Turismo della Memoria: quando la visita diventa una opportunità di consapevolezza
Il convegno che si è tenuto lo scorso 4 dicembre al MeVe, il Memoriale Veneto della Grande Guerra, è stato un’occasione utile per tornare su un tema che attraversa sempre più spesso il dibattito sul turismo culturale, ovvero quello che chiamiamo, con tutte le cautele del caso, turismo della memoria.
Nel caso specifico l’attenzione era rivolta ai luoghi e ai musei veneti dedicati alla Grande Guerra, oggi messi in rete anche attraverso la nuova Veneto myCARD Grande Guerra, che collega otto istituzioni museali distribuite tra Dolomiti, Grappa, Altopiano di Asiago, Piave e città d’arte. Ma la riflessione può andare oltre e riferirsi anche altri eventi e tragedie collettive: basti pensare al disastro del Vajont del 9 ottobre 1963, ai luoghi dell’Olocausto, alle Foibe e ad altre vicende che hanno segnato in modo profondo il Novecento.
Si tratta di luoghi che spesso sono parte indelebile della memoria di un intero Paese o dell’umanità nel suo insieme. Proprio per questo, più che di turismo storico, è opportuno parlare di turismo della memoria. La storia riguarda eventi ormai consegnati alla dimensione dello studio e della ricostruzione; la memoria, invece, resta viva, spesso controversa, molte volte dolorosa.
Ad esempio, nelle analisi dedicate da alcune tesi di laurea al turismo della memoria in Friuli Venezia Giulia, in Veneto e al caso del Vajont, emerge con chiarezza quanto questi luoghi siano attraversati da emozioni forti, sensi di responsabilità, conflitti di interpretazione. È anche per questo che il ricorso alla categoria di dark tourism – che alcuni studiosi utilizzano – appare non solo riduttivo, ma anche inappropriato sul piano etico, in quanto suggerisce un turismo del “macabro”, dell’attrazione morbosa, esattamente l’opposto del percorso di riflessione civile ed educativa che questi luoghi dovrebbero favorire.
C’è poi una difficoltà di linguaggio. Siamo abituati ad associare il turismo all’idea di tempo libero, leggerezza, svago, anche quando parliamo di turismo culturale. Tuttavia, quando le persone si spostano, pernottano, visitano i musei della Grande Guerra, partecipano a itinerari organizzati, il fenomeno rientra di fatto nella sfera del turismo. Riconoscerlo non significa banalizzare il valore di questi luoghi, ma assumersi fino in fondo la responsabilità di come li raccontiamo e di come progettiamo la loro fruizione.
La valorizzazione dei luoghi della memoria non coincide con la loro trasformazione in attrazioni spettacolari. Significa, piuttosto, costruire condizioni perché la visita diventi occasione di comprensione, di ascolto, di confronto. Nel caso del MeVe il percorso immersivo, le mostre temporanee come Comunicare in Guerra e la rete museale attivata dalla legge della Regione del Veneto “La Grande Guerra infinita” vanno esattamente nella direzione di fare dei luoghi del conflitto spazi di educazione alla pace, alla cittadinanza, alla consapevolezza civica.
Qualcosa di analogo accade attorno al Vajont, dove la visita alla diga, ai paesi distrutti, ai centri di documentazione ha senso solo se inserita in un quadro interpretativo che non si limita alla cronaca della notte del 9 ottobre 1963, ma affronta anche i temi delle responsabilità, dei modelli di sviluppo, della sicurezza del territorio, del rapporto tra decisioni tecniche e consenso sociale. In questo senso il turismo della memoria si collega direttamente alle politiche di sostenibilità e ci costringe a interrogarci su come prevenire in futuro tragedie dovute alla responsabilità dell’uomo e su come costruire una relazione più equilibrata fra comunità e ambiente.
Resta il fatto che questi luoghi non sono facilmente “proponibili” a tutti i pubblici. In alcuni casi, infatti, riaprono ferite, in altri generano senso di colpa o di rifiuto e spesso, semplicemente, richiedono un livello di attenzione e disponibilità emotiva che non tutti sono disposti a mettere in gioco durante un viaggio. Proprio per questo, da un punto di vista turistico, può essere utile inserire i luoghi della memoria all’interno di itinerari più ampi: percorsi di turismo lento, cammini, ciclovie, esperienze culturali che permettano un avvicinamento graduale. La visita deve sempre avvenire nel massimo rispetto e l’integrazione in altre motivazioni di viaggio serve soprattutto a rendere questi luoghi più accessibili ad un pubblico più vasto, senza isolarli né banalizzarli.
Un esempio interessante, in questo senso, è rappresentato da Gorizia e Nova Gorica, Capitale europea della cultura 2025. Per la prima volta il titolo è stato assegnato congiuntamente a due città di confine appartenenti a Stati diversi, Italia e Slovenia. Il progetto “GO! 2025” nasce proprio dall’idea di trasformare un confine che per decenni ha separato famiglie, economie e comunità in uno spazio condiviso, dove la memoria del muro e delle divisioni del Novecento diventa punto di partenza per nuove forme di cooperazione culturale, sociale e turistica. Anche qui il lavoro sulla memoria non è fine a sé stesso, ma alimenta una visione di futuro per una città e un territorio transfrontalieri che si presentano come laboratorio di convivenza europea.
In definitiva, il turismo della memoria è uno dei campi in cui più chiaramente emerge il bisogno di superare una visione puramente economica del turismo. Non si tratta di aggiungere un segmento di offerta, ma di riconoscere che alcuni luoghi richiedono un’attenzione particolare, fatta di competenze storiche, capacità educative, ascolto delle comunità locali e responsabilità nella comunicazione.
Quando parliamo di guerre, disastri, persecuzioni, il senso della visita non sta nella ricerca di emozioni forti, ma nella possibilità di trarne insegnamenti per il presente. Visitare i luoghi della memoria legati ai conflitti dovrebbe portarci a riflettere sul valore della Pace. Affrontare vicende come quella del Vajont o di altri disastri causati dall’uomo dovrebbe aiutarci a pensare a come prevenirli. Entrare nei campi di concentramento scenari dell’Olocausto o visitare le Foibe dovrebbe ricordarci che certi orrori sono possibili e che proprio per questo vanno contrastati, attraverso la conoscenza, la consapevolezza, la cultura e – soprattutto – con le scelte quotidiane.
Bibliografia essenziale
Bastianello, M. (2024-2025), Turismo della memoria in Friuli Venezia Giulia, tesi di laurea triennale, Università degli Studi di Padova
Scattolin, A. (2023-2024), Tra storia e turismo: il caso della Grande Guerra in Veneto, tesi di laurea triennale, Università degli Studi di Padova
Stanojkovic, K. (2024-2025), Il turismo della memoria e il caso studio del Vajont, tesi di laurea triennale, Università degli Studi di Padova
GO! 2025 – Nova Gorica/Gorizia Capitale Europea della Cultura 2025, materiali istituzionali
Commissione europea – European Capitals of Culture 2025
PromoTurismoFVG – materiali su GO! 2025

