Le origini del fascismo a Padova: scontri nelle campagne e differenti ideologie
(Prima parte)
Nel luglio del 1919, dunque qualche mese dopo la fondazione del movimento fascista che avrebbe poi dato origine al partito guidato da Mussolini, Emilio De Marchi, figlio del geofisico Luigi, docente all’università, scriveva da Padova a un camerata a Milano: “Il Fascio lavora, nonostante l’indolenza di questa popolazione che si disinteressa di tutto. Abbiamo aderito all’agitazione per il caro-viveri […] la gran parte degli studenti […] è con noi, e credo che, se a Padova si vorrà tentare qualche cosa, saremo un osso abbastanza duro da rodere […] siamo ora oltre duecento, ma i simpatizzanti sono molti”. Erano passati appena nove mesi dalla fine della guerra e i contraccolpi sociali e politici di quella tragedia stavano già maturando i frutti avvelenati che avrebbero portato al ventennio fascista.
Subito dopo la fine della prima guerra mondiale, in cui Padova era stata una delle poche città bombardate e per la quale si era addirittura temuto, dopo Caporetto, una possibile invasione da parte degli austriaci – tanto da suggerire di spostare gli uffici dell’università oltre gli Appennini, a Pisa – era nato il mito della “vittoria mutilata” o addirittura “assassinata”. La pace tanto desiderata e faticosamente raggiunta non aveva portato né tranquillità, né benessere, né sicurezza per il futuro. I reduci della guerra, giovani e meno giovani, faticavano a ritrovare equilibrio, serenità e spesso il lavoro perduto. Quasi tutte le famiglie avevano conosciuto i lutti della guerra e tutti avevano patito le conseguenze del conflitto. In più, cresceva il mito della liberazione del proletariato ad opera del comunismo, non ancora del tutto vittorioso in Russia ma vicino al sanguinoso trionfo sui “bianchi”. I contadini senza terra, che avevano combattuto sperando nel motto “la terra ai contadini”, si vedevano ritornare alla situazione precedente, certo non rosea. Gli operai potevano solo sperare in un miglioramento nelle condizioni di lavoro e di vita, ma la ripresa era lenta. Le donne dovevano nuovamente occuparsi soltanto della casa e della famiglia, dopo essere riuscite durante il conflitto a sostituire gli uomini in gran parte delle loro attività. I giovani rientrati dal fronte, spesso con ferite e menomazioni, ritenevano che i loro sacrifici non venissero riconosciuti adeguatamente.
Lo scontento della situazione si mescolava dunque con prospettive lontane, nebulose e indistinte e perciò tanto più anelate. Le ideologie un poco più antiche, come il socialismo e l’anarchismo o il repubblicanesimo, si trovarono a fare i conti da un lato con la novità dell’impegno dei cattolici, che avevano avuto il permesso di organizzarsi in partito e di partecipare attivamente alla vita politica e potevano così contare su una capillare rete organizzativa nelle parrocchie, nei patronati e nei sindacati di ispirazione cristiana, e dall’altro con la speranza della rivoluzione comunista. Nelle fabbriche, nelle campagne, nelle piazze i problemi dei contratti di lavoro e il dibattito politico si trasformavano spesso in scontri anche violenti.
Il movimento fascista si inserì agevolmente in questo contesto, richiamandosi da una parte al nazionalismo, all’amore di patria messo in discussione dall’internazionalismo socialista e comunista, dall’altra alla necessità del ritorno all’ordine e alla disciplina che lo Stato pareva non riuscire più ad assicurare. A Padova e nella sua provincia, dove esistevano poche fabbriche di dimensioni notevoli – lo Jutificio di Piazzola sul Brenta, la Saffa di Este, la Cines-Viscosa di Padova, gli zuccherifici di Este, Montagnana e Pontelongo – la maggioranza dei lavoratori, più del 38 per cento, era occupata nell’agricoltura. Ma le fattorie avevano, nella maggior parte dei casi, piccole o piccolissime dimensioni, con una produzione appena sufficiente per il fabbisogno familiare. Molti degli addetti all’agricoltura erano dunque dipendenti nelle aziende più grandi, presenti soprattutto nella Bassa Padovana: contro le proteste di questi braccianti e poveri contadini, sopraffatti da contratti di lavoro inadeguati a mantenere decorosamente le famiglie spesso numerose, si mossero le squadre d’azione, braccio armato del movimento fascista, che partivano dal capoluogo per “riportare l’ordine” nelle campagne in subbuglio. Innumerevoli gli scontri nei paesi della provincia e i raid finanziati dai grandi e medi proprietari terrieri, che utilizzavano giovani e meno giovani armati di bombe, tritolo e armi individuali contro gli scioperanti nelle campagne. Le Camere del lavoro locali venivano date alle fiamme, i manifestanti percossi, feriti e talvolta uccisi, le richieste di miglioramenti nel lavoro agricolo bollate come attività antinazionale. Lo stato di agitazione continuò per almeno due anni e, se appare difficile parlare di “biennio rosso” per il Padovano, dove invece erano forti le “leghe bianche” di ispirazione cattolica, è certo invece che la situazione si presentava difficile e molto incerta. Le amministrazioni locali, di recente elezione, non riuscivano a fronteggiare i crescenti problemi del caro-vita e della povertà locali e le forze dell’ordine, per parte loro, non vedevano con ostilità – e a volte, anzi, nascostamente appoggiavano e armavano – quanti si opponevano con ogni mezzo, anche violento, agli scioperi nelle campagne.
