Le ventuno donne della Costituente: presenze decisive sin dagli albori della Repubblica
(Lettura di Federico Pinaffo)
“Delle ventuno donne elette, fu la prima la onorevole Bianca Bianchi, socialista, professoressa di filosofia, che a Firenze ha avuto 15.000 voti di preferenza. Vestiva un abito color vinaccia e i capelli lucenti, che la onorevole porta fluenti e sciolti sulle spalle, le conferivano un aspetto d’angelo…”.
Così apriva una cronaca giornalistica del giugno 1946, descrivendo l’ingresso delle prime deputate donna della Storia d’Italia nelle aule del Parlamento della Repubblica.
Il nome del giornalista non lo ricordiamo. Meglio così. Perché voler sottolineare, dopo tanti anni, la disarmante incapacità dell’articolista a comprendere la portata davvero storica dell’evento a cui stava assistendo e il suo soffermarsi, invece, su osservazioni da pettegolezzo estivo?
Fortunatamente altri vi furono che compresero appieno il valore di quel momento in cui, a seguito dell’accesso delle donne all’elettorato attivo e passivo, ventuno donne (nove del Partito Comunista, nove della Democrazia Cristiana, due del Partito Socialista e una dell’Uomo Qualunque) sedettero assieme ai colleghi maschi a far parte dei 556 rappresentati chiamati dagli elettori ai lavori dell’Assemblea Costituente.
Il 2 giugno 1946, oltre alla scelta dei deputati dell’Assemblea Costituente, si votò il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica e la maggioranza degli italiani si espresse per la repubblica. Si trattò di un vero rovesciamento dello status politico precedente: bisognava disfarsi delle vecchie regole, del tutto inadeguate a una nuova realtà tutta da costruire, e farne delle nuove.
I rappresentati scelti dagli italiani erano chiamati a scrivere queste nuove regole. La nuova Costituzione Repubblicana, appunto.
Me li immagino, i vecchi governanti post-fascisti dell’epoca: “Dobbiamo far votare anche le donne!” dice uno. “Le donne?” risponde un altro “Ma sei matto? Le donne sono indiscutibilmente meno intelligenti degli uomini” (il fascismo era sì finito, ma vuoi che le idee antifemministe dell’ideologo Loffredo non avessero fatto presa sulle menti maschili?). “E poi, quando hanno le mestruazioni si sa che non ragionano”. Teresa Mattei, la più giovane delle elette, a un collega che le rinfacciava questa idiozia, rispose “Conosco uomini che non ragionano tutti i giorni dell’anno”, e lo mise a tacere.
Ma alla fine anche gli uomini tirarono fuori la loro ragionevolezza e compresero, guardando per bene il passato e forse vergognandosene, che le donne il diritto al voto se lo erano guadagnato, eccome!
Prendo di peso una dichiarazione di Maria Agamben Federici, altra eletta in quel consesso, che spiega con parole sue, e ben chiare, questo concetto: ”Voglio sottolineare che il voto alle donne non può e non deve essere considerato il ‘regalo’ dall’alto di un governo, ma è il riconoscimento di un ruolo che la donna aveva svolto dalla fine del secolo XIX e che l’aveva vista protagonista nelle fabbriche e nella società civile, dove le donne avevano sostituito gli uomini richiamati al fronte, avevano organizzato gli scioperi e la resistenza, avevano svolto un ruolo determinante combattendo in prima linea e nelle retrovie”.
Il lavoro svolto per arrivare fin lì era stato tanto e difficile: l’ideologia fascista non aveva soltanto chiuso le donne in un ghetto sociale e culturale, e il saggio Politica della Famiglia del già citato Fernando Loffredo è un preciso campione dell’idea di subordinazione fisica e psicologica in cui doveva essere mantenuta la donna, ma aveva contribuito a creare e mantenere pregiudizi svalutanti nei loro confronti.
Avevano però saputo dimostrare, durante la Resistenza, ciò di cui erano capaci: combattendo con le armi in pugno, organizzando i Gruppi di Difesa delle Donne (un movimento femminile trasversale in cui donne di ogni ceto sociale, fede religiosa e tendenza politica si riunirono per opporsi al fascismo), dando vita a reti di informazione clandestina e distribuendo personalmente la stampa contro il regime. Avevano fondato le prime importanti Associazioni femminili e di protezione dei deboli.
Ma tanto c’era ancora da fare: soprattutto rimuovere, attraverso la Costituzione, le tante discriminazioni che il fascismo aveva introdotto nei loro confronti. Inserire le basi per una nuova concezione paritaria tra i coniugi. Basi che in effetti hanno aperto la strada a norme e concetti prima impensabili: il diritto di famiglia, la legge sul divorzio, le pari opportunità, una concezione giuridica diversa della violenza sessuale.
Nonostante le differenze di schieramento politico, l’attenzione delle nuove elette ai problemi e ai diritti della donna fu trasversale e si riconobbe soprattutto nella battaglia per l’accesso delle donne alla Magistratura. Ma quella fu una battaglia perduta, gli spiriti del tempo non erano ancora sufficientemente liberi dal pregiudizio e si dovette attendere il 1963 per ottenere quel risultato.
In chiusura, si potrebbe aggiungere qualche aneddoto, qualche battuta o, hai visto mai, qualche frase “importante”. Ma la tireremmo per le lunghe, con il rischio anche della pedanteria. Preferisco ricordare i nomi di quelle ventuno, a memoria di quei quasi tredici milioni di donne che votarono per la prima volta quel 2 giugno del 1946: Adele Bei Ciufoli, Bianca Bianchi, Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter Jervolino, Maria Federici Agamben, Nadia Gallico Spano, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Leonilde Iotti, Teresa Mattei, Angela Merlin, Angiola Minella Molinari, Rita Montagnana Togliatti, Naria Nicotra Fiorini, Teresa Noce Longo, Ottavia Penna Buscemi, Elettra Pollastrini, Maria Maddalena Rossi, Vittoria Titomanlio.
