In ricordo di Nazario Pardini: uomo di cultura, poeta e amico
I concorsi letterari, dopo il covid, hanno ripreso vita e sono molto partecipati quale occasione di confronto per chi ama la scrittura, forma di libertà espressiva, autoterapia ma anche comunicazione con gli altri. E così questi incontri, magari in luoghi particolarmente interessanti, sono molto frequentati e diventano momenti di aggregazione, di appartenenza ad un mondo letterario, ad uno stile di vita, ma anche circostanza per nuove conoscenze che possono durare lo spazio di una cerimonia o divenire vere amicizie per quella filia che nasce tra spiriti affini. Così avvenne tra me e Nazario Pardini dopo il premio “Il Portone” di Pisa (2000): giuria qualificata, casa editrice ETS alle spalle, Pisa, sempre magica nella sua ricchezza e armonia artistica. Qui il mio libro “Dell’azzurro ed altro”, premiato con relativa motivazione, ebbe anche quella personale di Nazario che diventò subito amico della mia opera: ci univa infatti la fede in comuni ideali, successivamente da me conosciuti attraverso i suoi versi, quali la natura, la casa, la famiglia, la memoria, la speranza, il rispetto reciproco che appunto erano il nostro stesso denominatore. In questi orizzonti allargati del premio “Il Portone” i nostri rapporti si sono intensificati e continua era la sua presenza nella mia poesia su cui esprimeva sempre il suo giudizio anche su pochi versi che gli inviavo per consigli, o discussione, ed altro. Mi colpivano la sua costante disponibilità e la sua generosità tanto che, con questo spirito, ha realizzato varie prefazioni ai miei libri. Gli inviavo il manoscritto, ad esempio di Iter ligure, per chiedergli un parere e, in un respiro, mi ritornava il tutto con una sua prefazione spontanea, sincera. Gli ero molto per la sua innata premura che rassicurava, commuoveva: sapevi di avere un amico vero, onesto su cui contare.
È da sottolineare che lui viveva di poesia, la sua ma anche quella degli altri, che ascoltava con attenzione, con tutta la sua competenza di critico, fiducioso in un reciproco arricchimento poetico. Insomma, lui veramente viveva di poesia, che era nel suo Dna, nutrita nel tempo da una grande cultura che diviene humus della sua espressione poetica e del suo stile di vita intriso di umanità-umiltà nell’armoniosa compresenza di classico e moderno. Nazario non era un poeta qualsiasi.
Allora è giusto dare spazio alla sua biografia che riduciamo ai dati principali in quanto visibile per intero nel suo blog “La volta di Leucade”, non più aggiornato dopo la sua dipartita (presente al link https://nazariopardini.blogspot.com/p/note-bio-bibliografiche.html).
Nazario Pardini è nato e vissuto ad Arena Metato di Pisa. Ma vive gran parte dell’anno in Versilia, a Torre del Lago Puccini, dove le suggestioni dei panorami che emozionarono il Maestro hanno avuto ed hanno un grande peso sulla sua copiosa produzione poetica come tutta la natura in genere. Ha conseguito la laurea in Letterature Comparate alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Pisa e successivamente quella in Storia alla stessa Facoltà dello stesso Ateneo. È stato ordinario di Lingua e Letteratura Italiana. Ricchissima è la sua produzione da racconti a raccolte di poesie e saggi (tra i tanti: Alla volta di Leucade, Baroni Editore, Viareggio (1999); Si aggirava nei boschi una fanciulla. 45 momenti di un viaggio fantastico, ma poco inverosimile, tra i predicatori dell’Occidente, (2000, ediz. ETS); Le simulazioni dell’azzurro – Poesie 1997-2001, (2002, ediz. ETS); Canti damore, Booksprint (2010); Riccardo, racconti brevi, (2011, Booksprint Edizioni); Dicotomie, (2013, ediz. The Writer); I canti dell’assenza, (2015, ediz. The Writer); Di mare e di vita, (2017, ediz. Macabor); Nel frattempo viviamo, (2020, Guido Miano Editore); Il sorriso del mare (2020); I dintorni della solitudine, (2021, Guido Miano Editore)) – con relative premiazioni – con il conseguente riconoscimento di Presidenze onorario in commissioni di qualificati Premi Letterari. Per questo è anche inserito in antologie e storie della letteratura di un certo rilievo. Di lui hanno scritto numerosi critici da Sirio Guerrieri a Giorgio Barbèri Squarotti, a tutta l’intellighenzia del tempo. Presente in molti giornali e numerose riviste specializzate, ha raccolto i suoi rapporti letterari, recensioni ed altro, in tre volumi col titolo Lettura di testi di autori contemporanei (dal 2014) intervallato da Lettura critiche dei miei testi (2016). Ha ricevuto notevoli riconoscimenti per altri meriti letterari, tra cui a Firenze “Premio alla carriera poetica”, Premio Ponte Vecchio Laurea Apollinari Poetica assegnata dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell’Università Pontificia Salesiana per “l’impegno culturale, morale, civile e letterario che emerge dai suoi scritti”.
