Il rischio di un presente senza memoria, “condannati a oblio repentino”

L’arrivo d’ogni gennaio induce sempre un senso di attesa che raramente può nutrirsi di certezze, ma sempre immagina e ambisce a giorni e tempi migliori, per sé e per il mondo, rispetto a quelli trascorsi. Nella realtà, tuttavia, tale speranza – così necessaria da intitolarle il Giubileo appena iniziato – si scontra con l’evidente sostanza delle cronache, feroci (specialmente quelle internazionali) anche nell’anno da poco concluso.

Giacomo Leopardi, uno dei massimi ingegni della nostra storia letteraria, lo espresse chiaramente nel suo celeberrimo dialogo del “venditore d’almanacchi”: “Quella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura”. Alla speranza, quindi, si affianca inevitabilmente il confronto con la memoria: la quale, però, dovrebbe fungere non da zavorra ma da monito ed esempio, metro di paragone per trarne indicazioni su quanto va conservato e replicato e quello che, invece, si è dimostrato un errore. Dell’uno e dell’altro, infatti, si può e si dovrebbe fare tesoro.

Ma in che modo quel che è accaduto, e chi ci ha preceduto, può costituire davvero un riferimento, se la memoria è ridotta ai minimi termini? Chi la custodisce sembra parlare a minoranze sempre più esigue, le nuove generazioni appaiono impermeabili ad una conoscenza che vada oltre lo stimolo immediato di una società compulsiva, dove tutto è rimpiazzato nel volgere di un semplice clic o di uno schermo che scorre. “Ricordare è oggi un gesto di educazione, una sfida personale alla dittatura del presente che ci fa tutti informati e distratti, condannati a oblio repentino” ha detto un genio del nostro teatro contemporaneo come Marco Paolini, eco forse del “progresso scorsoio” sancito da Andrea Zanzotto.

Appunto: una sfida personale, sempre meno collettiva. e condivisa. Il problema del nostro tempo non è nemmeno più la rimozione o cancellazione, intenzionale o no, della memoria, ma semplicemente quello di lasciarla spontaneamente svanire; ancor peggio, nella bulimia informativa che ci avvolge, addirittura di non vederla formarsi. Già ci accorgiamo come ben poco lasci traccia duratura, gli avvenimenti di una settimana fa sono sepolti dalle notizie successive, l’irrilevanza procede di pari passo con l’evanescenza e presto, con l’avvento della cosiddetta intelligenza artificiale, sarà arduo distinguere tra realtà e mistificazione. Discernere e comprendere si rivelerà sempre più difficile in un contesto nel quale, già oggi, un testo di poche righe appare per molti un impegno insormontabile.

Primo Levi, nei citatissimi versi che introducono il suo fondamentale libro sull’esperienza dell’Olocausto, non si limita all’invito a ricordare, chiede qualcosa di più: “Meditate che questo è stato”. Il suo messaggio, ripetuto lungo tutti i quarant’anni dell’attività di testimone ed eccezionale scrittore, si condensa in un monito: “È accaduto, quindi può accadere ancora”. Ma neppure la memoria è sufficiente, se non si esercitano gli strumenti per padroneggiarla e farne tesoro, lui stesso ci dice come sia necessario qualcosa di più del semplice ricordare: “Meditate”. Ed è per questo, probabilmente, che Levi non seppe dare una risposta all’interrogativo che lo tormentò per tutta la sua esistenza: “Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità?”.

La grande filosofa Hannah Arendt fu, c’è ormai da temerlo, troppo ottimista. “Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare. E perciò nulla può mai essere praticamente inutile, almeno non a lunga scadenza”. Sembra dirci che, se la scomparsa dei testimoni è inevitabile, non lo è quella della testimonianza. Ma è davvero così? Davvero può esservi ancora quella “inflessibile memoria” di cui parlò, in una sua poesia dedicata ad Anne Frank, il grande poeta Vittorio Sereni?

Il più recente libro di Paolo Rumiz si intitola Verranno di notte ed è una sconsolata, amarissima riflessione sull’attuale condizione dell’Europa. Una lettura per molti versi sconfortante, aperta sì alla speranza nelle sue conclusioni (con qualche venatura lirica e letteraria, com’è nello stile del giornalista e scrittore triestino), ma realmente cupa in molti passaggi. Perché i segni del male, come vi furono negli anni terribili del nostro continente, quelli che prelusero alla catastrofe, ci sono anche oggi, nitidissimi e palesi, ma sembrano invisibili ai più. “Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità?”.

Questo giornale, Il Popolo Veneto, nasce anche per il desiderio e la volontà di attingere al patrimonio di storia, e di memoria, tracciata da eventi e personalità del nostro passato dotati di lungimiranza, umanità, coscienza personale e civile. Quella di ricordare non è, e non dovrà essere mai, un’attività sterile o fine a sé stessa, compiaciuta e appagata dal possedere una conoscenza elitaria o nota a pochi. Marcel Proust, che sulla memoria edificò la sua cattedrale di parole, la definì “una specie di farmacia, di laboratorio chimico, dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso”. Ovviamente lui, da narratore con animo di poeta, la riduceva ad una questione personale, intima, racchiusa, né è il caso di fargliene una colpa. La vera memoria, però, è ben altro: è in quel “Meditate” sempre più patrimonio di pochi e che oggi tutti invece dovremmo, dobbiamo, tenacemente difendere.

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