Il delitto Matteotti, un movente affaristico?

Il libro di Marco Pettenuzzo offre una lettura inedita della tragedia di un secolo fa

Al momento della sua morte, avvenuta il 10 giugno 1924, Giacomo Matteotti era il leader del Partito Socialista Unitario (PSU), che le precedenti elezioni politiche di aprile avevano decretato essere il secondo più importante partito di opposizione al fascismo. Dopo un’intensa esperienza come amministratore locale nel Polesine, fu eletto per la prima volta in Parlamento nel 1919. Da deputato si contraddistinse per la costante presenza alle sedute parlamentari, come testimoniano i 106 interventi in cinque anni, per la cura e la documentazione con cui fu solito preparare i suoi discorsi, e per la dialettica intransigente e pungente. Fu sempre oppositore di Mussolini: dall’analisi dei suoi scritti appare chiaro come avesse compreso prima di tutti la portata sovversiva e rivoluzionaria del movimento di fascista, cosa che non mancò mai di denunciare. A costo però della vita.

Si può parlare di movente affaristico in relazione al delitto Matteotti? È a questa domanda che cerca di rispondere il nuovo studio di Marco Pettenuzzo intitolato “Il delitto Matteotti: un movente affaristico?” pubblicato da Logos Edizioni. Secondo una parte della storiografia contemporanea infatti, Matteotti sarebbe stato assassinato il 10 giugno 1924 per impedirgli di denunciare alla Camera il giorno seguente la corruzione dei vertici fascisti in merito alla convezione petrolifera Sinclair sulla base di documenti inediti in suo possesso. Basandosi sui documenti conservati presso l’Archivio Storico-Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri in Roma Pettenuzzo ricostruisce passo dopo passo la trattativa tra governo italiano e Sinclair Oil mettendo in luce gli aspetti più controversi della vicenda, dalla presunta corruzione dei vertici del PNF al possibile coinvolgimento di Matteotti. Il discorso del 30 maggio è quindi da considerarsi ancora l’evento che segnò il destino del segretario del PSU o ci fu effettivamente dell’altro? Dalla ricostruzione della dinamica del sequestro basata sulle testimonianze dei testimoni oculari Pettenuzzo trae le proprie conclusioni.

“La mia ricerca” dice Pettenuzzo “non parte da una tesi precostituita per cercare di dimostrarla a tutti i costi, ma lascia sempre che siano i documenti a guidarla. I risultati a cui sono giunto hanno sorpreso anche me: all’inizio dei miei studi sul movente non mi sarei mai aspettato di arrivare a trarre certe conclusioni. La parte più difficile è stata il rimanere quanto più possibile oggettivo e distaccato rispetto a personaggi ed eventi, cercando sempre di dare il giusto peso ad azioni e parole. Studiare la vicenda cento anni dopo che si è verificata non è affatto semplice perché si tende ad interpretare eventi passati con la sensibilità del presente. Per esempio la frase pronunciata da Mussolini dopo il discorso di Matteotti del 30 maggio “quell’uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare” oggi sarebbe un’affermazione gravissima, mentre all’epoca non era insolito per un fascista esprimersi in certi termini verso un avversario politico. Il che ovviamente non significa che sia da giustificare. Semplicemente dato il contesto storico e le personalità coinvolte, l’affermazione assume un significato ed un peso diversi da quelli che noi le attribuiremmo oggi. Ma ciò oltre ad essere la parte più difficile è anche la più interessante perché ti costringe a rimettere costantemente tutto in discussione: un giorno ti sei fatto un’idea sulla vicenda e il giorno dopo la cambi completamente perché hai trovato un documento che sconfessa le conclusioni a cui eri giunto. Tutto sommato credo che la soluzione da me proposta, allo stato attuale della documentazione, sia quella che tiene insieme i vari pezzi nel miglior modo possibile”.

In conclusione, alla domanda su cosa si porta dietro da questa vicenda, ci risponde così: “Sicuramente l’enorme differenza tra come si sono svolti realmente gli eventi e come invece vengono raccontati in molti libri che parlano del delitto. Per esempio il solo fatto di dire dove si stesse dirigendo Matteotti una volta uscito di casa il 10 giugno è un errore, perché le testimonianze delle persone più vicine a Matteotti non ci dicono dove stesse andando”.

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