Alla ricerca del sistema elettorale perfetto: illusione o puro opportunismo?
Alla vigilia delle elezioni, si mette in campo una nuova legge elettorale. Non è una novità: la maggioranza pro tempore cerca di cambiare le regole per rendere più probabile una propria vittoria. L’esperienza passata ci insegna che è più verosimile che succeda il contrario, ma questo sembra non importare ai leader politici.
Nessuno si preoccupa che gli italiani non vadano più a votare. Il 2 giugno del 1946 si recò alle urne l’89 per cento degli aventi diritto. In un’Italia distrutta, in cui tanti erano ancora i profughi, i prigionieri di guerra, non c’erano mezzi per spostarsi e i partiti erano stati appena ricostituiti, le italiane – per la prima volta – e gli italiani credettero nella forza di un libero voto. Alle ultime elezioni politiche si è espresso il 63,9 per cento; alle ultime regionali, in Veneto, il 44,6, alle Europee il 49,7.
La nuova proposta nasce dalla preoccupazione che, stando agli orientamenti che risultano dai sondaggi, non ci sarebbe un vero vincitore tra i due principali schieramenti: allora bisogna a tutti i costi inventare meccanismi che diano una maggioranza nelle aule parlamentari, anche quando questa maggioranza non c’è nel popolo italiano.
Ma, dopo oltre un quarto di secolo di tentativi di formulare leggi elettorali che dessero una maggiore governabilità e stabilità nella guida politica del paese, non si è ottenuto nessun risultato solido. Anziché pensare all’ennesima modifica, allora, è forse tempo di prendere atto che la camicia di forza di un sistema bipolare non dà risultati e che servirebbe invece fantasia per modificare l’offerta politica, piuttosto che esercitarla inutilmente per escogitare nuovi modelli di consultazione.
Anche perché l’illusione che esistano modelli elettorali capaci di garantire comunque maggioranze stabili, a prescindere dalle proposte concrete, ha dovuto fare i conti con la realtà: quante lodi ai sistemi spagnoli, francesi, tedeschi, inglesi… per poi dover riconoscere che le modalità elettorali magari aiutavano ma, modificandosi gli orientamenti degli elettori, la governabilità restava un’araba fenice.
Nella “deprecata” Prima repubblica ci fu un solo tentativo di innovazione: nel 1953, con quella che fu allora chiamata “legge truffa”, ma ben altre “truffe” si sono viste negli ultimi anni. Era previsto infatti un premio di maggioranza, sì, ma occorreva che la coalizione superasse il 50 per cento dei consensi con una partecipazione al voto, ricordiamolo, che sfiorava il 94 per cento.
Alla crisi di governabilità si è tentato in seguito di dare risposte aggiornando l’offerta politica con fantasia, determinazione, lungimiranza. Così è avvenuto agli inizi degli anni Sessanta, con la nascita del centrosinistra. Bisogna leggere gli atti dei partiti, Dc e Psi in particolare, i diari dei protagonisti, le ricostruzioni storiche per capire quanta fatica, ideale e partecipativa, è stata necessaria per aprire quella nuova prospettiva politica.
Così è stato anche con i governi di solidarietà nazionale, dapprima con lo sforzo e l’impegno di Moro e Berlinguer nello spiegare ai propri partiti, e all’opinione pubblica, la necessità di un passaggio arduo, poi con il tentativo – il cosiddetto “preambolo” – di innovare le politiche di centrosinistra. Infine, con la crisi verticale dei partiti tradizionali, si è avuta una capacità di invenzione politica che ha portato alla comparsa di nuovi gruppi e alla nascita della Casa delle Libertà e dell’Ulivo, secondo uno schema bipolare che sembrava promettere molto. Poi, purtroppo, si è rimasti prigionieri di un dualismo che non è riuscito a dare frutti: le leadership si sono appassite, nonostante l’aiuto di leggi elettorali ad hoc, e non c’è stata l’auspicata evoluzione verso due schieramenti programmaticamente coesi, ma solo alleanze opportunistiche per sconfiggere l’avversario.
È quanto si prefigura anche per il prossimo appuntamento elettorale, con nuova legge elettorale o meno. Due campi contrapposti pieni di contraddizioni interne, con elettori magari convinti nei confronti del singolo partito, ma che rifiutano di votare coalizioni estemporanee tra forze politiche che considerano estranee. Questo vale per l’elettorato Cinquestelle, che recalcitra di fronte ad una alleanza con il Partito Democratico (e pour cause, considerata l’ormai ultradecennale demonizzazione pentastellata contro di esso, e magari gli elettori sono meno trasformisti dei vertici), ma vale anche per il centrodestra, con posizioni altrettanto inconciliabili in politica estera, economica e sui valori costituzionali. Dovranno inseguire i voti di Vannacci, così come il Partito Democratico subisce una torsione nel rincorrere un radicalismo di sinistra elettoralmente marginale.
Risultato: la gente vota sempre meno, si prospettano e promettono alleanze che non reggono alla prova di governo (quello di Giorgia Meloni diventerà, a settembre, l’esecutivo più longevo della Repubblica, ma anche uno dei meno riformatori) e il frutto sarà un’altra delusione e, quindi, un ulteriore indebolimento della fiducia nei processi democratici. Questo è il vero problema, altro che l’invenzione di nuove leggi elettorali.
