Olimpiadi: se i valori dello sport fossero un esempio, il mondo sarebbe migliore
Cortina, in questa occasione unitamente a Milano, si è vista assegnare le Olimpiadi invernali per la seconda volta nella storia, dopo l’edizione del 1956 – la quale fu preludio alla Grande Olimpiade romana dell’estate del 1960, che in certo modo inaugurò l’era contemporanea della manifestazione e che vanamente si fantasticò di poter replicare, nella stessa capitale o addirittura a Venezia, nel 2020 – e per la terza volta, sempre relativamente alle discipline della neve e del ghiaccio, è toccato all’Italia organizzarle, a distanza di due decenni da Torino 2006.
Si tratta di un riconoscimento internazionale significativo, anche se negli ultimi decenni la concorrenza tra chi desidera ospitarle si è ridotta rispetto ad un tempo: le incombenze e i costi rischiano infatti di superare i benefici e sembra, appunto, che la cifra preventivata sia lievitata di quattro volte, raggiungendo i sei miliardi di euro rispetto al miliardo e mezzo inizialmente ipotizzato, pur in larga parte coperti da sponsor. Né sono mancate (ma quando mai mancano?, da noi e non soltanto da noi) critiche e polemiche: per le modifiche apportate al territorio, per un’impiantistica appositamente costruita ma di cui s’ignora la futura destinazione (e gli oneri per l’effettiva manutenzione), infine per i prezzi spropositati dei biglietti che hanno scoraggiato il pubblico e costretto gli atleti, in molte occasioni, a gareggiare davanti a spalti praticamente deserti, com’è avvenuto ad esempio – ma non solo – per il pattinaggio artistico.
Al netto di tutto questo, rimane un dato di fatto: le Olimpiadi, cui a marzo seguiranno nelle stesse località le Paralimpiadi per gli atleti disabili, continuano ad essere, per chi le vive da appassionato, lo spettacolo più grande del mondo (o, quantomeno, uno dei più grandi). Una sensazione che si trasmette anche a chi segue lo sport con minore attenzione, sulla scia dei risultati – che non è esagerato definire sensazionali – ottenuti dai nostri atleti, sia nelle discipline più in vista, sia in quelle che vengono praticate nel corso di anni di sacrifici nascosti e trovano le luci della ribalta, e della cronaca, soltanto in queste occasioni, per pochi giorni ogni quadriennio. Non è questa la sede per discettare sulle imprese cui abbiamo assistito, anche se qualcosa – in particolare, le due medaglie d’oro conquistate da Federica Brignone ad dieci mesi di distanza dal devastante infortunio della primavera scorsa (dal quale si è ripresa, contro ogni probabilità, con una tenacia e forza di volontà sovrumane, rimettendo gli sci ai piedi appena due mesi fa) e quelle della pattinatrice velocista Arianna Fontana, arrivata in carriera al record di tredici podi, il primo proprio vent’anni fa a Torino – è destinato indubbiamente ad incidersi in modo permanente nella storia e memoria sportiva del nostro Paese. Ed è qui che, probabilmente, si può dire qualcosa che valga anche al di là dell’entusiasmo strettamente agonistico.
Si tramanda che nell’antica Grecia, quando si disputavano le Olimpiadi – la cui tradizione fu resuscitata a fine Ottocento, con felicissima intuizione, da Pierre de Coubertin – le guerre si fermassero. Oggi non avviene più, nonostante qualche appello ideale, anche perché dei conflitti usiamo ormai ricordarci e addolorarci soltanto finché occupano le prime pagine, dimenticandocene subito dopo (no, in questo momento non c’è pace né tregua in Ucraina e, nonostante alcuni sostengano di sì, nemmeno a Gaza, né – non serve nemmeno dirlo – in altre decine di luoghi del pianeta, straziati da ostilità e odi pressoché ignoti al mondo).
Attualmente l’Italia attraversa un momento sportivo eccezionale, con atleti che primeggiano e vincono nelle specialità più diverse, incluse alcune dove da molto tempo non si registravano i risultati eclatanti di queste recenti stagioni. Avviene in discipline per così dire più elitarie ma nel contempo ormai popolarissime, come il tennis, e in numerose altre di minor richiamo, ma non meno significative. C’è, insomma, quello che si chiama un movimento generalizzato, dietro i cui campioni agisce una folla di addetti – federazioni, società, tecnici, allenatori, preparatori – che costituisce la linfa, invisibile a chi non sia del settore, affinché tutto possa concretizzarsi (niente, insomma, accade per caso, ma anche qui il discorso ci porterebbe lontano). Gli atleti, fuoriclasse o no che siano, ci mettono i loro sacrifici, spesso enormi e quasi inconcepibili per una persona normale. Un campione paradigmatico ed esemplare come Pietro Mennea raccontava di come si allenasse per almeno sei ore al giorno, 365 giorni l’anno inclusi Natale e ogni altra festività, ma – nonostante i suoi traguardi straordinari – alla fine della sua vita (conclusa precocemente, a sessant’anni, per una feroce malattia) affermava che, pur non avendo rimpianti, se avesse potuto tornare indietro… si sarebbe allenato di più.
Di fronte a tutto questo, per contrasto, spicca la crisi del calcio. Naturalmente auguro alla nostra nazionale, per il sollievo dei tifosi, di riuscire a qualificarsi ai mondiali (alla cui fase conclusiva non partecipiamo dal 2014), attraverso gli spareggi in programma a fine marzo: ma è opportuno non nutrire molte aspettative, poi, per quel che sarà a giugno negli Stati Uniti e in Canada. Un campionato di livello mediocre come quello tricolore, nonostante la preponderanza estrema di giocatori stranieri (o, forse, proprio a causa di essa), non può che produrre una selezione altrettanto mediocre, i cui deludenti risultati sono attribuiti ai commissari tecnici, ma forse ingiustamente; si aggiungano i comportamenti antisportivi, sia in campo che fuori, di giocatori e tifoserie, i gravi indebitamenti delle società maggiori, gli stili e i modelli di vita spesso tutt’altro che encomiabili. Interpellati sui sacrifici, i più sinceri tra i calciatori rispondono di lavorare, di fatto, due o tre ore al giorno più le partite: un contesto di privilegio, anche economico, che in altre discipline il 95 per cento degli atleti, anche di alto livello, non arriva mai nemmeno a immaginare.
Qualcuno inizia a chiedersi se sia davvero quello del calcio il modello da imitare e, a ben riflettere, le alternative non mancherebbero: peccato che l’attenzione rivolta agli esempi rappresentati dagli atleti olimpici (e paralimpici: la dedizione degli atleti disabili raggiunge apici talora incredibili) duri, spesso, lo spazio d’un giorno e d’una notizia. Ma, per parte nostra, restiamo convinti che se più persone comuni – e mettiamo, tra loro, anche e soprattutto noi stessi – sapessero applicare alla vita di tutti i giorni la tenacia, la volontà, la correttezza, la lealtà, la disciplina insite nei valori autentici dello sport, dai più praticato come sfida innanzitutto contro sé stessi, il mondo sarebbe quasi certamente un posto migliore.
