Arturo Coppola e Guareschi, amici per sempre

Il nuovo libro sullo scrittore parmense rievoca un legame nato ai tempi dei lager

Era il 30 aprile del 1954, vigilia del quarantaseiesimo compleanno di Giovannino Guareschi, ma anche vigilia (mancavano poche settimane) della sua carcerazione a Parma, quando pervenne a Roncole (non ancora “Verdi”, ma di Busseto) un telegramma: “Ti sono più che mai vicino / Arturo”.

Poche, incisive, essenziali parole – da telegramma, appunto, eppure assai espressive e, come si usava allora, scritto a mano dall’addetto dell’Ufficio postale.

Il messaggio di solidarietà al vecchio compagno di lager era stato inviato alle ore 9 di quel giorno da Treviso, residenza del musicista e pittore Arturo Coppola, ed era arrivato a Busseto quasi tre ore più tardi (esattamente alle 11,57).

Si rinnovava in quel momento, di quel giorno, una sorta di patto fra i due vecchi amici trovatisi, all’indomani dell’8 settembre 1943, internati nei lager nazisti di Polonia e di Germania, sempre insieme, ma poi, anche nel dopoguerra, uniti. Un’amicizia autentica, forte, mantenutasi anche dopo l’improvvisa morte di Giovannino il 22 luglio 1968 (quella di Coppola sarebbe avvenuta il 13 marzo 1998).

Nell’ambiente giornalistico, artistico e letterario, lo scrittore della Bassa ebbe diversi forti legami di amicizia: con Alessandro Minardi, Carletto Manzoni, Beppo Novello, Gianrico Tedeschi e, appunto, Arturo Coppola.

Eloquente, nella sua precisione, essenzialità e sobrietà, la testimonianza di Alberto Guareschi: “I rapporti di Coppola con mio padre furono costanti negli anni successivi al Lager, fino alla sua morte, con lettere, telefonate, e con visite sue a Milano e a Roncole. L’amicizia era vera; mio padre aveva un debito profondo nei suoi confronti, perché Coppola e altri IMI della sua baracca gli avevano salvato la vita quando stava malissimo e aveva bisogno di cibo. Quest’amicizia, morto mio padre, Coppola l’aveva conservata anche con noi figli con lettere, telefonate e visite a Roncole insieme alla moglie Ada”…

Già, l’aiuto al tempo del lager.

Quando fu possibile agli IMI ricevere pacchi da casa, Coppola, fidanzato con Ada, una dei tre figli del ristoratore Carletto Pavan di Treviso (che avrebbe sposato al rientro in patria), aveva a disposizione prodotti alimentari, che condivideva generosamente. Non solo, ma, come disse a chi scrive, una volta, Carlotta, si faceva inviare pure bicarbonato, necessario a Giovannino per lenire le sofferenze provocate dalla tremenda ulcera.

Comune umanità, comune passione per l’arte e la musica, comune speranza, in questi due internati militari – numero 6865 Giovannino, numero 5733 Arturo – trovatisi a condividere una stessa condizione.

Coppola, classe 1913, era nato a Sorrento, diplomato in pianoforte al Conservatorio di Napoli, quindi ufficiale di prima nomina a Treviso, lì si era fermato a insegnare musica nelle scuole. Nel frattempo (1939) aveva conseguito il diploma in canto corale al Conservatorio di Venezia. All’entrata in guerra dell’Italia era stato richiamato alle armi. Si trovava in Croazia, tenente nel 55° Reggimento Fanteria, quando lo colse l’8 settembre 1943 – e la cattura da parte dei tedeschi – ma prima, grazie a una licenza, aveva fatto in tempo a tornare a Treviso e, come si usava allora, a chiedere la mano di Ada, della quale si era trovato (ricambiato, ovviamente) … innamorato.