In questa sua apertura culturale e umana Nazario è presente con la sua prefazione in altre mie opere: Sottovoce a te madre (edizione ETS); L’attesa perlata di stelle e rugiada (Valentina Editrice); con la sua bella relazione sul prosimetro nella Stanza alta dell’attesa; con altre sue recensioni per ogni mio scritto (vedi sito) e perfino con un’introduzione di cui mi ha fatto dono, sempre con quella sua leggerezza, ad un breve trattato – “Scopriamo insieme la poesia bambina” – sui primi approcci alla poesia. Vorrei ricordare pure la sua accoglienza al mio Diario Pandemico inviatogli, subito inserito nel suo blog, di cui risento la freschezza e il tono amicale con cui lo annuncia:
“Mi è arrivato oggi – magnifica sorpresa! – la bella antologia edita per i caratteri di Valentina Editrice, dal titolo Diario pandemico al vento dei fiori. Una bellissima antologia piena zeppa di racconti brevi, di bellissime e sentite poesie, dove si versa tutto l’animo della Toffanin, il suo bagaglio culturale, la sua fresca e scintillante vena versificatoria, la sua predisposizione alla letteratura, al saggio, alla poetica. […]”
Trattengo pure come preziosa la sua recensione su Le risorse del tempo sospeso inserite nella raccolta I poeti di via Margutta, recensione che rivela la sua capacità di conoscere l’animo umano, la sua forza critica espressa con un linguaggio di grande competenza tecnica, linguistica che solo un uomo di spessore può permettersi:
“Una poesia chiara, netta, lampante quella della Toffanin, dove il verbo assume il suo valore etimologico e dove la Nostra scorre con anima e corpo su un tappeto di velluto verde coma la Natura. Sì, è proprio di questa che dobbiamo parlare nella poetica della Toffanin. Si perde il suo essere nelle latebre di Pan, e lo fa cosciente, perché ama la ama ed è con essa che vuole parlare; i fremiti naturali si fanno sintagmi, lessemi di una poetessa che si aggrappa ai colori, alle immagini di una natura fiorente e sincera. Ella sa chei suoi frammenti saranno le parole dei versi; è la Natura che parla, che spiega le vicissitudini emotive della Toffanin: tutto le si apre, tutto si fa simbologia, tutto scaturisce da un animo alla ricerca di sé stesso, del suo paradigma esistenziale. Qui tutto scorre liricamente, tutto è toccato dalla mano leggera e plurale della Nostra. E ciò significa amare, senza condizione, amare, amare e poi amare; sì amare la Natura,i suoi motivi, perché è in essa che la poetessa trova e si ritrova. Sembra che i panorami, coscienti del suo amore, le vadano incontro,per aiutarla nel reificare i suoi sentimenti, nel renderli visivi in questa enfasi partecipativa, dove ogni fremito simbolico, ogni angolo visivo, ogni naturale anfratto prendono la Toffanin e la portano con sé a scoprire le bellezze nascoste, gli angoli più adatti ai suoi sentimenti, come dalla significativa poesia alla pag. 56, Rossetto di luce, della stessa Toffanin contenuta nella splendida agenda di cui mi ha fatto omaggio:
(…)
Ma dove cercare quel vigore ardore
sua cifra del giorno?
In un angolo segreto interiore arde il cuore
pur in un briciolo di brace non si spegne mai.
Ma quando riavrò quella luce
quella parte di me – vana superflua? –
parte mia intima riflessa sul volto
in un raggio di colore?
