui è vittima innocente proprio l’infanzia. Allora anche il concetto della ciclicità dei fatti storici, sostenuta da Pacheco, sembra decadere di fronte allo scenario di oggi, che va oltre ogni possibile immaginazione.

Non restano altre parole, se non che seguire l’impegno, il messaggio dei Nostri, quale altra forma di salvezza del mondo. Ma sarà possibile?

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