Di lager in lager, sempre insieme a Guareschi, non aveva disarmato, continuando a disegnare, dipingere, comporre musiche, aiutare gli altri. Emblematico l’album di disegni (venticinque tavole), una autobiografia per immagini, ora spiritose ora melanconiche, narranti le vicende del musicista pittore dalla partenza per l’Albania alle operazioni in Croazia, dalla “licenza amorosa” al ritorno al fronte, dalla cattura da parte dei tedeschi alla vita nel lager alla (ipotizzata) riacquistata libertà e al ritorno in patria con relativa idilliaca scena del musicista sposato e felicemente padre, seduto al pianoforte con accanto la dolce sposa e due bimbi (ma di figli, ne venne soltanto uno: Giancarlo)… Si sognava, infatti nel lager, si sognava tanto: sogno e speranza e ricordi erano i compagni quotidiani degli IMI, nell’attesa che la liberazione arrivasse davvero e così poter trasformare in realtà quei sogni medesimi.

Una scena sognata, desiderata, fermata sul foglio, quella delle venticinque tavole, con una scritta: “Bremerwoerde Primavera 1944. A. Coppola 5733 Guareschi 6865”. L’album aveva un titolo: “C’era una volta”, e le didascalie dei disegni le aveva scritte Giovannino, appunto.

E se Guareschi scriveva i “giornali parlati”, Coppola componeva musica: “Magri ma sani”, “Dai dai Bepin”, un invito a Stalin che arrivasse presto a liberare i prigionieri, e poi, quando si seppe che Giovannino era diventato padre per la seconda volta, ecco “Carlotta”, dedicata alla piccola. Nel lager, ancora, scrisse in buon dialetto (lui, napoletano!) “Treviso”, venutagli spontanea, apprendendo del terribile bombardamento del 7 aprile 1944.

Ed eccoci ai giorni precedenti il Natale di quell’anno nello Stalag XB a Sandbostel. Come raccontato dallo stesso Guareschi, nel letto a castello, lui occupava il posto inferiore, scriveva e allungava i fogli all’amico, “al piano superiore”, che li musicava, e li restituiva al mittente.

Ne sortì un’opera straordinaria tenera, commovente, nella sua levità e ad un tempo profondità di sentimenti, di ideali, e di toccante poesia…

Parole e musica, lette e rilette nelle baracche fra i reticolati, presentate quindi nell’immediato dopoguerra a Milano e altrove, e poi ripetute nel tempo fino ai giorni nostri, con una memorabile messa in scena, organizzata dallo stesso Coppola, pronubi vari enti quali Unicef, Regione, Comune, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Anei, nel 1995, in un teatro comunale di Treviso gremito di gente (tanti giovani e non pochi ex IMI con in testa il presidente dell’Anei senatore Paride Piasenti, nonché Carlotta), con voce narrante di Marco Ervas, soprano Patrizia Rossetto, basso Beniamino Gnocato, sottofondo musicale dell’orchestra dell’Istituto Manzato, del coro Sante Zenon, sotto la direzione di Stefano Mazzoleni. E con l’aggiunta di riduzioni o spettacoli completi susseguitisi dall’Emilia-Romagna al Veneto, dal Meridione alla Sicilia, e via elencando.

Coppola, nel dopoguerra aveva continuato l’attività docente, dilettandosi di pittura e di composizione, interessandosi anche di jazz con una sua band e, poco prima della scomparsa (un infarto lo colse il 13 marzo 1998), mettendo in musica, fra l’altro, “Se questo è un uomo” di Primo Levi, con anteprima a Venegazzù di Volpago del Montello.

Tornando all’amicizia con Guareschi, infine, chi scrive ebbe l’opportunità di pubblicare sul Gazzettino una divertente (e di profondo significato) vignetta concessa dal musicista-pittore. Facendo riferimento alla pagina “sfottò” del Diario clandestino sulla Signora Germania, ecco, a china, una enorme Signora Germania, appunto, davanti alla quale stava un piccolo Giovannino.

Il donnone, armato fino ai denti, l’omìno sull’attenti, con in mano, a mo’ di fucile, una semplice, innocua, penna stilografica – in realtà, una potentissima arma!

Guareschi per tutte le stagioni, Nuovi Sentieri Editore, 2024

(Articolo apparso su La Gazzetta di Parma del 5 dicembre 2024)

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