Luce, raggio, colore, ricerca intima e spirituale di una poetessa che scava dentro sé stessa verso un viaggio che la porti alla sua identità di donna, al suo esistere ed essere nella concretezza della parola. Qui è la Toffanin, qui dove natura e spiritualità si fondono in un insieme che dia il frutto superbo della poesia”.
Grazie Nazario di questo splendido dono, ma anche dei tuoi preziosi consigli elargiti, con l’amico Stefano Sodi, di investire i premi conseguiti al concorso letterario Il Portone in pubblicazione di inediti a te noti. E così mi hai affidato alla casa editrice ETS di cui mi restano tre splendide plaquette: Sottovoce a te madre, Segreti casentini ed oltre a primavera, Magie di attese. Presente, quindi, il caro Nazario anche in modo concreto nella mia esistenza. Era, quindi, spontaneo per me rispondergli con recensioni ad alcune sue sillogi poetiche, in particolare ricordo l’ultima – Il sorriso del mare – perché tra noi il mare, la pineta di Pisa, Torre del Lago erano argomento comune, rimbalzo di emozioni, suggestioni confuse tra l’odore salmastro, le onde domestiche della marina di Pisa e gli ondulati musicali di Puccini che proprio lì a Torre del Lago aveva il suo proscenio estivo. Quindi natura nella sua ampiezza, e il mare in primis, erano amori comuni che ci univano in una amicizia ormai collaudata da tempo segnata da eventi particolari: la creazione del blog, il nostro incontro al premio Voci dell’Iplac, ad Abano Terme, dove abbiamo condiviso la gioia di eccezionali riconoscimenti. Ritornando al blog, spazio di poesia offerto a tutti, è stato stanza di nuove amicizie e di grandi risorse nel periodo covid: era il nostro luogo in cui confrontarci, ritrovarci in nuove narrazioni-invenzioni e riconoscerci altri. Ricordo in particolare la felice inattesa riscoperta di Maria Rizzi, amica comune e grande protagonista dell’Iplac, ben evidenziata nel Diario Pandemico in cui rimbalzano vive le sue parole.
Ma nel mio divagare, in questi ultimi ricordi covidiani, mi suona struggente una musica-coraggio dei sogni adolescenziali di cui parla Nazario ne Il sorriso del mare: ilmio controcanto alla recensione di Maria: un lavoro a quattro mani in onore di Nazario.
In tale clima di comune collaborazione, noi si ritornava tutti sempre alla casa dell’amicizia, la poesia, come la definiva Padre Maria Turoldo. Casa dell’amicizia che ogni volta si ricaricava di affetti, memorie del padre, della madre, della famiglia, delle incomprensioni nei rapporti umani, di tutto quello che la vita ti dà e ci toglie, e che Pardini guarda in faccia in quella sua splendida Cronaca di un soggiorno, da me recensita, e molto amata per le toccanti rivelazioni di Nazario nel piegarsi su sé stesso. Riporto questo verso, testimonianza dell’autore che riconosce tutta la forza dell’amore quale chiave di volta della vita intera: “ho amato l’amore / … questo vi posso dire”. Quindi un uomo che sapeva anche rivelarsi in tutta la pienezza della sua lirica che richiede nella lettura rispetto, pudore per l’anima altrui che si svela.
Quindi Nazario è un uomo completo in tutta la sua umanità e cultura e sembra quasi fuori questo nostro disastrato esistere. Che senso ha allora un uomo di cultura nel nostro tempo scomposto, disorientato dalle intemperanze gestuali, verbali e climatiche? Rappresenta un faro di luce per noi che lo conosciamo, un richiamo a proseguire su questa strada per esprimere la nostra interiorità, il senso del bello, la conoscenza e offrirla a tutti con la speranza che qualcuno possa ritrovare nei versi anche un attimo di equilibrio, di serenità, di armonia. Ma Nazario con questa sua devozione alla liturgia di tale mondo, quello dell’arte e della poesia, rappresenta la certezza del Buono della vita, del Bene della nostra umanità, salvata dal naufragio, che si conferma proprio nella sacralità della cultura e della parola di chi la esalta. In questa forma di resilienza alla negatività del mondo d’oggi, Nazario mantiene una funzione di aggregazione: è la casa dell’amicizia, lo scrigno degli archetipi da lui consacrati e a noi affidati per farne memoria per sempre.
Così Nazario continuerà a vivere e a donarci speranza nel senso della vita, l’amore.

